Ancora a proposito di vaccini e green pass

1) Pensavamo di esserne usciti. Stiamo invece capendo in questi giorni che la pandemia ha ancora forza intorno a noi.

Non che i vaccini non abbiano svolto il loro compito di prima difesa. Se non fossimo vaccinati in così grande percentuale, saremmo oggi, con la variante Omicron così virulentemente infettiva, in condizioni ben peggiori. È evidente, tuttavia, che questo virus mantiene una insidiosa capacità di far male. Specie se, per stanchezza o superficialità, si abbassano i livelli di precauzione.

Del resto, lo sapevamo che i vaccini da soli, in sé e per sé, non avrebbero potuto fare miracoli. Hanno fatto tanto, ovviamente, perché hanno costruito barriere effettive, impedendo al virus la libera scorribanda. Ci hanno dato modo, nei limiti del possibile, di reggere l’urto. E un pezzo di miracolo c’è stato davvero per la rapidità con la quale sono stati approntati. Ma poi il miracolo non si è ripetuto nella distribuzione.

Come tutti sappiamo, le logiche perverse del profitto privato hanno impedito finora una misura assolutamente necessaria: la moratoria sui brevetti, con la libera produzione dei vaccini e la conseguente possibilità della prevenzione su larga scala anche nei paesi poveri del mondo. Nelle aree poco o per nulla vaccinate del nostro pianeta, il virus non solo sta circolando liberamente ma tende anche a modificarsi con maggiore rapidità; e in forme che possono superare con minor fatica la cortina di protezione degli stessi vaccini. Omicron, per esempio, viene dall’Africa, la precedente variante Delta veniva dall’India, mentre la variante Gamma veniva dal Sud America.

In questa situazione di difficoltà che si prolunga nuovamente oltre le nostre speranze, mi sta capitando di diventare più insofferente nei confronti delle opinioni espresse dal variegato mondo novax, in particolare quando a parlare sono persone che, almeno in astratto, comunque posseggono un retroterra culturale robusto.

Uno di quelli che più sta pontificando in rete in questi giorni è Carlo Lottieri, uno stimato filosofo liberale, che ritiene di poter rispondere, a chi gli ricorda che la scelta di non vaccinarsi comporterebbe un danno per gli altri, in questo modo: “o sosteniamo che i vaccini sostanzialmente funzionano, o riteniamo che non funzionano. Se ti vaccini e hai una copertura dal virus, cosa temi dagli altri? Una persona protetta dal vaccino – che ha meno probabilità d’infettarsi e se questo avviene molto spesso non deve affrontare gravi conseguenze – ha davvero poco da temere da un non vaccinato. C’è un brocardo che recita: De minimis non curat praetor”.

È evidente che Lotteri, da liberale convintamente dogmatico, vede il mondo fatto solo di individui. Per lui, le relazioni sociali non esistono, esistono solo le relazioni specifiche, a due, tra individuo e individuo. In tale logica, il concetto di società, di collettività, ha pochissimo senso. Ci siamo io e te, e le questioni da affrontare riguardano esclusivamente me e te.

Ed è inutile ribattere che i problemi si pongono anche, e soprattutto, sul piano complessivo, e che in ballo stavolta ci sono esattamente i destini collettivi e il piano della storia generale. Egli ci spiegherebbe con sussiego, come ha fatto a uno stupito intervistatore di Huffington post, che sceglie di non vaccinarsi per una questione di principio etico-giuridica, non sanitaria: “Tutti gli anni tengo un corso sull’obbligo politico (cercando di mostrare come sia illegittimo che alcuni uomini dispongano di altri uomini), e sarei stato incoerente se avessi subito chinato la testa: accettando senza la minima reazione la condizione di suddito”.

È davvero difficile parlare con uno che motiva le sue posizioni anti-vaccino nientedimeno che in nome della libertà (“Perché quando qualcuno impone qualcosa a qualcun altro, il secondo non è più un uomo libero”), che non vorrebbe neppure più i normali vaccini obbligatori per l’infanzia, che è convinto di vivere in un’epoca profondamente illiberale nella quale “non c’è quasi più spazio per un’economia libera”, perché “burocrati, politici, organismi internazionali, imprese, sindacati, chiese e via dicendo convergono in maniera naturale a protezione del nuovo potere”. E che, per finire, passando ad altro, ritiene che il pericolo non venga dalla crisi climatica, ma proprio dai discorsi sulla crisi climatica: “la crisi climatica sarà la nuova emergenza, utile a distruggere ancor più il diritto e le libertà individuali”…


2) Ritorna, in sostanza, ancora più incattivito, il discorso di Giorgio Agamben (non a caso, Lottieri partecipa attivamente alla “Commissione Dubbio e Precauzione”, il gruppo di presunta controinformazione sul covid fondato appunto da Agamben, Massimo Cacciari e Ugo Mattei, con l’obiettivo dichiarato di “tutelare l’inviolabilità del corpo umano, opponendosi all’isteria alimentata dal potere attuale e dal Leviatano sanitario”).

Giorgio Agamben, che pure è stato un intellettuale di valore, ci ha ammannito più volte, nei mesi scorsi, fragorosi esempi di ragionamenti precipitati nell’astrattezza.

Per lui, infatti, così come per Cacciari e Mattei, l’intenzione vera dello Stato non sarebbe di obbligarci, di fatto, alla vaccinazione tramite l’obbligo sempre più generalizzato del Green pass (senza Green Pass, lamentano in coro, non possiamo andare al ristorante o nei musei o nei cinema), ma l’obiettivo è esattamente il contrario: lo Stato spingerebbe alla vaccinazione proprio per imporre il Green pass, con la finalità di arrivare ad un controllo pervasivo sugli spostamenti e sulle modalità di vita di ciascuno. Il tutto in direzione di una società intrinsecamente autoritaria, strutturata con la logica del grande fratello orwelliano. E con in più la discriminazione tipica dei regimi totalitari nei confronti dei cittadini “non conformi”, ai quali si vuole impedire, proprio perché “non conformati”, sia di lavorare che di frequentare gli spazi pubblici.

Questi “intellettuali del dubbio astratto” non si pongono, in effetti, né il tema dell’“’interesse pubblico”, né soprattutto la questione del reale protagonista dell’attuale passaggio storico, ovvero il virus.

Per quanto concerne il primo aspetto, siamo, è facile intuirlo, alla tradizionale cultura del liberalismo di destra, per il quale lo Stato dovrebbe avere competenze minime, mentre andrebbe lasciato tutto lo spazio d’azione alla volontà dei singoli individui, proprio i singoli in quanto singoli. Come ebbe a dire il primo ministro britannico Margareth Thatcher in una nota intervista del 1987: “Non esiste una cosa come la società. Ci sono uomini e donne, e le famiglie”…

D’altronde è risaputo che in larga parte degli Stati Uniti si ritiene un diritto intangibile dell’individuo portare armi, e se lo Stato prova a vietarne la libera compravendita o comunque a regolamentarne il possesso  e l’uso, lo si accusa, per l’appunto, di voler sopprimere le libertà individuali. In Europa questo tipo di cultura è stata storicamente meno presente, per cui quasi nessuno si ritiene menomato se trova il divieto di campeggiare o accendere fuochi in un’area protetta,  né si ritiene leso nella sua dimensione umana se non può costruirsi una casa a proprio piacere, indipendentemente dai piani regolatori.

Tuttavia, proprio la vicenda dei vaccini e del covid ci sta rivelando come il sentimento di socialità, così tipico della storia europea, si stia vistosamente incrinando. Persino in paesi che sono stati fortemente attraversati dalle istanze di emancipazione del movimento operaio e  delle classi povere, come l’Italia e la Francia.

Per quanto concerne il secondo aspetto, siamo, mi dispiace dirlo, ad una visione davvero fumettistica della società, del potere e delle dinamiche storiche. Si sostiene che l’obiettivo vero di tutti gli Stati sarebbe la istituzionalizzazione di un nuovo strumento di controllo sui nostri spostamenti e sulle nostre frequentazioni. Per usare le parole di Agamben, il Green pass “serve a rafforzare il paradigma del controllo che ha sostituito, nelle società avanzate, il precedente paradigma del disciplinamento”.

Ai suoi occhi, lo scenario avrebbe straordinarie rassomiglianze con quello che accadeva nell’Unione Sovietica staliniana, dove occorreva esibire una sorta di lasciapassare per spostarsi da una località all’altra. Con l’aggiunta della inibizione dello spazio pubblico, e della stessa possibilità di lavorare, per coloro che non intendono ricevere, e tantomeno esibire, questa sorta di “nuovo lasciapassare”. E per rendere meglio la condizione discriminata in cui verrebbero a trovarsi i cittadini “senza lasciapassare”, Agamben li paragona senz’altro agli ebrei segnati con la stella di Davide nella Germania nazista …

3) Ma al di là dei paragoni assurdi e offensivi della tragicità della storia, il punto è che se si procede con questa spettacolare inversione dell’importanza tra Green Pass e vaccino, l’andamento astratto del ragionamento diviene addirittura assoluto.

Difatti, nel discorso di Agamben, Lottieri e compagnia, il Covid19, il virus, semplicemente scompare; e tutte le questioni vengono linearmente ricomprese nei paradigmi politologici della “governamentalità”. Vengono spiegate, cioè, con l’identico punto di vista che i politologi utilizzano quando parlano dei meccanismi di potere. Con la conseguenza che il quadro viene tutto occupato dalle regole politiche, e la pandemia globale semplicemente non trova posto.

Questo il nodo vero. Svanisce come per magia il virus, col suo corredo ufficiale di cinque milioni e passa di morti e col suo strascico di sofferenze anche in chi è guarito. Evaporano i dati che quotidianamente aggiornano i lutti e le sofferenze. E scompaiono, soprattutto, gli allarmi degli scienziati e dei ricercatori sulla estrema mutabilità di questo virus, sulla sua impressionante capacità di trovare nuove vie per sottrarsi all’azione dei vaccini.

In altre parole, Agamben e i suoi amici parlano del Green pass collegandolo direttamente ai paradigmi teoretici e alle coordinate interpretative con cui avevano normalmente guardato il mondo fino all’anno 2019. E così non vedono il mondo concreto di oggi, quello che è realmente alle prese con una pandemia micidiale e con lutti giganteschi (lutti di difficile, se non impossibile conteggio in vaste aree del mondo povero). Non si misurano, insomma, sulla questione del virus e col tema della difesa concreta della salute pubblica.

Io non so se ora stiano diminuendo coloro che lo hanno applaudito in questi mesi, ma temo che siano ancora troppi quelli che si baloccano con l’illusione che il Covid sia poco più di una influenza, o addirittura un’invenzione dei “potenti”: governanti vari, finanzieri, big pharma, consorterie similmassoniche, eccetera, eccetera. Leggo in giro sui social, e si odono talvolta anche nelle piazze, affermazioni decise sul fatto che le zoonosi siano dinamiche biologiche inesistenti o ininfluenti, oppure che il Covid19 sia una sorta di notizia-bufala, o, peggio ancora, un mefistofelico inganno ordito dai poteri cattivi per meglio schiacciare i poveri cristi.

Ma se si vuol conservare una qualche consapevolezza minima del passaggio storico, drammatico e complesso in cui ci troviamo, allora non si può davvero eliminare dai nostri discorsi l’autentico protagonista di questa transizione storica, e cioè, per l’appunto, quel microscopico virus. Lo si potrebbe mai cancellare senza cadere in uno spazio immaginario o, nel migliore dei casi, puramente, astrattamente concettuale?

E d’altra parte, come ignorare che, nell’attuale società digitale, i meccanismi di controllo sono già diventati straordinariamente pervasivi? Tutti abbiamo in tasca un telefonino che serve a tante cose e non semplicemente a telefonare. E tutti sappiamo che nei Big data sono raccolti i nostri spostamenti, le nostre frequentazione, le nostre conversazioni, il nostro stato di salute, persino i nostri conti correnti. Vale a dire, tutto ciò che ci riguarda: dagli affetti privati all’orientamento politico. Gli algoritmi di WhatsApp, di Facebook e di Twitter ci profilano con straordinaria esattezza, mettendoci in relazione con i nostri simili e costruendo definite e circoscritti tribù virtuali. Ridisegnano in tal modo i contorni dello spazio pubblico reale, e non solo virtuale.

Il Green pass accrescerà questa dinamica? Ovviamente sì. Ma allungherà appena di qualche centimetro l’elenco dei nostri dati: perché di questo si tratterebbe, considerato la mole delle informazioni già possedute dai sistemi informatici.

Se la questione è che possiamo essere controllati, noi lo siamo già.

E peraltro bisognerebbe anche dire che la “società del controllo” è pluridirezionale: c’è un controllo dall’alto verso il basso, c’è un controllo all’interno del basso e all’interno dell’alto; e c’è un controllo persino del basso verso l’alto, come dimostrano talune vicende esemplari come il sempre più drammatico caso Assange e il caso Snowden.

Insomma, sul piano del controllo – per usare un termine caro ad Agamben, sul piano della governamentalità -, il Green pass non mi pare per nulla destinato a produrre effetti significativi. La verità è che bisognerebbe essere intellettualmente onesti e porsi l’interrogativo su quanto pesi, in tali convinzioni, la diffidenza così diffusa verso la scienza.

Noi siamo passati piuttosto bruscamente dalla centralità del sapere alla centralità della comunicazione. Ma la comunicazione non necessariamente ha dentro di sé i contenuti del sapere. Essa vale semplicemente come comunicazione. Punto e basta. E la conseguenza di questo sopravanzare della comunicazione sul sapere ha già fatto diverse vittime.

Una prima vittima è appunto la conoscenza scientifica; un’altra è il sentimento della storia; un’altra ancora è la consapevolezza della complessità delle questioni. Ed è stato messo purtroppo nell’angolo anche l’atteggiamento di necessaria umiltà nei confronti dell’albero della conoscenza, il “so di non sapere” socratico.

Di fatto, la supponenza di chiunque verso chiunque è null’altro che l’effetto visibile di una tale impressionante crisi del sapere rispetto alla centralità della comunicazione.

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