Contro il nuovo taylorismo digitale

1) Il nuovo secolo è stato definito e qualificato nelle sue manifestazioni politiche, economiche e sociali in tanti modi: società liquida, mondo globalizzato, postmoderno, poststoria , postumano, e altro ancora. Sono tutti tentativi di descrizione che provano a spingere per una sistematizzazione teorica, seppure parziale, di ciò che accade. In comune hanno l’idea che il nostro tempo sia qualcosa di inafferrabile nel suo procedere.

In realtà, il mondo è sì in movimento, in particolare sotto la spinta delle trasformazioni politiche ed economiche attivate dal sistema di produzione capitalistico; ma questo suo movimento e il suo possibile sbocco spontaneo non sono affatto misteriosi.

Nell’attuale epoca, che noi di LEF definiamo di “maturazione piena del rapporto di capitale” (in quanto il capitalismo ingloba in modo totalizzante e completo nel suo sistema uomini e cose come mai si era verificato prima), oltre alle logiche immediate di mercato che definiscono, talora in crescita e talora in declino, i volumi produttivi, assumono un ruolo sempre più predominante – nelle relazioni politiche, economiche e sociali – le tecnologie digitali. Lo assumono come principale fattore tecnico della produzione di merci e servizi, ma anche come agenti primari che modellano una nuova modernità capitalistica complessiva, facendola poggiare su sistemi macchinici intelligenti che proiettano l’umanità in un futuro assai più complesso e problematico di quello conosciuto finora.

Già oggi il mondo ha davanti a sé un agire quotidiano fatto di interconnessioni tramite rete per scambiarsi informazioni e dati; e nei luoghi di lavoro si convive ovunque con l’automazione digitale e la robotica. E va da sé che ormai non vogliamo e non possiamo più fare a meno di questo insieme di dispositivi tecnologici. Anche perché portano con sé enormi benefici, adattandosi alle più differenti situazioni.

Tuttavia, proprio per questa loro flessibilità, gli strumenti informatici e robotici non generano solo effetti positivi. Essendo attualmente gestiti all’interno del sistema capitalistico non sono assolutamente neutri. Anzi, le nuove macchine, programmate da una ristretta élite digitale–cognitiva, che ne conosce il linguaggio e i fini, operano soprattutto al servizio delle classi dominanti, sono tarate in ragione della valorizzazione del capitale, generano nei lavoratori nuove alienazioni e condizionano pesantemente la vita sociale anche negli spazi cosiddetti privati.

Ma c’è di più. Le moderne tecnologie digitali, che si nutrono di algoritmi e big data, generano un sempre più onnipotente “pensiero computazionale”, costruito su formule matematiche completamente basate sulla “procedura di codifica generale”; la qual cosa promuove il totale automatismo dei processi economici e sociali, non ammettendo dialoghi e ragionamenti che non siano quelli di sistema.

Si modifica, in sostanza, l’approccio conoscitivo al mondo; e il genere umano appare quanto mai esposto ad un rischiosissimo allontanamento dalla cultura umanistica e dalla stessa coscienza e intelligenza emozionale. Il nostro pensiero è sollecitato, cioè, ad un cammino esclusivamente automatico, calcolatore ed utilitaristico.

2) Questo procedere della nuova “ modernità capitalista” porta con sé, dunque, non poche preoccupazioni e minacce per il futuro del mondo, al punto che ci sono scienziati, filosofi e ricercatori accademici che già definiscono il nuovo che avanza come “avvenire post umano”, col sistema macchinico digitale e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in un ruolo sempre più significativo nella nostra vita individuale e sociale. E, del resto, sempre più le nostre esperienze si stanno trasformando in procedure standardizzate, sostanzialmente dipendenti dagli algoritmi e dai big data .

Gli allarmi perciò non sono ingiustificati. L’intelligenza artificiale associata alla machine learnig opera con automatismo e perfezionamento continuo di se stessa, “ingurgitando” big data. Con impalpabile tocco, subordina la società al sistema macchinico, la controlla e la instrada verso scelte che definiscono in partenza il nostro vivere sociale, costruendo e modellando la realtà attraverso sistemi hardware e software.

Ne viene fuori un nuovo mondo, che ha in sé la “modernità capitalista” ma è costruito attraverso le nuove tecnologie, con una logica computazionale di funzionamento, situata fino a ieri nei libri e nei film di fantascienza e ora entrata nei testi scientifici e nei manuali tecnici. Di fatto, le tecnologie informatiche, l’ingegneria genetica, la robotica e le nanotecnologie sono uscite dai laboratori di ricerca e stanno occupando spazi sempre più centrali nella società, nel suo funzionamento e nel suo governo.

Alcuni dispositivi digitali li custodiamo tranquillamente nelle nostre tasche e nelle nostre case, sono nei luoghi di lavoro, convivono costantemente con noi: operano come un soft power sempre in attività per “servirci” e per guidarci in tante azioni quotidiane, ma in effetti condizionandoci in tutto quello che facciamo. Sono ormai essi, e non noi, che costruiscono, attraverso le loro capacità procedurali, forme sempre più reali di supremazia economica e culturale.

Una società di ricerche sociali, la Dscout, ha stimato che un utente medio tocca il suo smartphone più di 2600 volte al giorno, con un uso medio dei social network di 142 minuti. Il nostro cellulare è divenuto, così, una formidabile forza trasformatrice che non incontra ostacoli di sorta. Anche perché l’apparente, fasulla assenza del nemico (il capitale, le classi dominanti e il loro corredo di ingiustizie) ci toglie ogni residua preoccupazione.

A ben vedere, i dispositivi digitali, sempre più complicatamente programmati dagli sviluppatori di algoritmi, stanno diventando “una parte” che si sta facendo “tutto”: integrando, sottomettendo, irreggimentando e consegnando 24 ore su 24 “l’individuo produttivo sociale” al rapporto di capitale. Anzi, consegnando ai rapporti sociali capitalistici l’intera società, i dispositivi digitali diventano essi stessi “general intellect” e si candidano ad orientare sempre di più il nostro vivere concreto.

In sostanza, il nuovo general intellect che avanza attraverso algoritmi e big data conosce i nostri comportamenti, le nostre preferenze, quello che desideriamo e, peggio ancora, quello che dobbiamo desiderare. È in grado (con gli algoritmi predittivi) di predire, indicare e costruire, attraverso fredde procedure, un supposto “futuro”: è la moderna sibilla cumana, fatta di silicio e calcoli matematici, che scruta continuamente nella grande raccolta di dati.

3) Proprio perché siamo in presenza di cambiamenti così radicali, non basta più concentrarsi sul nostro presente, sull’impellenza delle lotte per i bisogni sociali. Sarebbe bene dedicare una maggiore attenzione ai cambiamenti generati dalla scienza e dalla tecnica. La transizione storica che stiamo vivendo, infatti, ha un’importanza massima per noi tutti, e in particolare per coloro che, recuperando la bandiera storica del movimento operaio, intendono attivarsi per un altro vivere sociale.

Per prima cosa, occorrerà rendersi conto che già ora le nuove tecnologie stanno definendo il nostro presente e il nostro futuro. E se non pigliamo le giuste misure, rischieremo di uscirne ulteriormente disarticolati.

Occorre allora, in partenza, una più estesa capacità di conoscenza delle nuove tecnologie, e ciò proprio per intraprendere una vera battaglia culturale di idee sul loro uso, contrastando il dominio degli algoritmi gestiti dal capitale sulla società, che generano solo ulteriore sfruttamento della natura e degli esseri umani.

In particolare, va colto il fatto che con le tecnologie digitali avanzano nuove forme di alienazione del lavoro salariato. Se nel Novecento, nell’epoca taylorista e fordista, avevamo un proletariato delle fabbriche e dei servizi spogliato dalla tecnologia analogica delle conoscenze professionali, in quanto le macchine operatrici incorporavano il loro sapere relegando i lavoratori al mero controllo dei processi produttivi, attualmente, con la digitalizzazione, abbiamo lavoratori controllati e spesso comandati dalle macchine.

E in più, oltre ad essere derubati dalle loro vecchie professionalità, essi vengono svestiti anche della loro vita privata, in quanto gli algoritmi operano davvero come un soft power che carica nei big data tutto ciò che facciamo dentro e fuori dai luoghi di lavoro. E dopo averlo sminuzzato, essi lo usano non solo per capire, ma anche per stimolare i nostri comportamenti.

Di fatto, un nuovo, sorprendente taylorismo digitale si è allargato a tutto il vivere sociale, soppiantando completamente la vecchia forma novecentesca, che si fermava grosso modo alle porte delle aziende.

Non solo. Le nuove tecnologie digitali inglobano nelle macchine l’intelligenza umana facendola diventare una potenza molto più grande rispetto ai singoli lavoratori. Incorporano nel sistema macchinico le competenze lavorative che poi, attraverso i dati, perfezioneranno in modo continuo durante il processo lavorativo, ai fini di una cieca crescita produttiva in sé. Il risultato è che si raggiungono, man mano, traguardi sempre più grandi nella estrazione del ‘plusvalore relativo’ dal concreto lavoro salariato.

4) Che fare, dunque, per non essere travolti dalla “nuova modernità capitalistica”?

Anzitutto, bisogna partire dalle nuove contraddizioni che le nuove forme economiche generano tra l’alto ed il basso della società. Agendo, ad esempio, sul piano culturale e contribuendo allo sviluppo di un nuovo pensiero dialettico, che viva di creatività e si contrapponga all’automatismo computazionale che ci vorrebbe tutti inquadrati e senza emozione.

In secondo luogo, anche sul piano del lavoro vanno promosse soprattutto le lotte per la riproduzione sociale (ovvero quelle incentrate sulle effettive condizioni di esistenza del lavoratore): più ancora di quelle incentrate sulle dinamiche specifiche della produzione e del costo del lavoro. In questo senso, si rendono urgenti e necessarie la lotta per un reddito generale, e non condizionato, di esistenza e la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro.

In terzo luogo, va coltivata una nuova coscienza sociale protesa verso il bene comune, in cui trovino una nuova collocazione le stesse tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale. Esse sono attualmente al servizio della classe dominante, gestite unicamente dagli sviluppatori di algoritmi che conoscono il linguaggio e il fine del pensiero calcolante. Ebbene, bisogna creare le condizioni affinché costoro diano conto del loro operato e vengano assoggettati al controllo pubblico e dei lavoratori.

In quarto luogo, infine, va ridefinito l’ambito di utilizzo normale delle nuove tecnologie, che sarebbero davvero utilissime per la salvaguardia ambientale, per la sicurezza sul lavoro e per promuovere la democrazia diretta.

In sostanza, alla modernità capitalista, che presuppone un uso oppressivo delle nuove tecnologie, con nuove alienazioni e sfruttamento, bisogna sapere opporre un uso delle tecnologie digitali liberatorio e realmente utile alla risoluzione delle difficoltà che affliggono l’umanità sotto il peso del capitale.

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