Gli algoritmi del capitale e quelli dell’umanità

1) La spinta all’integrazione di uomini e cose ha caratterizzato il capitalismo fin dalle sue origini. La sua stessa esistenza si è storicamente definita come modifica incessante delle relazioni sociali e degli strumenti che producono crescita e ricchezza.

E anche oggi, nonostante l’affanno di sanità ed economia dovuto all’epidemia di covid 19 e alla crisi degli equilibri neoliberisti, il capitale sta modificando la società attraverso pervasive politiche di intensificazione dei volumi produttivi e l’utilizzo generalizzato delle nuove tecnologie informatiche e robotiche.

Di fatto, le trasformazioni messe in atto dal capitalismo nell’attuale fase di “totalizzazione matura del rapporto di capitale” poggiano su strumenti tecnologici digitali che offrono  vastissime opportunità e flessibilità e spingono l’umanità a convivere con condizioni sociali e di lavoro sempre più complesse. Un assaggio della potenza tecnica delle nuove macchine si è avuta  durante il periodo più difficile della pandemia, quando si sono materializzate sotto i nostri occhi inedite forme di convivenza sociale e abbiamo tutti capito quale volto potrebbe assumere il futuro sul nostro pianeta.

Già oggi la civiltà digitale composta da hardware, software, bit, algoritmi, big data, intelligenza artificiale e ingegneria genetica  non è più un mondo virtuale separato da quello reale, ma partecipa in modo profondo alle dinamiche sociali: non solo influenza il nostro agire ed i nostri modi di pensare, ma diviene sempre più il principale fattore tecnico nella produzione di merci e servizi.

Il punto, però, è che nonostante  le utilità, i benefici e i vantaggi nell’ambito della vita quotidiana, cui nessuno di noi saprebbe più rinunciare, la società digitalizzata ingigantisce a dismisura i processi di alienazione, irreggimentazione e controllo sociale. Anzi, mentre per il capitale le nuove tecnologie sono indispensabili per rimodellare la società, per le classi subalterne e il lavoro subordinato, la “rivoluzione digitale” si è già precisata come ulteriore crescita dello sfruttamento e dell’oppressione.

2) La rapidità del cambiamento e la profondità del rimodellamento  della società ci chiedono imperiosamente di aggiornare l’insieme dei nostri paradigmi cognitivi e gli stessi processi di conoscenza individuali e sociali.

Ignorare l’innovazione tecnologica  in cui siamo immersi, far finta di niente, o peggio ancora far mostra di aver capito continuando con vecchie pratiche e vecchie categorie interpretative che vanno avanti per inerzia, ci fa rimanere fermi su forme novecentesche e rigide di analisi e di governo della realtà.

Detto in breve, in questo inizio di nuovo millennio il digitale sta spingendo per la vittoria del pensiero computazionale a scapito di quello emozionale, etico ed estetico, assumendo  la forma di un nuovo general intellect che, attraverso impalpabili algoritmi e big data, sta costruendo un futuro eminentemente “procedurale”. Le dinamiche di digitalizzazione e robotizzazione lo costruiscono già mentre lo prevedono. Come moderne sibille cumane.

Si sta determinando, in questo modo, una nuova egemonia culturale della modernità capitalista, in grado, proprio  attraverso gli elementi di cui si nutre il digitale, di agire e di orientare sul piano politico, economico e sociale i comportamenti, la mentalità e le relazioni tra gli individui a livello planetario. E in aggiunta, queste dinamiche hanno, da quello che si percepisce anche solo guardandosi attorno, una larga legittimazione e un consenso generalizzato.

Di fronte a questi cambiamenti davvero epocali, prima ancora di perdere il confronto con il capitale ed i suoi governi, il movimento operaio e dei lavoratori sta uscendo ulteriormente disarticolato.

La ristrutturazione della società e della produzione non avviene, infatti, soltanto con l’intensificazione delle gerarchie, il gigantismo delle macchine e la complessità dell’organizzazione. Avviene soprattutto attraverso l’interconnessione digitale con cui miliardi di persone – in modo singolo, o, a piccoli e grandi gruppi sociali ed economici – possono relazionarsi con l’intero pianeta e introdurre cambiamenti su larghissima scala. Ovviamente, per farlo correttamente ed efficacemente, dovranno saper interpretare la nuova realtà, almeno alla sua superficie, ed operare “al passo con i tempi”.

3) Le nuove tecnologie digitali hanno la capacità di servirsi di un insieme di dati  provenienti dall’esterno e possono far interagire il sistema produttivo e la società con tutto ciò che ci gira intorno. Proprio per l’inedita centralità dell’interconnessione, la realtà odierna sembra presentarsi meno gerarchica, spogliata da pesanti e farraginose mediazioni sociali e con strutture più flessibili. Internet permette ad ogni persona con uno smartphone o un  tablet di poter interagire con chiunque in pochi millesimi di secondi.

Potenzialmente siamo in contatto con persone e pensieri anche lontanissimi da noi; e questa vicinanza (virtuale) di tutti con tutti sta gradualmente influenzando la nostra vita privata e sta cambiando profondamente lo scenario sociale e il lavoro rispetto al secolo passato.

La politica, ad esempio, non è fatta più soltanto di corpi e ambienti fisici dove  incontrarsi e discutere. Anzi, l’agorà vero, per tante persone, è diventata la rete, rendendo obsoleti sedi, luoghi urbani e piazze. Analogamente, i luoghi di lavoro non sono solo automazione,  robotizzazione e presenza fisica del lavoratore in azienda, ma diventa sempre più strategica l’interazione da remoto.

In sostanza, il modello sociale che  tendenzialmente stanno costruendo i nuovi padroni del vapore digitale è “casalingo”, a bassa mobilità ed incontro umano. Si delinea, cioè, una sorte di “focolare digitale”; e “la comodità domestica” si traduce in un soft power che invita a non frequentare luoghi pubblici.

Si può lavorare in smart working, digitare opinioni su ogni  argomento, politico e non, ordinare cibo, abbigliamento, vedere film ecc. Ovunque esista una connessione si determina una rete. Ma è una rete, una interazione – questo va capito bene – non direttamente tra le persone, ma tra le persone e le macchine.    

Ancora una volta, in effetti, l’essere umano si trova incatenato alla macchina. È ancora questa la realtà che avanza: sembra sfuggente e apparentemente neutra, anche per la fasulla assenza del nemico, ma essa non è assolutamente estranea alla coscienza e al corpo sociale che l’ha generata e gestisce, e cioè al capitalismo.

4) Questo nostro tempo, dunque, si caratterizza per avere come fine e paradigma di funzionamento la sequenza “consumo–libertà–identità–presente”. Sono bruscamente archiviati i modelli del Novecento costituiti da “lavoro-politica-collettività–futuro”.

Questo nuovo ordine culturale orientato al consumo coinvolge integralmente “l’individuo produttivo sociale”, che lo alimenta continuamente appena un qualsiasi suo punto, un qualsiasi individuo, si interconnette con le macchine. Si determina, in questo modo, una gigantesca forza produttiva, che non solo conferisce al sistema maggiore efficienza e funzionalità, ma soprattutto mobilita il corpo sociale attorno agli interessi delle classi privilegiate.

D’altronde l’interconnessione globale  ha un grosso impatto non solo sulla nostra vita privata, ma anche su quella pubblica e nei luoghi di lavoro. Come tutti sappiamo, i gruppi di potere dominanti usano spessissimo le innovazioni tecniche digitali come strumento di propaganda per orientare la società, alimentando – in modo sempre  più intenso, invasivo e capillare rispetto al secolo scorso – una solida “falsa coscienza” proprio nelle classi popolari.

Episodi eclatanti e vistosi dell’impatto dell’uso delle nuove tecnologie nella vita pubblica, si sono avuti nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America del 2016, che ha visto come protagonisti Trump e Hilary Clinton. I servizi segreti U.S.A. accertarono l’intervento esterno  del presidente russo Putin per danneggiare la candidata democratica con l’uso di strumenti digitali. E in Cina l’irreggimentazione sociale attraverso il digitale fa sì che i cittadini vengano misurati attraverso un “social score” gestito da due società, Alibaba e Tecent, che hanno accesso ai dati ed alle relazioni sociali delle persone; un “social score” che è direttamente legato alla carta d’identità nazionale dei cinesi. Oltre a misurare la capacità di pagamento dei singoli cittadini, i punteggi sono usati come misura della conformità politica delle persone. E il loro credito può essere bloccato se i loro comportamenti non risultano “corretti”.

Siamo, dunque, ad una sorte di “capitalismo della sorveglianza”, con una nuova forma di accumulazione di ricchezza costruita su tecniche di acquisizione di informazioni e con operazioni di modifica del comportamento delle persone.

5) Ma se nel sociale le nuove tecnologie digitali influenzano pesantemente la nostra vita privata e quella pubblica, è proprio nei luoghi di lavoro che il capitale e i suoi vari segmenti giocano la battaglia decisiva. E questa battaglia il capitalismo non  la combatte  solamente, come nel passato, aumentando lo sfruttamento dei lavoratori, o con la semplice automazione e robotizzazione delle aziende.

In effetti, quella attuale è una competizione economica fatta di algoritmi e big data, in cui si scontrano non solo  singoli segmenti del capitale (come  nella disputa tra Cina, Stati Uniti ed Europa sulla gestione dei dati sensibili nella fornitura del 5G), ma viene mobilitato, e partecipa 24 ore su 24, esattamente “l’individuo produttivo sociale”. Esso si relaziona continuamente,  attraverso i consumi e le opinioni, con questo novello general intellect fatto di macchine ad apprendimento automatico.

Chiunque si connetta, anche solo a fini ludici, influenza la produzione, l’organizzazione del lavoro e le innovazioni  aziendali, venendone a sua volta condizionato. Non è un caso che studi di parte padronale indicano che ormai il 70% delle idee di innovazione aziendali provengono dai suggerimenti dei territori e dall’universo-mondo, mentre solo il 30% dai dipendenti delle singole aziende .

A soffrire di questa nuova situazione di subordinazione del lavoro alle macchine, è in particolare la condizione dei lavoratori precari, che già in partenza dalle nuove tecnologie digitali sono organizzati, monitorati, sanzionati e costretti a turni di lavoro insostenibili per evitare che l’algoritmo li retroceda, li disattivi e quindi li licenzi.

Abbiamo così lavoratori che prima venivano solo sostituiti dalla macchine nel proprio lavoro,   mentre attualmente  sono completamente sussidiari nel rapporto lavorativo. Tanto più  che le nuove tecnologie ad apprendimento artificiale imparano dagli umani e tendono non solo a sostituirli, ma anche a controllarli ed a correggere le disfunzioni e le inefficienze nell’organizzazione del lavoro.

E gli esempi non mancano. Gli autisti di Uber, che hanno messo in crisi il lavoro dei tassisti, oggi sono usati come istruttori inconsapevoli dalla multinazionale grazie ad un software ad apprendimento artificiale che li monitora raccogliendo i dati dei loro comportamenti; e tra poco saranno sostituiti dalle auto senza autista, che Uber ha intenzione di mettere sulle strade facendo concorrenza alle macchine di noleggio tradizionale.

I magazzinieri di Amazon sono controllati ogni secondo nel loro lavoro, e viene verificato ogni momento se rispettano le prestazioni assegnate dall’azienda. Tramite il monitoraggio continuo dei lavoratori, Amazon apprende il modo di lavorare e di agire dei propri dipendenti e trasferisce sui propri robot i modelli appresi dai lavoratori più efficienti. I robot sostituiranno in futuro i lavoratori di Amazon ed il loro algoritmo sarà basato sull’efficienza dei lavoratori modelli. E analogamente saranno sostitute le cassiere di Amazon Go: nei negozi degli States, già ora ingresso, acquisti, pagamenti e uscita sono gestiti tramite un’applicazione sullo smartphone.

6) Di fatto il digitale nella forma oppressiva sarà utilizzato, come ha annunciato in Italia il ministro Brunetta, anche  nella pubblica amministrazione, attraverso “il lavoro a pagella”. Il voto al personale sarà dato in base alle pratiche sbrigate e a questionari a cui in modo volontario saranno sottoposti gli utenti, con la possibilità da parte dell’ente gestore di richiamare, sanzionare, e persino di licenziare il lavoratore non in linea con lo standard richiesto.

Questionari sulla qualità dei servizi ricevuti dagli utenti di piccole e grandi aziende private   girano d’altronde quotidianamente in rete, e alla loro compilazione partecipa attivamente l’intero “individuo produttivo sociale”, dando voti, e costruendo in questo modo pagelle di efficienza e gradimento su servizi e merci prodotte .

Un caso significativo è quello di Netflix: su quella piattaforma il cinema di qualità, con le sue star e i suoi registi, proprio in base all’analisi dei dati di gradimento della rete, appare in enorme difficoltà, mentre vanno per la maggiore film che seguono piattamente il gusto e i comportamenti immediati degli utenti. Un altro  esempio è la pubblicazione dei libri, con le grandi case editrici che usano algoritmi e big data per seguire pedissequamente i gusti dei potenziali lettori e non la qualità dei testi.

Ma le innovazioni non riguardano solo i servizi: nuove modalità di organizzazione del lavoro stanno per essere messe in campo anche nei comparti della produzione industriale a partire da industria 4.0, adattando i sistemi operativi al lavoro da remoto.

La presenza delle macchine in un ruolo sempre più significativo nel nostro mondo sta insomma trasformando  la totalità nostre esperienze in algoritmi e dati, con linguaggi e fini sconosciuti alla maggioranza  delle persone e governati per lo più da facoltose cerchie di èlite cognitive o computazionali al servizio del capitalismo.

7) La differenza rispetto al passato è enorme. C’è, in particolare, un vistosissimo scambio di ruoli: da osservatore del funzionamento delle macchine, l’addetto è divenuto un oggetto osservato dalle nuove tecnologie. Ed è superfluo aggiungere che questa sua nuova condizione lo indebolisce sensibilmente nelle relazioni sindacali.

Del resto, la prima cosa che è stata superata è proprio la contrattazione novecentesca, così come il conflitto fatto per luoghi di lavoro, per categorie, per qualifiche, per mansioni e per produttività individuali. Ora le abilità lavorative sono in larga misura appannaggio delle macchine ad apprendimento automatico che le sussumono in sé, mentre  la produttività di ciascun segmento viene già inesorabilmente ricompresa, fin dall’inizio, nel ciclo produttivo generale, al quale concorre indipendentemente da  qualsiasi scambio contrattuale.

Inoltre, l’estrema flessibilità dei fattori prodotta da un cinquantennio almeno di dinamiche neoliberiste, col triste corredo delle delocalizzazioni e della precarietà dei lavoratori, hanno consegnato al capitale la piena possibilità di decidere dove, e con chi, produrre. Ed anche oggi che la pandemia ha rudemente scosso l’edificio neoliberista, sono soprattutto quei vantaggi che i capitalisti vogliono in tutti i modi mantenere.

Di fatto, la posta in gioco sono proprio i diritti e le concrete condizioni di lavoro. E la domanda di fondo è se sia davvero possibile, in questo livido scenario, immaginare un futuro non travolto dalle innovazioni tecnologiche e dagli assetti capitalistici. In altre parole: se sia possibile costruire in prospettiva  “la nuova umanità” su nuove relazioni sociali  che non siano quelle del capitalismo ma basate sull’uguaglianza tra gli esseri umani e la libertà  delle persone.

E poi: con quali forze ed in che modo può essere possibile costruire un “altro mondo possibile”?

8) Io credo che le condizioni per costruire un futuro diverso ci siano: proprio partendo dalle contraddizioni che le nuove forme economiche e sociali dell’estrema modernità capitalistica generano tra l’alto ed il basso della società. Anzi, il confitto sociale con il capitalismo del nuovo millennio è possibile dispiegarlo in più direzioni.

Anzitutto, sul piano culturale: contribuendo allo sviluppo di un nuovo pensiero dialettico e critico, che viva di razionalità, di imprevisti e di creatività, e soprattutto di nuova coscienza umana protesa verso il bene comune in contrapposizione all’attuale civiltà digitale degli algoritmi e big data che spingono verso il pensiero computazionale. La struttura pesantemente procedurale del pensiero computazionale promuove, infatti, una coscienza  fatta di automatismi  e  mancanza di creatività.

In secondo luogo, sul piano del lavoro: privilegiando  le lotte per la riproduzione della vita materiale (ovvero, quelle incentrate sulle effettive condizioni di esistenza del lavoratore) anziché quelle incentrate sulle dinamiche specifiche della  produzione sociale. In questo senso si rendono assolutamente necessarie l’istituzione di un reddito di esistenza e la riduzione d’orario a parità di salario. Già oggi, secondo un rapporto del Mckinsy Global institute, 6 lavori su 10 potrebbero essere svolti da computer e robot per una  quota  di circa il 30% del carico di lavoro; mentre 3 su 10 possono essere automatizzati fino al 65% e circa 5 su 10 potrebbero essere completamente automatizzati.

In terzo luogo, sul piano degli assetti proprietari: puntando, da un lato, all’autogestione delle aziende come risposta ai licenziamenti e alle delocalizzazioni, e, dall’altro, al controllo dei lavoratori sulle nuove tecnologie attraverso la conoscenza dei fini per cui sono programmati  algoritmi e big data nei luoghi di lavoro, di modo che gli stessi servano a migliorare la condizione e la sicurezza di tutti e non a peggiorarla.

In quarto ed ultimo luogo, sul piano degli assetti sociali: rivendicando diritti di cittadinanza per tutti e tutte, e imponendo l’utilizzo delle nuove tecnologie soprattutto per aumentare  la democrazia diretta e per la salvaguardia ambientale .

Ma tutto questo chi potrebbe farlo?

Io ritengo che bisognerebbe ragionare, anche dal versante delle lotte, con la logica delle reti. E soprattutto del protagonismo diretto delle persone. Tanto più che siamo in un’epoca di accentuata disintermediazione sociale.

Così, non è importante la caratterizzazione organizzativa degli attivisti che si pongono su un terreno di critica dell’esistente. Possono tranquillamente organizzarsi come vogliono: Partito politico, Struttura sindacale Movimento di lotta, Associazione di volontariato sociale, Gruppo di impegno culturale e civile. L’importante, però, è che si muovano con la logica del “fare rete”, e soprattutto con la pratica della autorganizzazione.

Si tratta, in sostanza, di mettere in risalto il protagonismo diretto delle persone facendo emergere  l’agire dei concreti proletari molteplici e variegati del nostro tempo. E facendo emergere l’intellettuale-massa in contrapposizione al general intellect modellato dagli algoritmi del capitale.

Le nuove tecnologie gestite dal capitalismo sono fatte di gabbie algoritmiche programmate, sotto molti aspetti, per opprimere, dividere le persone e valorizzare il capitale. Contro questo esito, occorre far valere un uso programmaticamente eversivo del digitale stesso: che contribuisca, cioè, ad unire le persone nella lotta per il bene comune.

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