Qualche buona ragione

Di seguito riportiamo in sintesi quanto discusso nell’incontro della redazione di LEF dell’11 settembre 2021.

in premessa

Abbiamo unanimemente convenuto che ci sono diverse buone ragioni per tenere in vita, e anzi far crescere uno spazio aperto e condiviso di dibattito e elaborazione, che è quanto cerca, riuscendovi solo molto parzialmente, di essere LEF.

uno

La prima ragione è che nell’età dei social è drammaticamente venuta meno la profondità della riflessione sul nostro mondo, sul nostro tempo e su noi stessi. Non che non circolino analisi e opinioni. Ma anche quando hanno davvero qualcosa da dire (e non capita spesso), passano facilmente come acqua fresca nel babelico vociare dei post infiniti.

Ma a questo destino ci si può sottrarre, almeno parzialmente, concentrandosi appunto sulla intensità, sulla qualità della riflessione; e solamente in seconda battuta sull’efficacia della comunicazione.

La riflessione, infatti, resta, o comunque ambisce a restare, nel tempo; la comunicazione perdura, e punta a durare, solamente nello spazio del momento. Più precisamente: nello spazio del momento cronologico, non del momento storico; che è fatto, se va bene, di un giorno intero, ma spessissimo di ore e finanche di minuti.

Anche LEF utilizza, ovviamente, il Web. Ma scrive proponendosi – può non riuscirci, ma questo si propone – di andare oltre i tempi frenetici della comunicazione social.

Si propone, cioè, di costruire una ‘elaborazione d’avanguardia’, che non sia prigioniera del “presentismo ossessivo” che caratterizza questo nostro tempo.

Muoversi in una logica di avanguardia significa, oggi come oggi, provare a recuperare per prima cosa la dimensione del tempo storico, quello che si snoda come passato/presente/futuro; puntando programmaticamente a un pensiero che traguardi di là del tempo immediato e che non sia spasmodicamente teso a produrre immediatamente degli effetti.

due

Una seconda ragione per mantenere aperto, e anzi far crescere ulteriormente, lo spazio di LEF risiede nella realistica possibilità, per le caratteristiche delle persone che compongono il nucleo redazionale, di andare oltre la riflessione astratta.

La riflessione nella nostra società, proprio a causa dei legami che ha con le culture dominanti, si presenta normalmente strapiena di contenuti, ma anche normalmente astratta. Si separa spontaneamente dal vivere effettivo degli esseri umani, dal reticolo dei legami che li avvolgono e dalle contraddizioni continue che essi vivono. Pure quando ragiona delle loro speranze e dei loro timori, la riflessione strutturata coi paradigmi della cultura dominante presuppone comunque uomini e donne immaginari, definiti come figure geometriche in uno spazio vuoto e non come connessioni frante e sfrangiate del mondo reale.

Si tratta, in sostanza, del limite inevitabile dell’atteggiamento intellettuale per come esso è maturato nella modernità dispiegata.

Tuttavia, per tenersi lontana da questa insidiosa astrattezza intellettuale, il gruppo di LEF può contare su qualche robusto anticorpo: e ciò perché è in larga parte composto da militanti e attivisti, ovvero da persone che, foss’anche solamente sul web, non si limitano a pensare e a parlare per semplice svago e impressione ma intervengono in modo socialmente costruttivo. Inoltre, una parte non piccola del gruppo di LEF ha alimentato e alimenta tuttora pratiche di cultura critica, pratiche politiche di alternativa e pratiche di resistenza sociale.

Soprattutto, si tratta di persone che, assumendo la pratica della riflessione come elemento decisivo dell’iniziativa critica del nostro tempo, sono anche consapevoli del bisogno estremo di un pensiero socialmente forte, che ricolleghi l’insieme delle pratiche tra loro e ne irrobustisca il senso.

tre

E c’è infine una terza ragione per impegnarsi nel progetto di LEF. Essa è costituita dalle convinzioni di fondo e dell’attitudine metodologica che fin dal suo nascere il gruppo redazionale ha espresso e perseguito.

Si tratta essenzialmente di due convinzioni: 1) il Novecento si è chiuso proprio sul piano storico; nel senso che i paradigmi interpretativi della società e l’insieme dei valori che l’hanno caratterizzata si sono obiettivamente consumati e chiedono insistentemente nuove convinzioni e nuovi paradigmi; 2) l’assetto sociale capitalistico s’è mantenuto, e anzi tra la fine del Novecento e questo nuovo secolo ha conosciuto una fase di ulteriore slancio, quella che gli economisti e i politologi chiamano “globalizzazione”, e che noi invece indichiamo come “totalizzazione matura del rapporto sociale di capitale”.

La particolarità del nostro tempo è però l’impasse, o se si preferisce la “fluidità”.

Da un lato, il venir meno del Novecento non ha ancora prodotto nuovi paradigmi e nuovi valori, ma ne ha semplicemente affermato l’urgenza; dall’altro lato, la cosiddetta “globalizzazione” ha messo platealmente in mostra la sua sostanziale incapacità di dare ordine alle dinamiche storiche e ha irrobustito, anziché attenuato, le ingiustizie e drammi, sia nelle relazioni internazionali che all’interno delle relazioni sociali.

Da queste due convinzioni – la chiusura degli assetti culturali e morali del Novecento (col connesso vuoto che l’accompagna) e la tenuta disordinata del capitalismo del nostro tempo -, emerge l’obiettiva esigenza di un cammino aperto di ricerca.

Noi abbiamo sottolineato più volte la necessità di costruire le domande prima ancora delle risposte. E la pandemia, nella quale siamo ancora immersi, ci conferma la stringente attualità di una tale impostazione.

quattro

Dunque, far vivere LEF e farla crescere significa muoversi lungo tre direttrici: a) il primato della riflessione sulla comunicazione e dell’approfondimento di spessore storico sui discorsi immediatistici; 2) la riflessione come pratica attiva collegata alle pratiche di resistenza e di speranza che caratterizzano il concreto vivere delle persone; 3) l’attitudine alle domande e l’attitudine alla ricerca aperta, lontana dalle ripetizioni scolastiche e con l’obiettivo della critica al capitalismo dei nostri tempi e non al capitalismo del passato.

cinque

Siamo arrivati a uno spartiacque nella vita di LEF proprio negli ultimi mesi, con il libro Critica della identità pandemica e con i due scritti “Sette note sull’autorganizzazione” e “Dalla riflessione sulla pratica alla pratica della riflessione”.

Per quello che siamo stati finora, si tratta di una sorta di sintesi piuttosto compiuta.

E però, come tutte le sintesi reali, quei due testi e l’insieme del libro sulla pandemia presuppongono anche un nuovo inizio. Ed è questo nuovo inizio che intendiamo avviare.

In altri termini, se crediamo veramente alla autorganizzazione, occorrerà costruire anche lo spazio di LEF come spazio autorganizzato.

E se parliamo non più di “riflessione” ma di “pratica della riflessione”, dovremo collegare più strettamente il nostro modo di essere e di fare a ciò che nella società si muove nella direzione dei valori di fondo che condividiamo, e che sono, non a caso, quelli espressi dall’acronimo LEF (libertà, eguaglianza, fraternità).

E se infine diciamo che la pandemia ha accelerato la crisi storica degli assetti e delle regole consolidate, e anzi sta spingendo per nuovo stadio della modernità, allora è del tutto necessario che l’attitudine all’ascolto venga assunta da noi ancor più dell’attitudine al parlare.

sei

Cosa significa in concreto?

Significa, per esempio, che tenteremo di trasformare LEF quanto più possibile in uno “spazio aperto”: non al mondo in generale, ma alle spinte positive che in esso agiscono (positive, cioè, dal punto di vista di chi non si sente riconciliato col capitalismo e prospetta per sé e per gli altri una società più a misura di essere umano, più rispettosa dei beni comuni e più amichevole verso la natura).

Non è certo un passaggio facile. Si scontra con le rigide torsioni identitarie tipiche delle realtà organizzate, presenti specialmente nelle piccolissime realtà organizzate e autorganizzate.

E d’altra parte, per divenire un’autentica ‘piattaforma di servizio’ bisognerebbe avere caratteristiche organizzative, e persino imprenditoriali, che, almeno per ora, non sono né nelle nostre possibilità, né nelle nostre corde.

Ma l’essenziale è la direzione del cammino.

sette

Siamo dunque molto consapevoli della difficoltà di entrare in comunicazione attiva con “l’esterno” (beninteso, “l’esterno” che condivide, o tende a condividere, i nostri stessi valori di fondo); e sappiamo bene che la questione teorica e pratica della comunicazione resta un problema aperto, da affrontare in modo più sistematico di quanto non abbiamo fatto sinora.

Riteniamo nondimeno possibile muoversi in una logica di concreta apertura.

Così, anche se è risaputo che le persone impegnate in organizzazioni e collettivi non leggono che saltuariamente gli scritti delle loro stesse strutture di appartenenza, proveremo a mettere LEF a disposizione delle realtà organizzate (o autorganizzate) e dei molti singoli che già normalmente agiscono e scrivono in modo affine a noi; o che comunque hanno cose interessanti da proporre o da dire. Chiederemo loro di permetterci la pubblicazione di testi che essi stessi (non noi) ritengano utile far circolare.

Per loro si tratterebbe di veicolare ulteriormente ciò che scrivono. Per noi si tratterebbe di costruire ascolto e confronto. E nel complesso si annoderebbero i fili della rete che manca e che serve.

otto

In altre parole, dobbiamo uscire dalla condizione grigia di solitudine in cui siamo immersi.

Moltiplicare contatti e interlocuzioni, anche con chi non la pensa esattamente come noi, è vitale per la nostra stessa elaborazione. Metterebbe alla prova ciò che abbiamo finora scritto e ci spingerebbe ad ulteriori riflessioni. Ci aiuterebbe, inoltre, a respirare ‘fuori dal web’.

Il web è certamente un vettore formidabile di relazioni, ma è anche, contemporaneamente, una realtà di chiusura. Facilita i contatti, ma non l’incontro effettivo con negli altri.

Si tratta, in breve, di costruire non solo uno spazio di scrittura, ma un’agorà autentica. E, in aggiunta, un’agorà autorganizzata, dove ciascuno si senta libero di esprimere ciò che ha di più urgente dentro di sé e di prendere la parola sui temi che ritiene più utili.  

Ovviamente, pure in questa trasformazione, occorrerà garantire l’uscita sistematica di LEF. Attualmente noi abbiamo trovato l’equilibrio di tre nuovi scritti a settimana. Tale soglia sarà mantenuta, e se possibile aumentata.

E però, proprio per quello che si è detto finora, i testi dovrebbero nascere anche (e, in progressione, soprattutto) dalle interlocuzioni con gli altri, oltre che dall’impegno di scrittura dell’attuale redazione, che resta comunque imprescindibile.

Ma accanto ai testi, va sviluppata la discussione: proprio la discussione faccia a faccia, cui ci stiamo tutti drammaticamente disabituando.

A tal fine, cercheremo di realizzare specifici convegni tematici, costruiti con una logica non di “passerella” ma seminariale. Non si fraintenda: noi non siamo affatto contrari alla partecipazione dei “nomi mediatici” per le iniziative che da soli, o assieme ad altri, proveremo a costruire; ma intendiamo comunque volgere l’attenzione più alla qualità dei contenuti che alle dinamiche di “richiamo”.

Per il resto, va specificamente curata, come non è successo finora, la diffusione della nostra presenza sul web, anche ricorrendo all’impiego di risorse economiche.

nove

In ultimo, ma non per importanza, caratterizzeremo LEF anche come periodica uscita di libri: sia sul modello di Critica dell’identità pandemica e sia in quanto espressione di un vero e proprio lavoro strutturato di inchiesta culturale e sociale.

Non basta, in effetti, scrivere online. Una cosa è l’impatto dei testi sul web, che è una giostra in continuo movimento; altra cosa è l’organizzazione in forma sistematica delle stesse riflessioni che alimenteranno la rivista on-line e la nostra attività come collettivo di impegno critico.

Forse i giornali cartacei sono superati in questa fase storica, ma non lo sono i libri. Essi mantengono nel tempo la loro utilità (beninteso, sempre che contengano pagine di un qualche interesse…)

dieci

In conclusione, un possibile piano operativo:

  1. Avvieremo subito l’interlocuzione verso le strutture organizzate e i singoli che individuiamo come possibili presenze nell’attività e nelle pagine della rivista. Prenderemo i necessari contatti, chiarendo che il nostro scopo non è allargare la redazione che c’è (se questo deve avvenire, avverrà, per così dire, da solo), ma mettere a disposizione un ulteriore spazio sul web per veicolare pensieri e parole interessanti.
  2. Programmeremo, contemporaneamente, incontri e discussioni (da cui si potranno anche trarre scritti per la rivista, ma non è questa la finalità principale), e ciò a partire dagli incontri di presentazione del libro Critica della identità pandemica.
  3. Manterremo, con un impegno più costante da parte di tutti, la sistematica uscita della rivista (la ripresa delle pubblicazioni settimanali la spostiamo ad ottobre, proprio per dare il tempo necessario all’avvio delle interlocuzioni con l’esterno e alla programmazione degli incontri e delle discussioni). In pari tempo, avvieremo un progetto più preciso per la effettiva diffusione della rivista sul web.
  4. Verificheremo nelle prossime settimane la costituzione di gruppi di lavoro, che predispongano una specifica attività di inchiesta (per esempio, sulla condizione migrante o sul lavoro precario) e l’uscita di un secondo libro, sempre di taglio monografico, che raccolga le riflessioni che riteniamo più attuali, o ancora attuali, già uscite sulla rivista.

Scisciano, 11 settembre 2021

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