Per una vita non-fascista. Una rilettura critica

1) Di questi tempi, in cui un nuovo fascismo torna prepotentemente a galla ed ammorba la scena globale, può essere utile rivisitare ragionamenti elaborati nello scenario delle lotte e dei movimenti emancipatori del secondo dopoguerra in Occidente. In quel contesto, veniva suonato con insistenza un campanello di allarme: il fascismo, che si credeva sconfitto, avrebbe potuto ripresentarsi vigoroso, in altre forme rispetto a quelle che avevano causato pochi decenni prima milioni di morti.

Sto parlando degli anni ’70 del secolo scorso, quando – con il tramonto del fordismo e l’avvio del toyotismo “just in time” – presero corpo trasformazioni profonde della struttura produttiva e dello sfruttamento capitalista, destinate a mutare per sempre le relazioni tra padroni ed operai e a sconvolgere le condizioni del conflitto Capitale/Lavoro, segnando l’inizio del declino dei sindacati dei lavoratori.

E ciò avveniva proprio mentre erano cominciate ad emergere nelle società occidentali – alla fine degli anni ’60 – altre contraddizioni fondamentali, che si svilupperanno con forza su piani altrettanto influenti di quello economico. Esse possono essere così riassunte: la contraddizione di genere Uomo/Donna; quella ambientale Sviluppo/Sostenibilità; le questioni rispetto agli orientamenti sessuali; quelle legate alle diversità culturali etno-razziali. Nonché le sfide originate dalle ambiziose istanze radicali di pacifismo e non-violenza, un movimento alimentato in maniera rilevante dall’indignazione per i conflitti generati dall’arroganza imperialista atlantica, soprattutto rispetto alla guerra più iconica scatenata a quei tempi: il Vietnam, ma non solo.

Orbene, oggi, a distanza di cinquant’anni, il fascismo ritorna arrogante. Dopo che – a partire dall’ultimo decennio del XX secolo e con sviluppi accelerati nel XXI – abbiamo assistito ad un ulteriore cataclisma nei paradigmi interpretativi della realtà, generato dalla rivoluzione informatica e digitale, ci ritroviamo ad affrontare una nuova offensiva reazionaria globale, che prende le forme di un neofascismo tanto aggiornato ed avanzato nei mezzi e nei modi di divulgazione, quanto retrogrado e arcaico nei contenuti messi in campo.

Riprendere una riflessione pubblicata nel 1977 forse può essere utile per individuare i percorsi più appropriati ad affrontare l’attuale congiuntura, marcata da questa ulteriore sfida delle forze reazionarie ed oscurantiste.

2) Nel 1972, i filosofi francesi Gilles Deleuze e Félix Guattari avevano lanciato il primo di due volumi intitolati “Capitalismo e schizofrenia”: Anti-Edipo (il secondo sarà il più famoso Mille piani). Il loro obiettivo era quello di riconsiderare la questione del potere, con particolare riguardo ai meccanismi per i quali la sua forma repressiva veniva introiettata dagli oppressi. La loro conclusione fu che il processo schizofrenico si stesse configurando a livello sociale come limite del capitalismo.

Nell’occasione dell’edizione americana del saggio, che veniva riscuotendo soprattutto in Europa un notevole successo tra le generazioni che avevano partecipato alle lotte del Sessantotto, la pubblicazione guadagnava – nel 1977 appunto – una memorabile prefazione redatta da Michel Foucault, intitolata “Introduzione alla vita non-fascista”.

Ed è a questo nient’affatto sconosciuto testo che può essere interessante rivolgere l’attenzione, per trarne suggerimenti per il presente e tentare di rispondere a questioni cruciali, che Foucault delineava nella seguente forma:

“Come fare per non diventare fascisti, anche (e soprattutto) quando ci si crede dei militanti rivoluzionari? Come liberare i nostri discorsi e i nostri atti, i nostri cuori e i nostri desideri dal fascismo? Come lavar via il fascismo che si è incrostato nel nostro comportamento?”

Egli dava atto agli autori dell’Anti-Edipo, Deleuze e Guattari, che, allo stesso modo con cui “i moralisti cristiani cercavano le tracce della carne installata tra le pieghe dell’anima”, avevano individuato minuziosamente “le più infime tracce di fascismo presenti nel corpo”. Per Foucault, tale ricerca rispondeva a quella che secondo lui era una serissima necessità: “la caccia a tutte le forme di fascismo, da quelle, colossali, che ci circondano e ci schiacciano, fino alle minute forme che determinano l’amara tirannia delle nostre vite quotidiane”.

L’autore di questa stimolante prefazione identificava a tal proposito “tre avversari, che non hanno la stessa forza e che rappresentano gradi diversi di minaccia:

1) Gli asceti politici, i militanti cupi, i terroristi della teoria, coloro che vorrebbero preservare l’ordine puro della politica e del discorso politico. I burocrati della rivoluzione e i funzionari della Verità; 2) I tecnici mediocri del desiderio, gli psicanalisti e i semiologi che registrano ogni segno e ogni sintomo, e che vorrebbero ridurre l’organizzazione molteplice del desiderio alla legge binaria di struttura e mancanza; 3) Infine, il nemico maggiore, l’avversario strategico: il fascismo. E non soltanto il fascismo storico di Hitler e Mussolini, che ha saputo mobilitare e impiegare così bene il desiderio delle masse, ma anche il fascismo che è in noi, che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane, il fascismo che ci fa amare il potere, desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta.”

3) Allo scopo di combattere tali forze regressive, Foucault arrivava a sintetizzare e riassumere “un certo numero di principî essenziali” che dovrebbero necessariamente accompagnare “quest’arte di vivere, contraria a tutte le forme di fascismo, siano esse interiorizzate o prossime all’essere”. Ed elenca, pertanto, i seguenti punti con i quali ci consegna i suoi accorati suggerimenti:

• liberate l’azione politica da ogni forma di paranoia unitaria e totalizzante;

• fate crescere l’azione, il pensiero e i desideri per proliferazione, giustapposizione e disgiunzione, anziché per suddivisione e gerarchizzazione piramidale;

• affrancatevi dalle vecchie categorie del Negativo (la legge, il limite, la castrazione, la mancanza, la lacuna), che il pensiero occidentale ha così a lungo sacralizzato come forma di potere e modo di accesso alla realtà. Preferite ciò che è positivo e multiplo, la diversità all’uniforme, il flusso alle unità, i dispositivi mobili ai sistemi. Tenete presente che ciò che è produttivo non è sedentario, ma nomade;

• non crediate che si debba esser tristi per essere dei militanti, anche quando la cosa che si combatte è abominevole. È ciò che lega il desiderio alla realtà (e non la sua fuga nelle forme della rappresentazione) a possedere una forza rivoluzionaria;

• non utilizzate il pensiero per dare un valore di verità ad una pratica politica, né l’azione politica per discreditare un pensiero come se fosse una pura speculazione. Utilizzate la pratica politica come un intensificatore del pensiero, e l’analisi come un moltiplicatore delle forme e dei domini d’intervento dell’azione politica;

• non pretendiate dalla politica che ristabilisca i «diritti» dell’individuo per come li ha definiti la filosofia. L’individuo è il prodotto del potere. Occorre invece «disindividualizzare» attraverso la moltiplicazione e la dislocazione dei diversi dispositivi. Il gruppo non deve essere il legame organico che unisce gli individui gerarchizzati, ma un costante generatore di «disindividualizzazione»;

• non innamoratevi del potere.

4) I valori espressi in questa lista di fraterni ed illuminanti consigli spaziano dalla consapevolezza della fertilità prolifica delle diversità, alla profetica promozione di un nuovo paradigma di partecipazione ed organizzazione orizzontale in rete, contrapposto all’obsoleto e castrante rituale gerarchico piramidale. E vanno da una celebrazione dei processi nomadi rispetto alla severa sacralità concettuale aristotelica delle “stelle fisse” (“la meta è il viaggio”) all’allegria vitale dell’eros rivoluzionario che demistifica e ci libera dalle narrazioni seriose e deprimenti (“ho visto anche degli zingari felici”). Così come dalla processuale alternanza freiriana tra teoria e prassi alla ratifica del primato dell’esperienza liberatrice del collettivo sulle prerogative particolari dell’individuo.

Fino all’epilogo, il monito conciso ed inequivocabile con il quale il filosofo esprime un concetto essenziale che è alla base di qualsivoglia pratica rivoluzionaria: la condizione umana emancipatrice non può mai essere quella di amare il potere e cercare di conquistarlo per accumularlo per sé, ma di contribuire a distribuirlo (a cederlo quindi) il più possibile ai compagni e alle compagne nel corso della lotta.

Perché in fondo è veramente nostro solo ciò che diamo. Tutto il resto, quel che c’era prima e continuerà ad esserci dopo di noi, ciò che cerchiamo di accumulare, compreso il potere, è continuamente in transito. E anche la superiorità ed il privilegio tendono inesorabilmente a configurarsi come gratificazioni effimere nella nostra vita mortale.  

È imprescindibile – quindi – essere disposti ad elargire il potere acquisito, anche e soprattutto a coloro che non hanno ancora avuto modo di apprendere interamente ad amare, ad essere compiutamente consapevoli dei principi rivoluzionari. E qui sembra palese la critica di Foucault all’avanguardismo arrogante, incurante del proprio distanziamento da quelle classi popolari che dovrebbero essere invece il corpo vivo e palpitante, fruitore reale delle conquiste per cui costantemente si lotta.

5) In concreto, per sperimentare un autentico potere non-fascista: a – i benestanti devono cedere potere agli sfavoriti; b- i dirigenti devono cedere potere ai subalterni; c- i maschi devono cedere potere alle donne; d- i bianchi devono cedere potere ai soggetti di altre etnie; e- gli uomini di mezza età devono cedere potere agli anziani e, soprattutto, ai giovani; f- gli eterosessuali devono cedere potere a coloro che esprimono un differente orientamento sessuale; g- gli abili devono cedere potere ai diversamente abili; h- i docenti devono cedere potere agli alunni ed in generale gli educatori devono cederlo agli educandi.

Di fatto, non le buone intenzioni, ma solo gli esempi concreti e coerenti possono creare i presupposti per un processo di consolidamento di valori e pratiche rivoluzionarie.

Chiunque si trovi in una situazione di privilegio, per qualsiasi motivo ed in qualsiasi occasione, deve farsi carico di devolvere parte di tale vantaggio a chi vive una condizione sfavorevole. Deve farlo in base a quel principio umano essenziale secondo il quale ad ogni persona è lecito guardarne un’altra dall’alto in basso, solamente quando deve aiutarla a sollevarsi. Questo è l’atteggiamento che esprime una solidarietà autentica.

Tutti capiamo che non ha senso raggiungere la felicità da soli – poiché se non la si può condividere, non si è autenticamente felici. E per il potere è la stessa cosa. Se non lo si compartecipa, se non si è pronti a cederne parte ai soggetti e alle identità emergenti lungo il percorso delle lotte emancipatrici intraprese insieme, non si tratta di potere ma di sterile ed autoreferenziale arroganza prevaricatrice.

Tali condizioni umane, così necessarie per conquistare il diritto ad una vita non-fascista, somigliano molto proprio a quelle “rose” che le operaie e gli operai tessili di Lawrence – fin dall’inizio del Novecento – rivendicavano insieme al pane…

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