La guerra e la pace

Con l’importante manifestazione pacifista del 5 novembre, con tante persone che finalmente riempiranno le strade di Roma, tende a concludersi la stagione prevalentemente indirizzata alla denuncia della brutale invasione russa dell’Ucraina e alla propaganda di principio contro la guerra. Ed è comunque bene ribadirlo: meno male che si siano avute, in questi mesi, tante accorate iniziative pacifiste di denuncia e propaganda, benché tutte sostanzialmente “di avanguardia”, nell’ordine delle decine o delle centinaia di persone. Ma ora si apre una nuova fase: nuova sul piano dei contenuti, in quanto l’accento si sposta sulla parola d’ordine dello “stop ai combattimenti”; nuova sul piano degli obiettivi, in quanto mira a conseguire in tempi rapidi concreti risultati, ancorché parziali e provvisori; e nuova sul piano delle dinamiche di piazza, in quanto non potrà che determinarsi se non come mobilitazione effettivamente “di popolo”.

Ovviamente non basterà la mobilitazione del 5. Va però colto come già essa non appartenga più alle semplici azioni di denuncia e informazione, e si proponga, invece, in quanto esplicita pressione dell’opinione pubblica per la tregua immediata in Ucraina e la immediata apertura di una trattativa. E a questi due obiettivi, la piattaforma del corteo ha opportunamente aggiunto parole d’ordine inequivoche: la messa al bando delle armi nucleari e la solidarietà sia col popolo ucraino, principale vittima di questa nuova guerra in Europa, e sia con le vittime civili di tutti i conflitti attivi nel mondo. Sono parole d’ordine che immettono quegli stessi obiettivi immediati in una prospettiva non di meri equilibri diplomatici, ma di rapporti realmente pacifici tra popoli e nazioni.

È un cambiamento di logica e di prospettiva destinato a ridisegnare in profondità gli schieramenti anche nel nostro Paese. L’obiettivo della tregua immediata in Ucraina introduce infatti, all’interno del fronte bellicista, obiettive contraddizioni. A cominciare dal prolungato, generalizzato e acritico sostegno alle posizioni e alle stesse richieste del paese aggredito. Le pesanti parole dell’ambasciatore ucraino a Roma – “le manifestazioni esclusivamente a sostegno della pace e con appelli impersonali ad un cessate il fuoco non riguardano la giustizia ma sono dimostrazione di viltà e ipocrisia” – non lasciano spazio a dubbi: coloro che chiederanno la cessazione immediata dei combattimenti passeranno, di colpo, da “amici dell’Ucraina” a suoi dichiarati avversari. Proprio come i tradizionali pacifisti, fin dal primo giorno accusati, in tutti i Paesi della NATO, di sostanziale “filoputinismo”.

Tuttavia, quella stessa nervosa e dura presa di posizione ucraina è anche una conferma di ciò che già si ricava agevolmente dalla stampa: e cioè che fra coloro che hanno finora accompagnato la denuncia dell’invasione russa non con l’obiettivo della pace, bensì col proposito, neppure tanto nascosto, di dar vita a un opposto schieramento bellico sotto l’egida della NATO, cominciano davvero ad affiorare dubbi e preoccupazioni per il crinale tragicamente scivoloso che sta prendendo il conflitto. Aumentano coloro che scrutano giustamente timorosi il domani, chiedendosi se i giorni che abbiamo davanti non rischino di diventare i più tragici della storia…

Di fatto, questa nuova, feroce guerra europea è divenuta, quasi di ora in ora, sempre più micidiale. Micidiale non solo per gli ucraini e i russi che quotidianamente muoiono, ma proprio per l’intero genere umano. I morti sono nell’ordine delle decine e decine di migliaia, e la catastrofe nucleare è ormai una possibilità molto concreta.

Cominciando dal 5 novembre, occorrerà perciò chiamare in causa il nostro governo, chiamare in causa l’Unione Europea, chiamare in causa l’Onu. Chiamare in causa soprattutto i paesi con gli eserciti in lotta, quelli espliciti – Russia e Ucraina – e quelli impliciti – Stati Uniti e Paesi europei della NATO -, e premere su di loro in ogni modo affinché fermino le pallottole e le granate e usino le parole e i ragionamenti.

E ciò è tanto più necessario perché questa guerra tende già a divenire il catalizzatore dei molti conflitti, a varia intensità, che funestano i vari continenti. Dalla Penisola Arabica al Medio Oriente, come pure dai Balcani all’Estremo Oriente, per non parlare dell’Africa dove si spara in tutte le latitudini, sono sempre più realistici la moltiplicazione e l’aggravamento degli scenari di guerra. Proprio per l’importanza storica che assume la guerra tra Russia e Ucraina, avviatasi con la sanguinaria invasione russa ma ben presto indirizzatasi verso lo scontro pericolosissimo tra superpotenze nucleari, la “terza guerra mondiale a pezzi” (su cui da qualche anno mette a ragione l’accento Papa Francesco), si trova adesso alla vigilia di una accelerazione straordinaria: anziché continuare a manifestarsi in forma segmentata e circoscritta, questa nuova guerra mondiale rischia realmente di “presentarsi tutta assieme” nella sua tragica verità di morte.

D’altronde, non sempre le cose avvengono per “meditato disegno”; e le pulsioni irrazionali hanno un gran peso negli avvenimenti della storia. Ci sono dei meccanismi che, una volta in moto, è poi difficilissimo smontare. Del resto, lo sappiamo: una vera pace ha obiettiva difficoltà a imporsi in un mondo segnato da così vistose disuguaglianze e da ingiustizie di ogni tipo. Ma occorrerà pure avviarsi in tale direzione, ora che siamo sull’orlo del baratro. Avviarsi dicendo, appunto, “tregua immediata” e “immediata apertura delle trattative di pace”. Che sono l’esatto opposto delle parole d’ordine portate finora avanti dall’insieme del fronte bellicista a proposito della guerra in Ucraina.

Quei due obiettivi, minimi in sé e per sé, si contrappongono frontalmente, infatti, alle argomentazioni e alla propaganda di quanti, in Italia e fuori dall’Italia, hanno insistentemente soffiato sul fuoco e continuano ad applaudire all’invio delle armi nel teatro dei combattimenti. Ma dopo otto mesi di guerra, ripetere ancora che “il ritiro dei soldati russi è la precondizione necessaria per arrivare alla pace” o che “occorre rafforzare in ogni modo lo sforzo bellico di Kiev”, significa parlare il linguaggio disumano della irresponsabilità e della tragedia.

Le uniche parole ora ammissibili sono quelle che chiedono agli eserciti di entrambi i lati di far tacere immediatamente le armi e che rivendicano a gran voce la messa al bando delle armi nucleari. La logica da far valere è quella della solidarietà con le vittime della guerra in Ucraina e di tutte le guerre che stravolgono il nostro pianeta.

Sono parole da gridare a gran voce e pratiche da attivare in tutti i modi possibili: non solo come cittadine e cittadini, ma anche come Consigli Comunali, come Consigli Provinciali, come Consigli Regionali. Sono ancora troppi pochi i gonfaloni degli Enti Locali che sostengono in piazza coloro che dicono “tregua immediata”. E finora una sola Regione, la Campania, ha promosso una esplicita iniziativa in questa direzione (il 28 ottobre), realizzata peraltro tra forti polemiche, provenienti non solo dal console ucraino di Napoli, dai partiti di governo e dai settori più caparbiamente filo-Nato della stampa e della politica, ma anche dagli esponenti dell’attuale opposizione parlamentare e persino dal fronte pacifista.

Va detto, proprio a riguardo della manifestazione di Napoli, che ha obiettivo fondamento il rilievo di ambiguità sulle motivazioni che l’hanno generata e sulla autenticità del sentimento pacifista dei promotori. Ma va detto, parallelamente, che nessuna giusta critica sulle posizioni passate di chi solo adesso parla di pace potrà essere, di per sé, motivo sufficiente per dividere anziché unire il fronte contro la guerra. Va messo, cioè, in conto che, nella nuova fase della mobilitazione indirizzata a fermare i combattimenti e il viavai delle armi, proprio la necessità essenziale della “pratica dell’obiettivo” e la necessità, altrettanto essenziale, del passaggio dalle iniziative “di avanguardia” alle iniziative “di popolo” imporranno di unire tutto ciò che può essere unito. Il che, ovviamente, non impedisce di ricordare a tutte e a tutti, anche all’interno delle scadenze comuni, che il nostro Paese dovrebbe sempre mantenersi ancorato al ripudio della guerra come soluzione delle controversie internazionali e dovrebbe soprattutto essere una voce attiva per il disarmo e la denuclearizzazione degli arsenali.

In altre parole, va registrato come fatto positivo se da oggi in poi si troveranno a camminare fianco a fianco tanto coloro che fin dal primo momento hanno affermato, con ragione, il carattere criminoso di questa guerra (come di tutte le guerre del nostro tempo, che possono portare solo lutti e devastazioni) quanto coloro che, per calcolo miope e spensieratezza irresponsabile, sono rimasti intruppati per troppi mesi nello schieramento filo-Nato. Proprio così: meglio tardi che mai. È positivo che chi non l’ha capito finora, lo capisca adesso che anche gli Stati Uniti e la NATO hanno la loro pesantissima parte di responsabilità nella precipitazione degli avvenimenti e nella piega drammatica che il conflitto sta prendendo. E chi invece queste cose le ha capite fin dal primo momento, farebbe bene a essere comunque contento dell’allargarsi, pur se contraddittorio, dello schieramento pacifista. Senza mettere, più dello stretto necessario, i fatidici puntini sulle “i”.

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1 commento

  1. Giovanni Lamagna dice:

    Condivido in buona sostanza. Aggiungerei come parola d’ordine della manifestazione il “No all’invio delle armi a sostegno dell’Ucraina”, come precondizione unilaterale della sospensione delle ostilità.

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