I marxisti e la guerra in Ucraina

Abbiamo chiesto a Rino Malinconico, collaboratore di LEF e segretario di Rifondazione Comunista in Campania, di chiarire ai nostri lettori la posizione dei comunisti sulla vicenda drammatica dell’Ucraina.

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Domanda: Come si sta muovendo Rifondazione Comunista rispetto alla guerra in Ucraina?

Risposta: L’obiettivo, assolutamente prioritario nell’attuale contesto, è il rafforzamento della mobilitazione generale contro la guerra. Rifondazione, così come l’insieme della Sinistra di alternativa, cerca di contribuire a questa mobilitazione sia attraverso concrete pratiche di solidarietà nei confronti dei profughi, dei rifugiati e delle popolazioni civili e sia partecipando attivamente a tutte le iniziative che chiedono la cessazione immediata dei combattimenti, l’attivazione contestuale dei colloqui di pace sulla base della smilitarizzazione dell’intera area, il ritiro delle truppe russe all’interno dei propri confini, la fine della pressione NATO nell’est dell’Europa, il pieno diritto alla sicurezza e a non essere minacciati sia per il popolo ucraino e sia per il popolo russo, il riconoscimento delle ragioni delle province russofone in Ucraina come previsto dagli accordi di Minsk del 2015. Non basta, naturalmente. C’è la necessità, comunque urgente, di dar vita a un più complessivo movimento per la pace, che spinga per una progressiva de-militarizzazione in Europa e nel mondo, per il dimezzamento delle spese militari, per la denuclearizzazione degli arsenali e per lo scioglimento di tutte le alleanze militari, a partire dalla NATO.

Domanda: C’è chi dice che i comunisti stanno con la Russia. E voi stessi siete stati accusati di essere filo-Putin…

Risposta: Una parte di coloro che diffondono questa colossale menzogna lo fanno in perfetta malafede. Hanno calzato l’elmetto e, ben sprofondati nelle loro poltrone, sono già pronti ad applaudire alla “guerra santa” dell’Occidente contro la Russia. Per loro, diventa un nemico chiunque metta in guardia contro le pulsioni nazionaliste, quelle che in Russia si traducono nella funesta ideologia imperiale di Putin (il quale si richiama esplicitamente alla tradizione “grande-russa” dell’epoca degli zar), e che negli USA si traducono nella logica unipolare della supremazia mondiale (con le armate a migliaia di chilometri da casa, a guerreggiare un po’ ovunque). Peraltro, anche i governi ucraini degli ultimi anni hanno costantemente coltivato malsane pulsioni nazionaliste. Hanno incoraggiato le formazioni neonaziste e hanno alimentato, nei confronti delle popolazioni russofone delle province del Donbass, un sanguinoso conflitto armato, che già prima nell’invasione russa aveva prodotto 14.000 morti. La drammatica verità è che in tante parti del mondo, anche in Europa, stanno riemergendo con forza le ombre scure dei fascismi e dei nazionalismi, che tendono a irregimentare l’intera società e portano con sé una corposa voglia di guerre e autoritarismi. È il nazionalismo che costruisce la dinamica del “nemico” e dell’inimicizia. E, ai primissimi posti fra i nemici, i nazionalisti mettono immancabilmente i comunisti. Lo fanno tanto in Russia quanto in Ucraina. È noto, d’altronde, che i comunisti costituiscono in Russia la principale opposizione a Putin e che hanno apertamente condannato l’invasione dell’Ucraina. Mentre in Ucraina una delle prime leggi dei nazionalisti, che sono al potere dal 2014, fu proprio lo scioglimento di tutte le organizzazioni comuniste. Tra l’altro, è proprio di queste ore la notizia dell’arresto, avvenuto il 6 marzo, di due giovani militanti dell’Unione della Gioventù Comunista Leninista dell’Ucraina, un’organizzazione che in Italia opererebbe normalmente alla luce del sole e che invece lì è dichiarata illegale e terroristica. Si tratta di due fratelli, Mikhail e Aleksander Kononovich, già più volte aggrediti e arrestati, e che ora rischiano addirittura la condanna a morte… 

Domanda: Perché prima hai detto che solamente una parte di quelli che vi accusano di essere filo- Putin sono in malafede?

Risposta: Perché penso che molte persone abbiano obiettive difficoltà, sotto la pressione dei media, ad andare oltre la rappresentazione dicotomica della realtà. Guardano agli schieramenti che si combattono sul campo e ritengono, in buona fede, che chi non parteggia entusiasticamente per uno schieramento, sotto sotto parteggi per l’altro. Così, se noi, mentre critichiamo l’invasione russa, ci permettiamo contemporaneamente di criticare anche la NATO e la sua progressione di marcia verso l’est europeo, essi pensano immediatamente: questi forse stanno con Putin… Sbagliano ovviamente, perché la guerra non è una partita di calcio, in campo non ci sono due squadre che contendono tra loro e per le quali tifare. I soggetti sono almeno tre. C’è l’esercito russo, c’è l’esercito ucraino e c’è la popolazione civile. Qual è il punto di vista che si assume? I nazionalisti di tutte le bandiere scelgono il punto di vista degli eserciti e invitano a schierarsi chi di qua e chi di là. I pacifisti, invece, e i comunisti in modo particolare, assumono il punto di vista della popolazione civile. Noi non stiamo né con Zelensky, che chiama i suoi concittadini a combattere fino alla morte, e né con Putin, che calpesta l’esistenza stessa della nazione ucraina dichiarandola una semplice parte della storia russa (“una pura invenzione di Lenin” l’ha qualificata annunciando l’invasione). Siamo contro di loro non solo perché li riteniamo entrambi espressione di una storia di sopraffazioni e ingiustizie, ma anche perché ci poniamo esplicitamente da tutt’altra parte: dalla parte di quelli che tremano sotto le bombe, quelli che fuggono e non sanno dove andare, quelli che guardano con angoscia al domani, quelli che indossano una divisa ma vorrebbero semplicemente tornarsene a casa…

Domanda: Ma in cosa si traduce questo essere “dalla parte della popolazione civile”?

Risposta: Si traduce soprattutto in un messaggio di verità. Quando la gente viene dilaniata dalle granate ha poco senso la graduatoria dei torti degli imperi che contendono tra loro. Di fronte alle sofferenze delle persone comuni, di coloro che nelle guerre di sempre, e ancor più in quelle di oggi, sono destinati a fungere semplicemente da bersaglio, anche la preferenza più o meno tattica per uno dei contendenti si colora d’infamia. A tutti, insomma, bisogna gridare di fermarsi. E ai soldati di tutti gli eserciti bisogna dire che la scelta giusta resta sempre quella di non sparare. Una splendida e conosciutissima canzone scritta da Boris Vian faceva provocatoriamente, e opportunamente, la lode della diserzione: “Ma io non sono qui egregio presidente / per ammazzar la gente più o meno come me. / Io non ce l’ho con lei sia detto per inciso / ma sento che ho deciso e che diserterò”. E quale sia la verità autentica delle guerre lo diceva benissimo Bertolt Brecht in una sua poesia:

Sul muro c’era scritto col gesso / viva la guerra. / Chi l’ha scritto / è già caduto. / Chi sta in alto dice: / si va verso la gloria. / Chi sta in basso dice: / si va verso la fossa. / La guerra che verrà / non è la prima. Prima / ci sono state altre guerre. / Alla fine dell’ultima / c’erano vincitori e vinti. / Fra i vinti la povera gente / faceva la fame. Fra i vincitori / faceva la fame la povera gente egualmente. / Al momento di marciare molti non sanno / che alla loro testa marcia il nemico. / La voce che li comanda / è la voce del loro nemico. / E chi parla del nemico / è lui stesso il nemico.

Domanda: Ma nelle vicende storiche ci sono pur sempre aggressori e aggrediti. Ci sono comunque torti subiti e ragioni da far valere. Non sei d’accordo?

Risposta: Sono d’accordo che a parlare di torti e ragioni siano gli storici, non la gente che vede sconvolta la propria vita dalla guerra. Quando esplodono le bombe hanno davvero poco senso le comparazioni tra i torti del passato e i torti di oggi. In ogni caso, non penso che esista una bandiera talmente grande da coprire la vergogna di chi uccide persone innocenti. E del resto, proprio in questa drammatica guerra – che può ulteriormente precipitare, e che comunque allungherà le sue ombre anche nei prossimi anni -, troppi hanno tirato la corda con la logica degli apparati militari. Faremmo un grave torto a noi stessi se confondessimo i principi democratici e i processi rivoluzionari con le guerre tra gli Stati, ovvero con gli scontri tra le molte borghesie che affollano il mondo. C’è un’osservazione di Hannah Arendt su cui bisognerebbe seriamente riflettere: “le guerre non ripristinano diritti, definiscono poteri”.

Domanda: Sono dunque tutti colpevoli?

Risposta: In sostanza, sì. Possono raccontarcela come vogliono, ma la decisione russa di muovere i carri armati e gli aerei, facendo cadere i margini incerti del dialogo che ancora forse esistevano, così come le indiscriminate sanzioni occidentali che si sono avviate, e che produrranno pesantissimi effetti alle popolazioni di là e di qua della frontiera, hanno entrambe, come autentica motivazione, la logica inaccettabile – inaccettabile per chi, come me, si richiama all’internazionalismo della cultura socialista e comunista –  dei rapporti di forza tra gli Stati. Del resto, nella decisione russa un ruolo lo ha certamente avuto il ‘combinato disposto’ tra il desiderio di separazione dall’Ucraina delle popolazioni russofone e russofile di determinati territori e la spinta imperiale “grande russa” degli apparati militari e oligarchici legati al governo di Putin. E parallelamente le sanzioni occidentali e l’infittirsi in Europa delle truppe americane si pongono in lineare continuità con l’ostinazione ormai trentennale di Washington di spingere fino ai confini russi la NATO, inglobando in essa l’Ucraina e incoraggiandola nella sua politica sempre più simile al fascismo sul piano interno e virulentemente antirussa sul piano della politica estera.

Domanda: E l’Unione Europea? Quali le sue colpe?

Risposta: È sotto gli occhi di tutti come abbia sinistramente brillato, all’inizio di questo passaggio storico, l’ignavia dell’Unione Europea, che avrebbe avuto tutto l’interesse a trovare una soluzione diplomatica e però non è riuscita a dire una sola vera parola di pace. Non ha detto di no, cioè, all’allargamento della NATO verso est e non ha detto neppure al governo ucraino che doveva riconoscere senza indugi i diritti delle popolazioni del Donbass, così come previsto dagli accordi di Minsk del 2015. E ora, inviando con ostinazione camion di armi anziché aiuti umanitari, è passata rapidamente dall’ignavia alla baldanza militarista. Detto in estrema sintesi, le sciagure di oggi, e quelle che forse vedremo ulteriormente crescere nei prossimi mesi e nei prossimi anni, hanno già avuto, purtroppo, molti e diversi artefici.

Domanda: Tu parli delle persone normali e li inviti a muoversi indipendentemente dai governi e dagli Stati. Ma cosa possono fare le persone normali?

Risposta: Possono fare molto. Chi desidera la pace è, in realtà, una forza potenzialmente senza pari. Sono milioni e milioni le persone che vogliono la pace senza “se” e senza “ma”. Dovrebbero però decidere che non serve a niente lamentarsi, e che serve a poco anche la semplice denuncia dei rischi che abbiamo davanti. Di fronte alla realtà sanguinosamente materiale della nuova guerra in Europa, i milioni di donne e uomini di buona volontà, e noi con loro, farebbero bene a mobilitarsi ovunque per dire non solo NO ALLA GUERRA ma anche, e soprattutto, SÌ ALLA PACE, individuando con chiarezza alcuni obiettivi da far vivere non soltanto, e non tanto, sul piano propagandistico, ma proprio come contenzioso effettivo per cambiare, almeno un poco, le cose. Qui in Italia, ad esempio, si tratta di mettere in campo, con la pressione di piazza, una spinta reale per l’uscita dalla Alleanza Atlantica e per la collocazione del nostro Paese tra gli Stati non allineati, come già altri dell’Unione Europea. Penso, cioè, a quanto sarebbe dirompente un movimento effettivamente “generale” per la pace; e sottolineo con forza questo aggettivo: “generale” è il contrario di “identitario” e significa reale apertura a tutte le culture pacifiste. Penso, infatti, a un movimento che non sia percorso solo dalle bandiere rosse e che non agiti solo uno slogan di prospettiva. Si tratta piuttosto di far vivere nello spazio pubblico – attraverso prese di posizioni, cortei, atti simbolici e pratiche non violente di contestazione – una pressione tendenzialmente di massa sul dimezzamento delle spese militari e sulla destinazione a uso sociale delle risorse liberate, come anche degli spazi e delle strutture sottoposte a servitù militari. E voglio significativamente ricordare che proprio le servitù militari abbondano qui in Campania…

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