Sicurezza e salute nei luoghi di lavoro? Difendiamole nella società.

uno

Le morti sui luoghi di lavoro dipendono quasi sempre non dalla tragica fatalità, come spesso suggerisce l’informazione dominante (ma anche l’opinione comune), bensì da elementi che sono strettamente correlati al modo di produrre del sistema capitalista.

Più in generale, è dentro la logica dell’accrescimento continuo dei valori di partenza, ossia nel modo medesimo di procedere della produzione capitalistica, che si determinano vicende tragiche come quelle di Luana D’Orazio, inghiottita da un orditoio a causa della proditoria manomissione del quadro elettrico: era più importante non creare ‘inciampi’ alla velocità della macchina che mettere in sicurezza la lavoratrice…

Del resto, la regola di mettere al primo posto il funzionamento massimo degli impianti, anziché la sicurezza dei lavoratori, comporta spesso che a uscirne danneggiati non siano solo quelli che lavorano in fabbrica, ma anche coloro che vivono negli ambienti circostanti. In quanti posti, come all’Ilva di Taranto, si inquinano senza scrupoli i territori, mettendo in pericolo l’integrità collettiva delle persone?

E poi va detto ciò che nessun giornale dice: proprio la strafottenza padronale per la sicurezza delle persone costituisce la ragione ultima della morte di Adil, il coordinatore sindacale del Si-cobas ammazzato mentre difendeva le condizioni di vita e di lavoro assieme ad altri lavoratori.

Certo, le istituzioni sono anche capaci di indignarsi quando un povero cristo muore sotto il sole cocente per la fatica bestiale e una paga da fame. E sono anche capaci di correre ai “ripari” (lo dico con amara ironia, ovviamente), stabilendo, ad esempio, che nei campi della Puglia assolata, dalle 13 alle 16 non si lavora…

due

Il punto è che di vicende come quelle di Taranto o di Luana D’Orazio o di Adil o di Camara Fantamadi (il bracciante ventisettenne morto nei campi del brindisino) è strapiena la storia operaia, anche la storia degli ultimi anni.

Nel solo 2020, infatti, sono arrivate all’Inail 554.240 denunce di infortuni sul lavoro. Ben 1270 di esse avevano avuto un esito mortale, di cui un terzo attribuibile all’infezione da cornavirus (lavoratori costretti a stare in fabbrica nonostante la pandemia, spesso impiegati anche in lavorazioni definite “non essenziali”) e 214 “in itinere” (nel tragitto andata e ritorno lavoro-casa). Nel 2020 sono state inoltre comunicate 45.023 malattie di origine professionale.

Chiariamoci: infortuni, morti e malattie professionali sul lavoro hanno costantemente accompagnato la storia del capitalismo, e nelle epoche precedenti erano coinvolti moltissimi minori. Marx e Engels (ma non solo loro) hanno continuamente denunciato nei loro scritti ciò che succedeva nell’Ottocento in Inghilterra, dove nelle sole miniere di carbone, intorno al 1860, morivano per incidenti sul lavoro circa 15 operai a settimana: Nel solo 1861 si contarono 8466 morti.

Quello che cambia oggi rispetto ai secoli scorsi è la mole davvero impressionante di leggi e regole che il cosiddetto ‘Stato moderno’ si è dato a seguito delle lotte del movimento operaio.

Rispetto ad un passato in cui la sicurezza e la salute sui posti di lavoro erano temi quasi del tutto assenti – e non c’era neppure l’attuale tecnologia che sussume in sé la prevenzione del rischio – dovremmo essere nella condizione ottimale perché il lavoro non somigli più a una guerra coi suoi morti e feriti. E invece…

tre

Qui in Italia, la prevenzione dei rischi sui posti di lavoro viene affrontata dettagliatamente nel Decreto legislativo n. 81, detto anche “Testo unico” del 2008. Esso stabilisce con precisione ciò che le aziende dovrebbero fare per salvaguardare la sicurezza e la salute dei lavoratori.

In sostanza, le aziende dovrebbero dotarsi di almeno due responsabili per la sicurezza (sia di parte datoriale che di parte sindacale); dovrebbero predisporre un piano per la valutazione e prevenzione dei rischi; dovrebbero dar vita a specifici corsi di formazione e aggiornamenti    per il personale. Sono previsti inoltre organismi di controllo esterni e periodici incontri di commissioni paritetiche con i rappresentanti dei lavoratori (RLS), ed è richiesto l’intervento della medicina del lavoro per prevenire le malattie professionali. Infine, si elencano sanzioni amministrative e penali per chi non osserva le normative emanate.

Un insieme di norme, dunque, che prevedono: prevenzione, informazione, controlli, sanzioni, personale specializzato e partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori.

Eppure, nel 2020, nonostante queste norme, ogni giorno ci sono stati 2-3 incidenti mortali. E nulla è cambiato neppure con lo smart working e con molti luoghi di lavoro chiusi per la pandemia: oltre 1500 infortuni quotidiani ed un migliaio di denunce giornaliere all’Inail di malattie professionali.

Non è solo un problema italiano, quello della sicurezza e salute sui luoghi di lavoro. Riguarda il sistema capitalista in generale. Nell’Unione Europea, le statistiche ufficiali parlano di 2 morti per infortuni sul lavoro ogni 100.000 abitanti, con un costo sociale totale pari a 476 miliardi di euro annui. 119,5 miliardi concernono i soli tumori dovuti alle attività lavorative.

Insomma, l’attuale sistema economico e sociale, oltre a una legislazione molto dettagliata sulla sicurezza e salute dei lavoratori e a sistemi tecnologici intelligenti costruiti anche per prevenire il rischio, continua a produrre, in nome del profitto, anche tanti cadaveri per il non rispetto delle regole. 

quattro

Chi ha un po’ di cognizione del sistema produttivo di oggi lo sa: accanto a situazioni produttive dove c’è un minimo di rispetto delle regole (si tratta soprattutto delle grandi imprese), vi sono appalti e sotto-appalti che vivono lavorando per i grandi gruppi. È lì che si   pratica il massimo ribasso dei costi per ‘prendersi le lavorazioni’. Sono spesso microimprese, che solo riducendo all’osso i costi hanno senso di esistere. Oltre ad un maggiore sfruttamento dei lavoratori, esse curano poco o nulla la salute e la sicurezza dei loro dipendenti.  

Indubbiamente, in termini legislativi la situazione è migliorata negli ultimi decenni. Hanno pesato le pressioni fatte dal movimento operaio: dalla 626 degli anni ‘90 si è passati al Testo unico del 2008 modificando in meglio le leggi in materia. Ma poi il concreto mutare dei contesti economici e sociali, che in molti casi contribuiscono ad imbarbarire ulteriormente le condizioni lavorative, ha avuto la predominanza sulle cose scritte.

Di fatto, la prima cosa che fa aumentare i rischi sui luoghi di lavoro sono le frequenti crisi che periodicamente scuotono il capitalismo ed impongono al sistema nuove emergenze per la valorizzazione del capitale. Con le crisi, il capitalismo è sollecitato a ridurre pesantemente i costi riguardanti la prevenzione dei rischi, per concentrare il capitale sulle ristrutturazioni aziendali, nonché su un’organizzazione del lavoro più competitiva e stringente nei tempi di lavoro e sulle flessibilità.

Il secondo fattore che riduce lo spazio delle norme è che da 35-40 anni si sono imposti assetti sociali e istituzionali neoliberisti orientati sulla centralità del mercato, il quale ha espanso come non mai il sistema capitalista, internazionalizzando le catene del valore. La principale conseguenza è che nel Terzo Mondo le grandi aziende, anche le aziende italiane, si muovono “più liberamente”, ovvero più in spregio della vita umana e dell’ambiente.

Ma anche nella madrepatria si è deregolamentata la condizione lavorativa, riducendo gli strumenti di difesa dei lavoratori nei confronti del padronato. E la prima conseguenza è stata che sono venuti a mancare i mezzi per la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro e nel sociale.

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Di fatto, con quella che noi di LEF definiamo “totalizzazione del rapporto di capitale”, il sistema ha fatto sua “la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro” controllandola, irreggimentandola e rendendola una variabile compatibile della valorizzazione complessiva.

E questo avviene ogni giorno con strumenti molto articolati: dalle minacce occupazionali (il ricatto delle delocalizzazioni) alla precarietà dei contratti; dalla flessibilità dei mansionari alla deregolamentazione del codice degli appalti. E soprattutto con giurisdizione, controlli, organizzazioni sindacali di regime e una informazione, tutte compiacenti, inesistenti o piegate ai ricatti padronali.

Per dirla in estrema sintesi, oggi come oggi, nonostante ci siano le regole e c’è l’impiego di tecnologie corredate di sistemi di sicurezza e predisposte per prevenire il rischio, la vita concreta dell’attività produttiva capitalistica genera inevitabilmente tragedie come quelle di Luana D’Orazio o come quelle della funivia del Mottarone o come quella in cui ha visto la morte Adil.

E lo Stato, che di per sé dovrebbe essere fatto fatto di “pesi e contrappesi” contenenti un minimo di garanzie, volutamente sfugge persino al suo ruolo di garante della sicurezza di coloro che protestano, subappaltando (nel caso di Adil, alle aziende circondate da crumiri e figure mafiose) l’uso violento della repressione delle lotte dei lavoratori.

La stessa tecnologia è messa al servizio del padronato attraverso algoritmi che ottimizzano al massimo la prestazione lavorativa (emblematico il caso dei rider), aumentandone l’Intensità e lo stress.

sei

Di fronte a questo ulteriore imbarbarimento e di sottomissione della condizione lavorativa e sociale, cosa fare?

Innanzitutto, c’è da rilevare che la la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro non sono un problema che riguarda la singola azienda o il singolo lavoratore, ma vanno trattate come condizione generale, in quanto coinvolgono l’intera società. Il degradarsi del lavoro crea, infatti, situazioni come quelle dell’llva di Taranto e storie negative come quelle legate alle vicende di Seveso, dell’Eternit e alla strage ferroviaria di Viareggio.

Ma sicurezza e salute nei luoghi di lavoro non sono neppure un problema da demandare semplicemente alle istituzioni, al potenziamento dei controlli (che spesso sono compiacenti con la parte datoriale) o ai tribunali, che nella maggioranza dei casi hanno assolto i responsabili delle imprese che si sono macchiati di gravi colpe, o a RLS quasi sempre compatibili con le esigenze padronali

C’è bisogno che i lavoratori e l’insieme delle organizzazioni politiche e sociali sensibili al problema della sicurezza e della salute sui territori si auto-organizzino, prendendo nelle proprie mani questo decisivo aspetto della vita sociale. Facendolo diventare, con la costruzione di appositi comitati territoriali, un “bene comune”.

Questa saldatura tra fabbrica, territorio e società civile potrebbe costituire, se ci si riflette bene, la chiave di volta decisiva.

sette

Nel Novecento, la sicurezza e la salute interna ed esterna ai luoghi di lavoro era demandata alla centralità della fabbrica e alle pressioni del movimento operaio organizzato. Ma spesso né la fabbrica né il movimento operaio hanno svolto il compito di estendere la prevenzione e la protezione ai territori. L’Ilva di Taranto e tante altre situazioni stanno li a dimostrarlo.

Peraltro, nell’odierno capitalismo della totalizzazione, con la molecolarità della condizione lavorativa e la varietà delle figure impiegate, proprio la fabbrica e il movimento operaio hanno perso di centralità. Ripetere lo schema del Novecento diventa ancora più difficile.

Dunque, Comitati territoriali per la sicurezza e la salute come “bene comune”. Nelle aziende e nel sociale.

Dovremmo impegnarci a costruire, insomma, dei luoghi ampi di denuncia, di mobilitazione, di informazione e di lotta nei confronti di chi aggira le norme su sicurezza e salute; e soprattutto dovremmo interpretare tali temi come una specifica lotta di liberazione che spazzi via gli algoritmi dalle linee produttive e tutto ciò che crea l’attuale, insostenibile sottomissione della società al capitale.

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