Noi rifugiati

di Hannah Arendt

Nel 1933 Hannah Arendt si rifugiò, come molti tedeschi ebrei, a Parigi. Nel 1941, dopo la conquista hitleriana della Francia, riuscì a raggiungere New York con un tortuoso viaggio attraverso il Portogallo neutrale. Nella sua “nuova patria” diede alle stampe il breve saggio “Noi rifugiati”, scritto di getto nel 1943. Da quelle pagine, lucida testimonianza di una realtà direttamente vissuta, ma anche straordinario manifesto politico sulla condizione migrante, riportiamo un brano che ci pare particolarmente attuale.

La tesi è che chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria resta comunque un corpo estraneo. Un rifiuto ingombrante persino quando “viene accolto”. Ma se questo succede nelle situazioni di “accoglienza”, quanto diverrà ancora più tragica la vita allorché si farà di tutto (lo ha esplicitamente annunciato il nuovo governo italiano) per tenere rifugiati e profughi lontano dai confini?

L’idea che hanno i governanti italiani, europei e dei paesi ricchi del mondo è quella dei muri e dei fili spinati, con masse di derelitti segregati senza speranza nei lager libici, oppure lasciati senza sbocco fuori dalle acque territoriali e dai porti, sulle navi che fortunosamente li avranno salvati dal mare…

Che ne è allora dell’accoglienza? E della partecipazione al mondo comune? Che ne è di quel normale sentimento di vicinanza che faceva dire all’umile porcaio Eumeo (rivolto a Odisseo (giunto alla sua capanna nelle vesti di un mendico): “Straniero, non è mio costume – venga pure uno più malconcio di te – trattar male gli ospiti: tutti da parte di Zeus vengono gli ospiti e i poveri”?

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Abbiamo perso la casa, che rappresenta l’intimità della vita quotidiana. Abbiamo perso il lavoro, che rappresenta la fiducia di essere di qualche utilità in questo mondo. Abbiamo perso la nostra lingua, che rappresenta la spontaneità delle reazioni, la semplicità dei gesti, l’espressione sincera e naturale dei sentimenti. Abbiamo lasciato i nostri parenti nei ghetti polacchi e i nostri migliori amici sono stati uccisi nei campi di concentramento, e questo significa che le nostre vite sono state spezzate.

Tuttavia, non appena siamo stati salvati – e la maggior parte di noi è stata salvata parecchie volte – abbiamo cominciato le nostre nuove vite, cercando di seguire quanto più fedelmente possibile tutti i buoni consigli dei nostri salvatori. Ci è stato detto di dimenticare, e abbiamo dimenticato più velocemente di quanto sia possibile immaginare. Ci è stato amichevolmente ricordato che il nuovo paese sarebbe diventato una nuova casa; poi, dopo quattro settimane in Francia o sei settimane in America, si è preteso che fossimo o francesi o americani. I più ottimisti fra noi sarebbero persino disposti ad ammettere che tutta la loro vita precedente è trascorsa in una sorta di esilio inconsapevole e che solo dal loro nuovo paese hanno imparato che cosa sia realmente una casa.

È vero che qualche volta ci siamo opposti alla richiesta di dimenticare la nostra opera precedente; inoltre, di solito, non abbandoniamo facilmente gli ideali del passato se il nostro valore sociale è in pericolo. Con la lingua, tuttavia, non abbiamo avuto difficoltà: dopo un solo anno gli ottimisti sono convinti di parlare l’inglese tanto bene quanto la loro madre lingua, e dopo due anni giurano solennemente di parlare l’inglese meglio di ogni altra lingua — il loro tedesco è una lingua che appena ricordano. Per dimenticare meglio evitiamo anzi ogni allusione ai campi di concentramento o di internamento che abbiamo provato in quasi tutti i paesi europei — la qual cosa potrebbe essere interpretata come pessimismo o come mancanza di fiducia nella nuova patria. Inoltre, ci è stato detto tante volte che a nessuno piace ascoltare tutto ciò; l’inferno non è più una credenza religiosa o una fantasia, ma qualcosa di tanto reale quanto le case, le pietre e gli alberi. Sembra che nessuno voglia riconoscere che la storia contemporanea ha creato un nuovo genere di esseri umani — quelli che sono stati messi nei campi di concentramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro amici.

Persino tra noi non parliamo di questo passato. Abbiamo invece trovato un nostro modo di padroneggiare un futuro incerto. Poiché tutti fanno progetti, hanno desideri e nutrono speranze, così facciamo anche noi Tuttavia, a prescindere da questi atteggiamenti generici e naturali, noi cerchiamo di rendere chiaro il futuro in modo più scientifico. Dopo tanta sfortuna, vogliamo procedere sicuri. Perciò, abbandoniamo la terra con tutte le sue incertezze e volgiamo lo sguardo al cielo. Le stelle — e non i giornali — ci dicono quando Hitler verrà sconfitto e quando noi diventeremo cittadini americani. Le riteniamo più attendibili di tutti i nostri amici; esse ci mostrano quando dovremmo pranzare con i nostri benefattori e quale sarà il giorno più propizio per compilare uno degli innumerevoli questionari che accompagnano le nostre vite presenti. Qualche volta non ci fidiamo nemmeno delle stelle, ma solo delle linee della mano o dei segni della nostra scrittura. In questo modo ne sappiamo meno degli avvenimenti politici, ma più dei nostri cari self, anche se la psicoanalisi non sembra essere più di moda.

Quei tempi più felici sono finiti insieme alle conversazioni che signore annoiate e gentiluomini dell’alta società facevano sulle piacevoli trasgressioni della loro prima infanzia. Essi non vogliono più storie di fantasmi; è l’esperienza concreta che fa loro accapponare la pelle. Non c’è più alcun bisogno di cercare i fantasmi nel passato; esso è abbastanza stregato nella realtà. Così, nonostante il nostro sincero ottimismo, usiamo ogni sorta di trucchi magici per evocare gli spiriti del futuro.

Non so quali ricordi e quali pensieri dimorino nei nostri sogni notturni. Non oso fare domande perché anch’io sono stata piuttosto ottimista. Qualche volta immagino tuttavia che almeno di notte pensiamo ai nostri morti o ricordiamo le poesie che un tempo amavamo. Posso anche capire che i nostri amici della costa occidentale, durante il coprifuoco, abbiano avuto idee tanto singolari, come quella di credere che noi siamo non solo «potenziali cittadini», ma anche, attualmente, «nemici stranieri». Alla luce del giorno, naturalmente, diventiamo nemici stranieri solo «tecnicamente» — tutti i profughi lo sanno (…)

La nostra identità viene cambiata così di frequente che nessuno può scoprire chi siamo realmente… L’uomo è un animale sociale e la vita non è facile per lui quando vengono recisi i legami sociali. Nel tessuto sociale è molto più facile conservare gli standard morali. Pochissimi individui hanno la forza di conservare la loro integrità se la loro condizione sociale, politica e giuridica è del tutto indefinita. Mancando del coraggio di lottare per un cambiamento della propria condizione sociale e giuridica, molti di noi hanno invece deciso di cercare di cambiare l’identità. E questo singolare comportamento peggiora la situazione (…) Qualunque cosa facciamo, qualunque cosa pretendiamo di essere, non riveliamo altro che il nostro insano desiderio di essere trasformati, di non essere ebrei. Tutte le nostre attività sono dirette a questo scopo: non vogliamo essere profughi perché non vogliamo essere ebrei; fingiamo di essere di lingua inglese, perché gli immigrati di lingua tedesca degli ultimi anni vengono bollati come ebrei; evitiamo di chiamarci apolidi, perché la maggior parte di coloro che nel mondo sono senza nazionalità è costituita da ebrei. Non raggiungiamo lo scopo, né possiamo raggiungerlo (…)

La disperata confusione di questi Odissei erranti che, non diversamente dal loro insigne prototipo, non sanno chi sono, si spiega facilmente con la loro assoluta ostinazione a rifiutare di mantenere la loro identità. Questa ostinazione risale a molto prima dell’ultimo ventennio, che ha rivelato la totale assurdità della nostra esistenza. Siamo come quelli che hanno un’idea fissa e non possono fare a meno di cercare continuamente di nascondere uno stigma immaginario. Di conseguenza, ci entusiasmiamo per ogni nuova opportunità che, in quanto nuova, sembra in grado di produrre miracoli. Siamo affascinati da ogni nuova nazione nello stesso modo in cui una donna corpulenta si rallegra per ogni nuovo abito che le assicuri il giro di vita desiderato. Tuttavia, il nuovo abito le piacerà solo fino a quando crederà nelle sue qualità miracolose, e lo getterà via non appena scoprirà che l’abito non cambia la sua figura — o, nel nostro caso, il suo status.

Può sorprendere che l’evidente inutilità di tutti i nostri bizzarri travestimenti non abbia ancora potuto scoraggiarci. Se è vero che gli uomini imparano raramente dalla storia, è altrettanto vero che possono imparare dalle esperienze personali che, come nel nostro caso, si ripetono infinite volte. Ma prima di gettare la prima pietra contro di noi, ricordate che essere ebrei non dà alcuno status giuridico in questo mondo.

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