Sette tesi sull’autorganizzazione

1. Il Covid19 ha accelerato le dinamiche di cambiamento politico, economico e sociale che già avevano preso forma da qualche anno. Viviamo ora una situazione di transizione, aperta a sbocchi diversi e finanche opposti. Il dato fondamentale, in questo rapido passaggio d’epoca, è che le contraddizioni tra l’alto e il basso della società si acuiscono e le ragioni della lotta diventano più ultimative. Di fatto, le parole d’ordine del reddito universale, della riduzione d’orario a parità di salario, dei diritti di cittadinanza per tutte e tutti, della salvaguardia ambientale e della pace oggi si pongono, contemporaneamente, come rivendicazioni immediate e come programma di trasformazione complessiva. C’è perciò la necessità, e forse anche lo spazio storico, di un agire politico che esplicitamente promuova l’uguaglianza tra gli esseri umani e la libertà delle persone, e che avvii il cammino non semplicemente in direzione di una nuova società, ma proprio nella prospettiva di una nuova umanità. Per noi che viviamo nel XXI secolo, in una società che spontaneamente tende a cedere alla barbarie, la “nuova umanità” può rappresentare una necessaria, ma anche realistica, ‘pratica dell’obiettivo’.

2. La rapida trasformazione delle tecnologie e degli stili di vita tende a determinare un nuovo ordine culturale e nuovi assetti sociali, con la sequenza consumo-libertà-identità-presente che quasi sostituisce, almeno nei paesi più avanzati, la centralità novecentesca di lavoro–politica–collettività–futuro. Nei Paesi a capitalismo maturo si sta realizzando, così, il passaggio da una società globalmente orientata alla produzione a una società spasmodicamente protesa al consumo. In tale quadro, il Covid19 (palesatosi ormai in quanto sindemia, in quanto epidemia con immediati risvolti sociali) impone a tutti – a quelli che si muovono sul consumo e a coloro che si attestano sulla produzione – la imprevista centralità del welfare e della sfera della riproduzione sociale. Per noi, che riteniamo ingiusti e controproducenti tanto il consumo quanto la produzione capitalistica, ciò significa andare ad un ripensamento globale di tutti gli elementi del vivere sociale, fondando ogni discorso e ogni iniziativa sulla reale valorizzazione dei beni comuni e sulla piena e universale fruizione dei diritti civili e sociali. A tal fine, dobbiamo lavorare in profondità anche su noi stessi, sul nostro bagaglio culturale, declinando con più coraggio l’idea del cambiamento.

3. È un discorso che non vale solo per noi del Collettivo Redazionale di LEF, ma per tutti e tutte coloro che non si sentono riconciliati col capitalismo e che prospettano, a sé e agli altri, una società più a misura di essere umano. Il punto non è ‘come ci si organizza’, se come Partito politico, Struttura sindacale, Movimento di lotta, Associazione di volontariato sociale, Gruppo di impegno culturale e civile. Comunque ci si organizzi, la questione di fondo concerne non ‘ciò che si è’ ma ciò che concretamente si fa. Non solo. Occorre anche aver chiara la direzione di marcia, il valore storico di quello che si fa. In parole povere, non basta neppure dire che siamo impegnati a promuovere pratiche reali di resistenza e trasformazione delle relazioni tra le persone. Affermarlo, rappresenta sicuramente un passo avanti rispetto all’idea novecentesca della ‘rappresentanza’ delle classi popolari. È un passo avanti perché, anziché riprodurre, seppure in una logica di ‘alternativa di società’, l’obiettiva gerarchizzazione di ‘rappresentanti’ e ‘rappresentati’, mette in risalto il protagonismo diretto delle persone, l’agire dei concreti proletari molteplici e variegati del nostro tempo. Ma un tale impegno assumerà un valore storico adeguato all’oggi solo se si configurerà come uno spendersi effettivo e disinteressato nei processi reali, senza la finalizzazione del ‘riconoscimento’ di ciò che si fa, senza la richiesta implicita della ‘gratitudine’. Deve essere, cioè, un ‘fare società’ autentico, declinato in quanto luoghi ed azioni di aiuto reciproco, di conflitto e di democrazia diretta, dismettendo la presunzione della coscienza separata e la logica di separatezza dell’avanguardia

4. L’attuale situazione storica, per come la vediamo noi, è effettivamente aperta all’azione soggettiva delle classi e degli strati subalterni dell’attuale società. Ma una soggettività che venga dal basso della piramide sociale potrà solo rappresentarsi, oggi come oggi, in quanto autorganizzazione diretta del proletariato molteplice e variegato dei nostri tempi. Non un “blocco sociale” guidato dalle avanguardie organizzate in Partito, come nell’impianto novecentesco; e neppure un ‘movimento ininterrotto di autoaffermazione’, come nelle teorizzazioni e nelle pratiche dal Sessantotto in poi. L’autorganizzazione possibile del nostro tempo è chiamata, invece, a una stringente dialettica di ‘separazione’ e ‘sostituzione’ degli istituti consolidati della società capitalistica, e costruisce perciò un obiettivo dualismo non solo di potere, ma proprio di società. In concreto, si tratta di una autorganizzazione che poggia sulle situazioni determinate e sugli ambiti territoriali specifici; e che si raccorda, come ‘insieme’, in forma non verticale ma reticolare. Se si preferisce, somiglia a una sorta di “confederalità sociale di prossimità”, nella quale confluiscono pratiche solidaristiche, conflitti sociali, proposte di riassetto delle relazioni umane attorno ai temi che attengono ai corpi, agli affetti, alle culture e alla natura. In sostanza, l’autorganizzazione di cui stiamo parlando è una critica pratica, giorno per giorno, degli assetti capitalistici e, contemporaneamente, un cammino reale che aiuti a rompere, nell’immediato, la frammentazione e l’isolamento che contraddistinguono il mondo contemporaneo, e che cominci a far argine vero, nella società e non solo nei discorsi, contro la barbarie, l’individualismo e la solitudine. Non si tratta di un passaggio semplice. La sfida si gioca tutta sulla capacità di articolare le pratiche di mutualità solidaristica come risposta efficace a bisogni effettivi; e sta nell’accompagnare tali pratiche con la lotta e la concreta resistenza popolare. E questo occorre farlo soprattutto intrecciando le vertenze nel mondo del lavoro con gli ambiti di vita quotidiana, al fine di sviluppare sentimenti altruistici e contesti di solidarietà. 

5.  Coloro che oggi si sentono alternativi all’ordine vigente – vuoi perché provengono politicamente dalle tradizioni comuniste, socialiste e anarchiche del Novecento, vuoi perché possiedono una autonoma cultura critica del capitalismo ricavata da Marx (e non solo) – possono avere una funzione utilissima in questo passaggio storico. A patto che non abbiano come obiettivo l’autoconservazione organizzativa della propria identità, delle proprie bandiere e delle proprie strutture, e siano, invece, disponibili a spingere per l’autorganizzazione degli strati popolari. Il che implica, detto in breve, che coloro che hanno già maturato consapevolezza delle ingiustizie del mondo evitino di predicare semplicemente la solidarietà e la pratichino per primi. Del resto,la solidarietà non è solo una idea-forza del mutualismo e dell’autorganizzazione, ma è l’arma fondamentale contro la barbarie. Bisogna rovesciare i paradigmi imperanti di chi ghettizza la solidarietà nel recinto delle azioni caritatevoli o di chi brutalmente la condanna e la trasforma in reato, come nel caso di chi salva i migranti dalla morte in mare. Va recuperata, invece, la carica sovversiva di quella parola, perché essa è un preciso programma d’azione politica. È una visione non strumentale del mondo ed una concezione non individualistica dei rapporti umani. Proprio come ci insegnano gli zapatisti: “La caridad es humilliante porque se ejerce verticalmente y desde arriba; la solidariedad es horizontal e implica respeto mutuo”. Essere solidali, quindi, tra eguali e diversi, in alternativa alla guerra tra poveri, al razzismo e al darwinismo sociale. In armonia con la nostra Terra e nel rispetto della natura.

6. È ovvio che una dinamica di autorganizzazione incentrata su solidarietà, lotte e vertenze richieda continuamente sbocchi normativi e istituzionali; meno necessario è però l’appiattimento dell’azione nella sfera politico-elettorale, soprattutto se poi si traduce in mera testimonianza. Il piano della politica e delle elezioni può servire. Ma, prima ancora, occorre sviluppare una strategia del cambiamento partendo dalle pratiche solidaristiche e conflittuali e dalla valorizzazione dell’agire comune e della autorganizzazione. E questo va fatto attraversando in campo aperto la contraddizione capitale/vita. Agire sul piano dell’autorganizzazione delle resistenze e sul piano della autorganizzazione della solidarietà orizzontale significa, in effetti, praticare l’anticapitalismo e dar vita ad elementi parziali di contropotere. Significa dare forma a un embrione di “Paese nel Paese”, con un “fare comunità” alternativo al senso comune dominante, che impatti per davvero i luoghi reali, territorialmente definiti, dell’aggregazione – dai quartieri di periferia ai centri storici delle città ai piccoli centri di campagna -, puntando a farli vivere come luoghi di convivialità, di resistenze e di pratiche solidali. La resistenza promuove coscienza critica e rivendica specifici obiettivi verso l’alto; la pratica del mutuo aiuto agisce come cooperazione orizzontale tra eguali. In tal modo, le soggettività sociali che si pongono in alternativa al capitalismo si presenteranno continuamente attraversate dai passaggi dall’io al noi, e viceversa, in una interconnessione di generi, etnie e strati sociali proiettati alla trasformazione di sé e della società. In altre parole, si tratta di agire, il più possibile, come “corpi in fusione”, alimentandosi di segmenti concreti di autorganizzazione orizzontale e di elementi fattivi di possibile transizione.

7. Quelli che si definiscono ‘rivoluzionari’, e che propongono la rivoluzione socialista nel XXI secolo, sono dunque chiamati a fare sul serio, uscendo dai propri recinti organizzativi. Sono chiamati a muoversi, in sinergia con chiunque vada nella stessa direzione, contro la barbarie dei nostri tempi e del futuro prossimo. Il che significa, per l’appunto, non solo costruire una opposizione ambientalista, femminista, culturale e sociale all’insieme delle classi dominanti, ma soprattutto. spendersi per l’autorganizzazione della società contro il patriarcato, lo statalismo, la libertà formale, la gerontocrazia, lo sfruttamento capitalistico. Si tratta di far perno sulle grandi potenzialità dell’essere in comune, sul mutuo aiuto, sui sentimenti di solidarietà, di condivisione, convergenza e cooperazione sociale, promuovendo luoghi di relazione reciproca e circolare, di supporto alle lotte, di sostegno reale alle situazioni di difficoltà delle persone, di riorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori nei luoghi della produzione e della circolazione delle merci. In sostanza: costruendo embrioni di “contropotere”. Stiamo invitando, insomma, a camminare in direzione di un socialismo autorganizzato e libertario, esatto contrario del totalitarismo. E a tal fine, rivendichiamo il fascino e l’attualità dell’idea della rivoluzione, perché essa è il cambiamento oggi possibile. Possibile in quanto prassi istituente di un mondo, al tempo stesso, più umano e più naturale. Miriamo, in altre parole, a un mondo che padroneggi spontaneamente il paradigma dei “valori d’uso” contrapposti ai “valori di scambio”; e che spinga alla partecipazione attiva di tutte e tutti, con un nesso strettissimo del sapere e del fare, in una prospettiva di riconquista piena della democrazia e della libertà, come basi essenziali della stessa liberazione sociale. Il socialismo, che generalmente viene circoscritto al concetto di uguaglianza, occorre ampliarlo a tutte le questioni che concernono la vita umana. Solo la società che gestisce l’uguaglianza intrecciandola col rispetto della natura e con la più vasta libertà e democrazia, può dirsi una società socialista.

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