Una stupidaggine. Anzi, no: una cattiva azione

Tutti noi sappiamo che c’è differenza tra sapere e comunicazione. Sappiamo anche che non bisogna prendere per oro colato le notizie che ci arrivano dai media tradizionali, cioè dalla televisione e dai giornali. Per non parlare di quello che circola senza alcuna regola sui social.

Il punto è che quando un fatto reale si trasforma in notizia, per forza di cose sarà incasellato in determinati stilemi comunicativi, verrà riorganizzato in nuove forme e si ritroverà rinchiuso nei limiti rigidi del medium che lo veicola. Soprattutto il fatto reale verrà ristrutturato, anzi ricostruito ex-novo, dall’ideologia, dal modo complessivo di vedere il mondo di chi concretamente lo traduce in notizia e ce lo illustra attraverso lo schermo della TV o le pagine dei giornali.

Leggendo o ascoltando radio e TV, sappiamo dunque che bisogna esercitare una continua attenzione critica e che potremo solo con fatica recuperare i granelli di verità che ci arrivano confusamente mischiati ai cliché, ai tòpoi argomentativi e all’ideologia dei video e dei giornali che abbiamo di fronte.

Succede tuttavia, e sta succedendo sempre più spesso, che il travisamento della realtà si spinga ancora più in là, e che travalichi senza alcun pudore e senso del limite i livelli consueti della mistificazione comunicativa. Ci sono le bufale, le notizie inventate di sana pianta, e ci sono soprattutto le tesi pretestuose costruite con autentica intenzione dolosa.

Un esempio pressoché perfetto di organica contraffazione della verità è un articolo del Corriere della sera del 7 gennaio, pubblicato in vistosa posizione (anticipazione in prima pagina e ampia trattazione all’interno) e dedicato agli effetti del covid in Africa. È firmato da uno dei giornalisti più prestigiosi del quotidiano, Federico Rampini, che è noto al grande pubblico perché cammina sovente da un canale televisivo all’altro.

Già il titolo è inequivoco: “In Africa la strage prevista non c’è stata”. E all’interno, affinché si capisca ancora meglio, l’occhiello recita: “Mortalità ridotta, nonostante i pochi vaccini”. La tesi è, letteralmente: “l’egoismo sanitario dei paesi ricchi è più razionale di quanto appaia: i vaccini sono andati in priorità alle zone fragili che stavolta coincidono con le aree ricche del pianeta.”

Rampini si presenta, così, come un buon padre di famiglia che rassicura i figlioletti confusi e dubbiosi: noi dei paesi ricchi, ci dice, non abbiamo nessunissima ragione di provare sensi di colpa per il fatto che nei paesi più poveri del pianeta, quelli sotto i 1.000 $ di PIL pro capite, siano stati inoculati solamente 12 vaccini ogni 100 persone, a fronte dei 160 vaccini ogni 100 abitanti delle nazioni ricche.

Smettiamola, ci ammonisce, col “riflesso pavloviano di noi occidentali”, con l’automatismo del mea culpa nei confronti delle aree povere del pianeta. Sottinteso: smettiamola di agitare il tema della liberalizzazione dei brevetti. Non c’è e non ci sarà, conclude col tono vemente di chi la sa lunga, alcuna strage provocata dall’egoismo degli stati ricchi. Perché? La ragione egli ce la squaderna senza nessunissima esitazione: l’età media di quelle popolazioni (20 anni contro i 43 dell’Unione europea) offre già da sola la protezione necessaria…

A sostegno di una simile tirata, Rampini porta anche dei numeri. No, non quelli davvero essenziali dell’OMS, che incessantemente denuncia l’attuale squilibrio vaccinale (al 3 gennaio, è stato vaccinato completamente il 49,3% della popolazione mondiale. L’Europa è al 69,2%; gli USA al 61,5%; l’Italia al 78,3%; l’Africa al 9,1%), e che da anni richiama i governi e le agenzie internazionali sulle gravi condizioni della sanità africana (quel continente ospita il 17% della popolazione mondiale, ma sopporta oltre il 24% del carico globale di malattie e dispone solo del 3% del personale sanitario).

I numeri che Rampini cita, confrontandoli incredibilmente con l’Italia, concernono solo i positivi ufficialmente censiti in Burkina Faso, Nigeria, Gabon, Gambia e Uganda, coi relativi decessi ufficialmente classificati come causati dal covid. A fronte dei “229 morti ogni 100mila abitanti” dell’Italia, appena “15 decessi su centomila abitanti in Gambia e Gabon” strilla felice Rampini: proprio come la vedetta sulla coffa che avvista finalmente un approdo. E in Uganda, sette ogni centomila, due in Nigeria, due in Burkina Faso.

È stupefacente la logica di quest’uomo, che pure passa per essere un fior fiore di giornalista e intellettuale. Davvero, non si sa se indignarsi oppure guardarlo a bocca aperta, lasciandosi sopraffare dalla sua smisurata capacità di imbrogliare le carte.

Ma forse egli crede davvero a quello che dice, poiché lo dice senza che gli scappi da ridere. È possibile, anzi, che Rampini pensi veramente che abbia senso sia citare quei numeri e sia compararli con quelli dell’Italia.

In ogni caso, è un personaggio abituato ad essere ascoltato con deferenza, e quindi non ha nessuna preoccupazione di informare i suoi lettori che, ad esempio, il Burkina Faso ha un PIL per abitante (a parità di potere d’acquisto) di soli 1.782 $ internazionali, contro i 36.833 dell’Italia, o che dispone di un medico ogni 20.000 abitanti (in Italia, 1 ogni 250) e di un posto letto ospedaliero ogni 2500 (in Italia 1 ogni 312). Non ha bisogno di farci sapere che solo il 19,7% della popolazione del Burkina Faso ha accesso ai servizi sanitari, mentre in Italia è il 99,5%. Soprattutto non ha bisogno di informare che i maschi italiani hanno un’aspettativa di vita superiore di 13 anni rispetto ai maschi del Burkina Faso, mentre le femmine addirittura di 15.

E se la Nigeria sta un po’ meglio per alcuni indicatori (5942 $ di PIL/abitante, 1 medico ogni 5000 abitanti e 1 posto letto ogni 2000), resta comunque che solo il 29% della sua popolazione gode dei servizi sanitari e che le aspettative di vita, rispetto all’Italia, sono di 18 anni in meno per gli uomini e di 22 anni per le donne. In altre parole, una cittadina italiana ha una speranza di vita di 85 anni e una cittadina nigeriana di soli 53.

E numeri simili si registrano anche negli altri tre paesi che gli cita, Uganda, Gambia e Gabon: qualcuno sta un po’ meglio del Burkina Faso (per esempio il Gabon, dove accede ai servizi sanitari il 41,9% della popolazione), altri addirittura peggio per alcuni decisivi comparti, come il Gambia (1 medico ogni 25.000 abitanti) o come l’Uganda (solo il 19,1% di accesso ai servizi sanitari).

In altre parole: davvero si può sostenere che i dati ufficiali sul covid elaborati da così fragili istituzioni sanitarie abbiano lo stesso grado di rispondenza con la realtà dei dati forniti dal sistema sanitario italiano? Rampini fa finta persino di porsi il dubbio, perché ammette come “plausibile che i Paesi più arretrati siano meno efficienti di noi nel censire i decessi da covid”; ma poi risolve tutto – e però senza fornire un numero che sia uno – con la secca affermazione che i decessi annui in quei paesi non sono granché diversi tra l’era pre-covid e l’era del covid. E a sostegno di tale apodittica conclusione chiama The Economist, ma senza ulteriori indicazioni bibliografiche o numeriche. Che diamine! A lui e al quotidiano inglese bisogna prestare fede senz’altro sulla parola!

Eppure, basterebbe comparare i numeri sui contagi e sui morti che vengono da quei paesi non con i dati dell’Italia, ma con gli stessi dati di un altro paese africano, il Sudafrica, che, seppur con le insufficienze di una tormentata storia, presenta una più robusta tenuta istituzionale. Per citare un solo elemento, ha un tasso di analfabetismo del 5,6%, caso pressoché unico in quel continente (in Italia l’analfabetismo è solo 1%, ma in Burkina Faso è ancora del 62%, in Nigeria del 40,4%, in Uganda del 26%, e così via).

Ebbene, il Sudafrica denuncia una diffusione del virus straordinariamente ampia rispetto agli altri paesi del continente: ad oggi sarebbero stati contagiati il 6,25% dei circa 56 milioni di abitanti. Denuncia anche 91.581 morti, 164 ogni 100.000 abitanti. Sono dati, questi sì, sensatamente paragonabili con quelli italiani (11,15% la popolazione ad oggi infettata e 229 morti ogni 100.000 abitanti).

La domanda diventa, a questo punto, piuttosto semplice: come si fa a spiegare non la differenza tra i dati ufficiali di Uganda (0,41% la popolazione infetta e 9,1 decessi ogni 100000 abitanti), Burkina Faso (0,1% di infezioni e 1,75% decessi su 100000 abitanti) o Nigeria (rispettivamente 0,12% di infetti e 1,58 la percentuale di decessi) e quelli di un Paese, anch’esso africano, come il Sudafrica? Che c’entri qualcosa la raccolta a monte dei dati?

Che centri qualcosa il fatto, per dirne una, che il governo del Burkina Faso, nonostante l’aiuto francese, abbia enormi difficoltà a controllare le province settentrionali, dove operano aggressive formazioni jihadiste (ancora il 26 dicembre scorso 41 soldati governativi sono stati uccisi in un attacco)? E c’entra qualcosa, per dirne un’altra, la situazione disperante del nord della Nigeria, insanguinata dai terroristi di Boko Haram e da una criminalità senza freni (1100 i rapimenti ufficiali nel solo 2020)?

Rampini, in effetti, è ben attento ad evitare questioni imbarazzanti: per intenderci, non si chiede per nulla, allorché proclama che la giovane età è di per sé uno scudo contro il virus, come mai in tutto il mondo ricco si insista oggi a vaccinare finanche i bambini. Egli fa finta di non conoscere, o forse non conosce per davvero, la situazione reale dell’Africa. Ci parla del mondo come un tutto omogeneo: come se dappertutto valessero le stesse condizioni di vita e come se ovunque le istituzioni sanitarie fossero organizzate e pesassero allo stesso modo. E il riferimento è ovviamente alle condizioni di vita e alle istituzioni dei paesi ricchi.

Sì, lo so. Non bisogna dispiacersene più di tanto, perché nel nostro tempo abbondano come non mai i discorsi stupidi e insensati. E però quando questi discorsi si propongono con l’autorevolezza del maggiore quotidiano italiano e con una firma che il milieu delle televisioni e della carta stampata porta continuamente in palmo di mano, allora non si tratta più di stupidaggini inconsistenti, bensì di autentiche perfidie.

Cattive azioni, si sarebbe detto un tempo. Capaci di produrre guasti autentici nella testa delle persone. Ed è probabile che neppure la fulminante battuta del principe de Curtis – “Lei è un cretino. E se non lo sa, si informi!” –  riuscirebbe ad impedirlo…

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3 commenti

  1. Gordon M. Poole dice:

    La tua denuncia mi convince, ma predichi ai convertiti, a meno che non abbia cercato, con una lettera al “Corriere” di sintetizzare la tua critica. Un abbraccio, Gordon Poole

    1. Rino Malinconico dice:

      Il Corriere è purtroppo impermeabile. Lo so per lunga rsperienza.
      Un caro saluto.

  2. Vanna Corvese dice:

    Meno male che c’è la controinformazione che chiarisce molti dubbi. L’assoluzione dalle responsabilità è troppo sbrigativa e lascia di stucco. La povertà di molte popolazioni africane si riscontra anche nelle strutture sanitarie e nelle relative informazioni sul numero dei morti e dei malati. Grazie per la puntualizzazione dell’articolo di R. Malinconico!

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