Gli zapatisti, i social forum e LEF

Una nuova stagione di Social Forum che superi i limiti di un tempo

È difficile prevedere cosa ne sarà del tentativo generoso degli zapatisti di far rivivere, con nuove modalità e in nuove forme, quella che vent’anni fa si delineò come rete internazionale dei Social forum. È difficile dire se ci siano oggi le condizioni affinché coloro che si battono per un mondo diverso, all’insegna della libertà di ciascuno, dell’eguaglianza di tutti e della fraternità tra le persone, si riconoscano come frammenti di un’unica spinta storica, indirizzata non semplicemente alla costruzione di una nuova società ma anche, e soprattutto, di una nuova umanità, capace di vivere in armonia con i tempi concreti di vita e con la naturalità degli elementi nei quali siamo immersi.

In effetti, venendo in Europa ed incontrando decine di migliaia di attivisti, gli zapatisti ci hanno consegnato un interrogativo e una raccomandazione. L’interrogativo è cosa facciamo concretamente, cosa fa ciascuno e ciascuna di noi, di fronte alla crisi complessiva dell’attuale condizione umana, così drammaticamente evidenziata dalla virulenza della pandemia, dal susseguirsi delle catastrofi ambientali, dalle sofferenze delle migrazioni, dal crescere della povertà, dal moltiplicarsi delle vite di scarto. La raccomandazione è che nella fluidità del nuovo stadio della modernità creato dalla pandemia di covid19, e col declino ormai conclamato degli assetti neoliberisti e delle logiche dello sviluppo puramente quantitativo, occorra agire con un surplus di determinazione per contrastare un andamento storico particolarmente insidioso. Lasciata a se stessa, l’attuale fluidità dei processi economici e politici ricrea, infatti, ingiustizie e gerarchie, oppressioni e aggressioni, alienazioni e angosce.

Ma non si tratta di dar vita, come si sarebbe linearmente pensato nel Novecento, ad una sorta di “Internazionale” antiliberista o anticapitalista, opponendo una logica puramente politica alla logica politica delle classi dominanti. Non si tratta, cioè, di costruire una unica soggettività politica sovranazionale. La prospettiva, piuttosto, è di: 1) agire quotidianamente, e non solo parlare; 2) agire localmente, e però con una mentalità (una mentalità, non una organizzazione) globale; 3) agire programmaticamente al di fuori delle modalità tradizionali del “fare politica”, costruendo una critica decisa proprio ai paradigmi della politica incentrata sul potere statale, oltre che una critica decisa ai paradigmi dell’economia incentrata sui valori di scambio.

Poiché noi di LEF condividiamo pienamente il tema dell’alternativa al capitalismo come alternativa di vita globale e non in quanto semplice modifica degli assetti economici; e poiché pensiamo che tale alternativa debba essere contemporaneamente declinata anche come critica non solo dei governi ma proprio delle istituzioni in quanto tali, non abbiamo difficoltà a dichiararci in grande sintonia con le prospettive nuove che ci vengono da mondi solo apparentemente lontani, come il Chiapas e il Rojava. Al tempo stesso, ci proponiamo di dare il nostro piccolo contributo alla costruzione, che riteniamo attuale oltre che necessaria, dei Social Forum.

Social forum, dunque. E però, con modalità nuove: più interessati alla costruzione concreta degli spazi di autonomia dallo stato di cose presenti e meno attratti dalla fantasmagoria degli annunci e delle proclamazioni. Ed anche, voglio sottolinearlo, più capaci di guardare la complessità dell’attuale capitalismo e cogliere l’intrinseco squilibrio del mercato internazionale di capitali e merci.

Un consistente limite dei Social forum di Seattle, Porto Alegre, Genova, eccetera, fu, infatti, la sostanziale incomprensione delle dinamiche del valore-lavoro nell’attuale fase della “totalizzazione del rapporto sociale di capitale”, con la conseguente sopravvalutazione delle reali ‘possibilità di governo’ delle classi dominanti. Ad affamare i popoli del Sud del mondo non è infatti, oggi come oggi, solamente la politica egoistica dei paesi ricchi (che pure agisce e aggrava ulteriormente gli squilibri); e non sono neppure le sole regole neoliberiste della finanza internazionale (che pure hanno avuto finora un peso notevole nella crescita delle disuguaglianze a scala globale). Ad inchiodare davvero i paesi poveri alla loro miseria è, invece, proprio il sistema capitalistico in quanto tale.

La forza e le illusioni dell’economia solidale

È abbastanza noto come i movimenti che, a cavallo tra XX e XXI secolo, confluirono nei Social Forum non si limitarono ad esortare i governi e i parlamenti. L’attivismo no global propose caparbiamente anche taluni percorsi pratici di “economia solidale”; e soprattutto in Brasile e in Argentina presero corpo diverse sperimentazioni di ‘economia a chilometro zero’, in parte ancora attive, che puntavano alla redistribuzione diretta delle produzioni e dei lavori all’interno delle comunità locali, nonché ad un commercio più ampio su basi equo-solidali e con un contestuale miglioramento complessivo delle condizioni di vita dei produttori. Sono state, e sono tuttora, esperienze assai limitate, scarsamente significative sul piano quantitativo; ma il loro peso politico tendeva ad oltrepassare il recinto di nicchia che le caratterizzava sul piano economico.

Di fatto, le isole di economia alternativa cercavano di riempire, in quegli anni, le insufficienze del welfare e dell’intervento pubblico. Non potevano, ovviamente, modificare lo stato complessivo delle cose; ma non va sottovalutato che la loro scarsa incidenza pratica fosse compensata da una grande suggestione sul piano ideale, linearmente contrapposta al trionfo del neoliberismo. Con le loro strutture auto-organizzate, le variegate isole di economia alternativa mettevano in evidenza gli squilibri del sistema e denunciavano con efficacia lo sfascio dei servizi pubblici causato dalle privatizzazioni e dalle disuguaglianze internazionali. In un contesto storico segnato dal fallimento di interi stati sotto il peso del debito,[i] quelle esperienze agivano soprattutto come provocazione politico-culturale. Era la loro stessa esistenza a rendere manifesta l’assurdità dell’idea-base del liberismo economico, e cioè che il mercato mondiale, lasciato libero a se stesso, potesse produrre ricchezza per tutti e rimettere ordine nell’economia degli stati.

In Argentina, quando tra il 1999 e il 2001 si arrivò a un nuovo e ancora più drammatico default rispetto a quello già durissimo del 1982, si moltiplicarono ovunque i luoghi dello “scambio solidale”, con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone. Accadde anche che diverse aziende fallite videro una lenta ripresa dell’attività in seguito all’occupazione degli stabilimenti da parte degli operai in stato di agitazione permanente e costituitisi in cooperative di autogestione. Ancora nel 2007, questa inedita economia industriale di lotta e solidarietà contava più di 10.000 addetti.[ii]

Non c’è bisogno di insistere sulla distanza abissale tra il peso poetico dell’economia solidale e il peso prosastico dell’economia reale nel flusso reale delle produzioni e del commercio. L’ho già detto: il confronto può avere senso solo in riferimento al conflitto sociale, non certo sul piano dei dati economici.  Entrambe le economie vanno rapportate, infatti, all’aggravarsi degli squilibri sociali nella seconda metà del XX secolo.

Tra il 1950 e il 1996 il commercio mondiale si era moltiplicato per 20: da 315 a 6000 miliardi di dollari. Ma questo andirivieni spettacolare di merci e denaro non aveva portato a un mondo più equo. Lo sottolineava lo stesso ONU a proposito del panorama sociale del 1997. Mentre nel 1960 il 20% più povero della popolazione mondiale disponeva comunque del 2,3% del prodotto mondiale (contro il 70,2% goduto dal 20% più ricco), dopo trentasette anni il dislivello era cresciuto in modo spettacolare: quel 20% povero aveva visto ridursi la sua quota appena all’1,1%; di contro, il 20% ricco era salito fino all’86% della ricchezza mondiale.[iii] 

In breve. l’economia solidale e il consumo critico (proveniente, attraverso contorti rivoli, dall’esperienza hippy della fine degli anni ’60) non potevano, non possono, mettere in crisi il modello neoliberista. Tantomeno potevano ridurre all’angolo i rapporti sociali capitalistici. Ma quelle stesse pratiche, inserite in una stagione di mobilitazioni e lotte, divenivano facilmente dei vessilli, si ponevano come prefigurazioni che davano forza e argomenti alla critica di massa della società capitalistica. 

Voglio dire, in sostanza, che va sì segnalata, ma non certo enfatizzata l’insufficienza analitica sul capitalismo del movimento No Global. Anche perché si tratta di una difficoltà tuttora diffusissima persino tra coloro che fieramente si proclamano marxisti. Non è certamente qui che possiamo parlarne in modo disteso; ritengo utile, tuttavia, qualche annotazione sullo scambio diseguale del valore-lavoro come fondamento del rapporto squilibrato tra il Nord e il Sud del mondo. Un semplice accenno (il lettore più esigente, se vorrà, potrà rivolgersi a un mio libro di alcuni anni fa, Teoria della Totalizzazione), che potrebbe aiutarci nell’individuare, e circoscrivere, i limiti culturali dei Social Forum.

Lo scambio diseguale del valore-lavoro

Nell’attuale sistema capitalistico – segnato, per come la vedo io, dai processi di “totalizzazione” dei rapporti sociali di capitale -, se un Paese A vale, economicamente, dieci volte un Paese B (per PIL, produttività del lavoro, infrastrutture, sistema macchinico, disponibilità finanziaria), ogni scambio commerciale e ogni transazione finanziaria tra i due, benché formalmente a valori eguali, produrrà un incremento inevitabile della distanza, col tendenziale peggioramento delle condizioni economiche del Paese più debole.  Dal punto di vista dei valori formali, lo scambio sarà perfettamente uguale e non diseguale, sicché nelle transazioni commerciali dell’epoca nostra non sembra annidarsi alcuna insidia: che male ci sarebbe se un valore 100 parte da un paese A (che vale, sullo scacchiere mondiale, poniamo 100.000) e arriva ad un paese B (che vale, invece, 10.000); mentre, in parallelo, un altro valore 100 da B raggiunge A? Sempre di un 100 sembra trattarsi.

Eppure, c’è una differenza sostanziale tra quei due 100. Essa risiede nel meccanismo di partenza: il valore 100 che viene da un millesimo di 100.000 comporta una diminuzione nell’insieme dei valori sociali corrispondenti, di modo che il valore che ne esce è 99.900; simmetricamente, nel paese B il valore totale passa da diecimila a 9.900. Ma mentre 100.000 stava a 10.000 in un rapporto di 10 a 1, 99.900 sta a 9.900 in un rapporto di 10,1 a 1.[iv] Da una grandezza pari a dieci volte, il paese A passa ad essere più di dieci volte il valore dell’altro paese B.

Il punto è che lo scambio, nella esemplificazione proposta, si trova fissato al valore 100 non dopo che è avvenuto, ma esattamente prima che avvenga. E ciò comporta che il rapporto complessivo tra A e B, formalmente fissato in 10 a 1, sia stato effettivamente pensato, fin dall’inizio, come rapporto di 10,1 a 1.

Potrei dirlo anche in altro modo: è il paese A che definisce il valore. Nella comparazione di grandezze il suo 100 vale, infatti, realmente più del 100 del paese povero; e questo, proprio perché il suo impiego accresce la distanza tra i due. La controprova è nel fatto che se i due 100 si annullassero entrambi e venissero portati via dai rispettivi contesti – per esempio, incamerati ugualmente, senza corrispettivo, da un terzo paese C – quello che ne verrebbe fuori, in termini di rapporto tra A e B, non sarebbe uguale a prima: come abbiamo visto, il rapporto tra 100.000 e 10.000 non è lo stesso del rapporto tra 99.900 e 9.900. Pur vedendosi sottratto ugualmente un valore 100, A perderebbe di meno, per così dire, del paese B, e rispetto ad esso si porrebbe comunque un passo più avanti di prima.

In poche parole, la costruzione del 100 di B deve contenere non solo il corrispettivo astratto di un valore 100, ma anche un’aggiunta in più, che possa realmente permettere al 100 di B di porsi in relazione uguale col 100 di A. Così se definissimo i valori sul piano della cronologia del tempo, ciò che ho detto significa null’altro che questo: i tempi di lavoro di B riescono ad equivalere a quelli di A solo diventando più lunghi. 100 minuti di A devono equivalere a 100,1 minuti di B, 100 ore (ovvero 6000 minuti) si tradurranno in 6006 minuti (100 ore e 6 minuti), 1000 ore di lavoro definite in A diventeranno 1001 ore di lavoro svolte in B.[v]

Insomma, B ha di fronte un valore astratto già dato, che struttura la relazione commerciale. Tale valore astratto rappresenta la metamorfosi in merce del lavoro concreto nel suo punto di massima espressione tecnologica e di più alta efficienza produttiva: è di fatto l’astrazione del lavoro concreto di A. Ma B, per rendere parimenti astratto il suo concreto lavoro, ci deve mettere di più. Di più in potenza produttiva. Deve, cioè, mobilitare più quantità della potenza produttiva di cui dispone rispetto a quanto dovrà fare A, che, invece, mobilita esattamente la quantità necessaria a determinare il valore 100 e non un grammo di più.

Il fatto è che è proprio A a fissare la linea di valore, mentre B deve adattarsi alla definizione data da A. Così, il paese (o il sistema di paesi) che possiede il maggior numero potenziale di tempi sociali di produzione è davvero quello che determina l’insieme dei valori. E nell’equiparazione astratta dei valori questo elemento non si perde, sicché l’ora del paese povero è più lunga.

Ma, e qui siamo al punto veramente decisivo, se io cedo 1000 ore di lavoro, e ricevo in cambio 1001 ore, avrò realizzato senz’altro un valore aggiuntivo che è propriamente un in più: avrò sommato al lavoro complessivo che esiste nel mio sistema di partenza, un valore aggiuntivo (un’ora in più ogni 1000 ore di lavoro), che mi arriva senza che io debba pagare alcun prezzo per averlo. Tale valore aggiuntivo viene obiettivamente sottratto, per la forza stessa delle cose, ad altri sistemi di partenza che sono meno forti del mio, e ciò proprio perché sono storicamente meno forti. In tal modo, nel determinarsi dei grandi numeri e dei grandi flussi di scambio, si arriva ad una situazione che è di accumulo, da un lato, e di simmetrica spoliazione, dall’altro.

In sintesi: la realtà concreta dello scambio diseguale neo-imperialistico comporta che una merce x prodotta in un paese ricco A in tempi sociali z, frazione infinitesima dell’attività di lavoro complessivo di quella economia, abbia un prezzo uguale ad una merce y prodotta da un paese povero B in tempi sociali k. Ma questo k sarà una frazione meno infinitesima dell’altra, poiché questo secondo tempo sociale coprirà una quota-parte più grande dell’attività di lavoro complessiva dell’economia povera.

Insomma: da un lato, il sud del mondo perde energie che si aggiungono ai valori astratti al fine di mantenere la relazione commerciale tra equivalenti; dall’altro, perde ulteriori energie anche solo per riuscire a metabolizzare i valori d’uso ricavati dalla relazione commerciale dentro il proprio sistema di articolazione sociale (banalmente: i pezzi di ricambio di un trattore che il paese povero B ha acquistato dal paese ricco A). Si trova perciò, costretto alla medesima condanna di Sisifo: nell’età del neoimperialismo, proprio come il tragico personaggio mitologico, il paese povero dovrà portare faticosamente in su il masso del suo sviluppo, ma lo vedrà inesorabilmente scivolare in giù, verso il basso. E il suo destino è di ritornare al masso, riportarlo sulla sommità e vederlo nuovamente rotolare in basso.

Per dirla in una battuta: il paese povero, se vuole sviluppare rapidamente la sua economia, non può fare a meno di acquistare il trattore prodotto dal paese ricco. Ma dopo l’acquisto si ritroverà progressivamente più povero e non più ricco di prima…

Così, l’andamento effettivo degli scambi è intrinsecamente squilibrato, al di là della stessa volontà di sopraffazione dei governi e dei capitalisti del nord del mondo. Nel commercio si riversano le produzioni sociali di un Paese; e questo vale anche quando si tratti di minerali e di derrate alimentari. Dentro il commercio internazionale agisce sempre la forma-valore per come tende a definirsi nell’età della totalizzazione. È perciò il confronto tra potenze produttive il fondamento autentico dell’insieme del commercio.

La critica proposta dai Social Forum al paradigma del neoliberismo ha solo sfiorato questa corposa dinamica strutturale del capitalismo. Ha visto essenzialmente la fenomenologia di quello che accadeva, e cioè che le grandi agenzie del commercio e della finanza internazionale, WTO, BM e FMI, come pure i G7, davano ordine al moto incessante dello scambio diseguale. Ma quei soggetti finanziari regolavano semplicemente il traffico; non lo generavano. La visione di Porto Alegre assegnava invece agli organismi sovranazionali dell’economia una funzione propriamente generativa degli squilibri. Di qui l’insistenza sul “controllo democratico delle decisioni”, sul “not in my name”, sull’egoismo onnivoro dell’1% contro il 99% della popolazione.

C’erano, dunque, vistose lacune nel ragionamento. Ma esse, almeno nell’immediato, non producevano particolari guasti. Magari dentro una precipitazione rivoluzionaria, con all’ordine del giorno il comunismo, simili incertezze sul sistema capitalistico avrebbero avuto più gravi conseguenze. Ma all’ordine del giorno non c’era affatto la rivoluzione, bensì la ripresa del conflitto sociale.

Lo sottolineo di nuovo: l’elemento di gran lunga più significativo del processo storico avviato a Seattle e proseguito dai Social Forum è stata proprio la ripresa della conflittualità sociale. Si è trattato di una ripresa ancora più estesa che nello stesso Sessantotto. E voglio anche mettere in evidenza il lato positivo della stessa insistenza etica: benché originata da un fraintendimento analitico, essa comunque spingeva per una più stretta connessione della trasformazione della società con la trasformazione degli esseri umani.

Ed è proprio per quell’intreccio stretto di rivoluzione sociale e rivoluzione antropologica che ha senso riprendere oggi l’esperienza dei Social Forum. Ma dovrà essere una ripresa con forme e contenuti nuovi, meno proclamatori e più immediatamente operativi. Soprattutto dovrà trattarsi di una dinamica di pensiero e di azione pienamente consapevole del nodo da sciogliere, e anzi da tagliare di netto: il nodo è esattamente il capitalismo in quanto tale e non semplicemente la sua particolare configurazione liberista.


[i] Dopo la dichiarazione di insolvenza del Messico, seguito a ruota dall’Argentina (1982) e dal Brasile (1983), molti paesi sudamericani e tantissimi dell’Africa sono andati incontro al formale default economico tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI.

[ii] Cfr. R. Rizza, J. Sermasi, Il Lavoro Recuperato, Bruno Mondadori, Milano 2008.

[iii] I dati sono del Rapporto sullo sviluppo umano 1997, redatto dall’UNDP (Programma per lo sviluppo delle Nazioni unite). In F. Laurenti, C. Frediani, N. Vallinoto, Le parole di Porto Alegre, Frilli Editori, Genova 2002, p. 35.

[iv] A essere precisi, il rapporto è di 10,09 (periodico) contro 1.

[v] Sullo scambio diseguale del valore-lavoro, cfr. R. Malinconico, Teoria della Totalizzazione, Edizioni Melagrana, San Felice a C., vol. II, pp. 155–308.

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