Lo scontro politico per l’egemonia culturale

È indubbio che, sulla politica economica e sulla politica internazionale, le destre italiane si presentino in lineare continuità con la cosiddetta “agenda Draghi”.

Sul piano internazionale il governo Meloni intende anzitutto sostenere la Nato nella sua politica di accerchiamento ed espulsione dall’Europa della Russia. Ha perciò solennemente dichiarato che continuerà a inviare armi al governo e all’esercito ucraino, affinché continui questa specifica “guerra per procura” dentro la più complessiva Terza Guerra Mondiale, già in atto da alcuni anni e dagli esiti sempre più imprevedibili. E, per quanto riguarda il commercio internazionale, intende contrastare l’espansione della Cina e l’autonomia, via via sempre più marcata, dell’insieme dei Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) dal mondo occidentale.

Parallelamente, sul piano interno non ha nessunissima intenzione di stravolgere i dettami del “liberismo all’italiana”  – che prescrive, del resto, di non toccare per nulla gli interessi delle lobbies più o meno potenti (prescrizione ossequiosamente rispettata anche da SuperMario) – e ha già dimostrato di volere elevare a sistema il conflitto d’interesse, con la nomina di Crosetto, Santanché e compagnia bella. In altre parole: nessuna tassazione dei sovrapprofitti dei grandi gruppi energetici, smantellamento del sistema pubblico di welfare a partire dal reddito di cittadinanza e dagli ennesimi tagli alla sanità e alla scuola, ulteriori risorse per spese militari e industria delle armi.

Sbaglia, tuttavia, chi pensa che sarà tutto uguale.

Il vestito identitario indossato dalla Meloni e dal suo entourage durante la campagna elettorale, e ancora più arrogantemente esibito dopo la vittoria e il suo insediamento, costituisce infatti un autentico punto di svolta. Essi non si propongono affatto di coprire con un po’ di folclore nostalgico la solita politica, ma intendono utilizzare le leve del potere per una operazione di vera e propria egemonia culturale, e ciò anche in vista di un possibile impegno bellico diretto dell’Italia.

Si tratta di una battaglia assolutamente necessaria per forze reazionarie che hanno vinto solo grazie a una legge elettorale che premia le coalizioni e punisce severamente le divisioni, e che non hanno con sé – meno che meno su guerra e politiche sociali – la maggioranza nel Paese. E vogliono dunque conquistarla effettivamente, spostando il confronto su un piano, quello della “visione complessiva del mondo”,  sul quale, in questa fase storica, sono effettivamente in vantaggio.

In questo senso, il concetto di nazione – come insieme di razza, etnia, religione unica, cultura omogenea – diventa davvero centrale nella loro politica, proprio al fine di un attacco esplicito agli elementi progressivi della modernità, alla convivenza di usi e costumi e al concreto meticciato etnico e di genere che ci caratterizza. Le avvisaglie ci sono già tutte. Mettono sotto accusa ciò che qualificano – nei loro post “di pancia” e ugualmente negli scritti più meditati – come “decadenza dei costumi e degli stili di vita”. E intendono con la parola “decadenza” il protagonismo delle donne, la condizione di normalità dei gay, i diritti dei migranti. Anche l’attacco all’istituto del reddito di cittadinanza, va in questo senso: per colpire quel “diritto all’ozio” e quelle “furberie” che “naturalmente” sono riservate, ed in grande stile, solo alle oligarchie imprenditoriali e finanziarie. E ovviamente nella “decadenza della nazione” inseriscono anche le proteste di piazza e le rivendicazioni popolari.

Ci dobbiamo perciò aspettare meno diritti effettivi per le donne, un peggioramento significativo dell’accoglienza dei migranti, un attacco ai diritti delle persone omosessuali, norme giuridiche contro le opposizioni “radicali” e contro le lotte ambientaliste e sociali, lo sgombero accelerato delle occupazioni di case e dei residui centri sociali, un peggioramento delle condizioni nelle carceri. Dentro questo quadro, il presidenzialismo e soprattutto l’autonomia differenziata, con la frantumazione regionalistica di scuola, sanità, servizi pubblici e beni comuni, diverranno efficacissime leve per una riorganizzazione complessiva dei poteri e della vita pubblica all’insegna della costruzione di una rinnovata “disciplina gerarchica” della società.

Lo ripeto: il tentativo è di arrivare a una egemonia complessiva sulla “visione del mondo”. Ed è già cominciato, con le nomine “provocatorie” alla Presidenza del Senato e della Camera, con il festival del conflitto di interessi nella designazioni dei ministri e con l’identitarismo esplicito nella nuova denominazione dei ministeri.

Ma per contrastare la regressione in atto nel Palazzo e nel Paese è del tutto inutile il balbettio del cosiddetto centrosinistra, completamente incapace di opporsi poiché è del tutto privo di una identità forte dal punto di vista culturale ed è sostenitore sia di una politica internazionale allineata a quella del governo e sia di politiche economiche spesso coincidenti o similari, come, per esempio, sul piano energetico. E, in aggiunta, reali distanze non ce ne sono neppure sul piano della sicurezza pubblica e sul tema dei migranti (basti ricordare i provvedimenti tristemente noti promossi da un personaggio come Minniti).

Ma soprattutto è del tutto inutile una opposizione chiusa nel “palazzo”, dove la destra ha, grazie alla legge elettorale, un’ampia maggioranza e dove i contrasti interni alla coalizione che supporta il governo Meloni, dopo una prima fase di adattamento, saranno tranquillamente gestiti e messi a dormire. L’opposizione dovrebbe spostarsi invece nelle piazze; e in questo spostamento assumere, con percorsi accidentati ma indispensabili, tratti culturali espliciti non tanto sul terreno del frontismo “antifascista” quanto sulle questioni nodali dell’identità, contrapponendo ai paradigmi identitari della “nazione” e della “economia nazionale di mercato” il primato della persona rispetto alla merce e dell’economia del dono “da me a te chiunque tu sia”.

Si tratta, per dirla in breve, di far vivere nell’iniziativa politica e nel dibattito pubblico un vero e proprio programma di fase: contro tutte le guerre; per il diritto a vivere ci sia o non ci sia il lavoro; per una redistribuzione delle ricchezze attraverso la tassazione dei grandi patrimoni; per la riduzione progressiva delle spese militari; per l’ambiente come bene comune e per una vera transizione ecologica; per la convivenza e la positività del meticciato sociale e culturale; per la gratuità delle cure, dell’istruzione e della mobilità; per le libertà di decidere del proprio corpo, della propria sessualità e della propria affettività; per la riduzione progressiva dell’utilizzo della carcerazione.

Questo si dovrebbe fare.

La difficoltà, enorme, in Italia, è che non c’è, allo stato, nessuno in grado di promuovere una simile dinamica. Ma la necessità c’è, ed è una profonda necessità materiale, poiché dopo molti decenni torna davvero l’incubo, anche per chi lavora, dell’impossibilità di un piatto a tavola e perché, per la prima volta dal secondo dopoguerra, si prospetta non un avanzamento bensì una regressione sul piano dei diritti civili.

L’attacco ai diritti sociali e civili, a partire dalla cancellazione del reddito di cittadinanza e dal peggioramento dell’accoglienza ai migranti con le ovvie conseguenze sui contratti di lavoro già al limite della sopravvivenza, l’accentuazione ulteriore del lassez faire dentro la grande crisi generata e amplificata dallo scontro bellico in atto tra “Occidente” e “Oriente”, le politiche ostili alle donne e alle persone omosessuali, sono tutte cose che chiamano a una generalizzata “resistenza dei corpi” e non più alla “lamentela dei post”.

È lecito sperare che sia la stessa necessità a promuovere la resistenza?  E che le resistenze, traducendosi in movimento, generino spontaneamente la consapevolezza del pericolo, l’urgenza di difendere gli aspetti inclusivi e progressivi della modernità, e la stessa costruzione di nuove forme di organizzazione e autorganizzazione della società? 

La risposta, come diceva un grande poeta, è (per il momento) ancora nel vento.

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