17 giugno a Napoli: una giornata di lotta.

Il corteo di giovedì 17 giugno a Napoli è stato sicuramente una boccata d’ossigeno, e non solo per i movimenti di lotta partenopei.

Sono mesi che non si vedono i cortei attraversare le città d’italia. E sono mesi che le lotte si contano sulle dita di una mano.

Di converso, crescono l’arroganza dei padroni e dei pubblici poteri, fino alla violenza contro chi osa scioperare, fino addirittura all’assassinio di chi difende un picchetto operaio. È appena successo a Novara. E a restare sull’asfalto è stato, guarda caso, un giovane sindacalista del SiCobas, migrante anch’egli, come gli oltre mille che hanno sfilato a Napoli.

2000 migranti e rifugiati in corteo, hanno titolato Repubblica, Il fatto quotidiano ed altre testate. Ed effettivamente, in una giornata afosa e di post lockdown, sono un numero importante, che lascia ben sperare per il futuro.

È stata davvero una mobilitazione inattesa, questa degli invisibili che non vogliono più restare invisibili. Soprattutto una mobilitazione non scontata, perché sono persone estremamente vulnerabili. La scelta di scendere in piazza ha significato rinunciare alla paga giornaliera, litigare con i padroni e i caporali, sottrarsi alle famiglie in cui lavorano, spesso giorno e notte, assistendo anziani o persone con disabilità.

Sono passati 12 mesi dalla Sanatoria 2020, accolta tra lacrime e applausi, che avrebbe dovuto ridare dignità a chi ogni giorno è privato del diritto di esistenza. Inutile dire che non è andata come l’avevano raccontata.

Dopo 12 mesi solo una percentuale poco superiore al 2% è riuscita ad ottenere un permesso di soggiorno.

A Napoli 20.000 persone aspettano di essere convocate in questura da oltre un anno. Un anno in cui hanno versato contributi e lavorato spesso sotto il ricatto del padrone (interrompere il rapporto di lavoro significa perdere il permesso di soggiorno). Un ricatto continuo ed un esborso economico altissimo per il popolo della sanatoria, costretto ad acquistare ospitalità di fortuna e a pagare abitabilità improvvisate per case spesso non a norma.

Inoltre, nella quasi totalità dei casi, i contributi sono tutti a carico del lavoratore: già egli deve “ringraziare” il datore di lavoro per l’emersione, figuriamoci se può addossargli anche i costi dei contributi…

Insomma, si è trattato di una sanatoria pessima. Nell’impianto legislativo, nelle modalità organizzative e nella gestione concreta.

Così com’è rischia di lasciare i migranti in un limbo per almeno altri due anni (calcolo ottimistico, fatto sulla capacità di organico e di gestione della Prefettura di Napoli, che come tanti uffici pubblici lavora con un organico parziale ed in strutture poco funzionali).

È allora?

Un permesso di soggiorno di attesa sanatoria: questa la soluzione che abbiamo proposto assieme a tante e tanti movimenti, partiti, associazioni e sindacati. Proprio per permettere a tutte e tutti di poter vivere una vita minimamente dignitosa.

Abbiamo chiesto, dunque, un permesso temporaneo per accedere al piano di vaccinazione, al sistema sanitario, alla scuola per i figli.

E accanto a queste priorità assolute, chiediamo anche la soddisfazione di alcuni elementari bisogni: ricongiungersi ai propri cari, affittare una casa, chiedere un finanziamento, costruire un futuro. Tutte cose normali, ma cose enormi per queste persone.

Su queste rivendicazioni semplici si è costruito il corteo e l’incontro con la prefettura di Napoli, che è sembrata consapevole di come la nostra piattaforma di lotta sia l’unica possibile soluzione per tamponare gli esisti paradossali di una sanatoria che, ad oggi, ha unicamente aumentato lo sfruttamento lavorativo ed il mercato dei contratti falsi.

Il movimento che è sceso in piazza sa bene, però, che dovrà ottenere tre vittorie prima di poter portare a casa veri risultati. Per come funzionano le cose in Italia, occorrerà strappare tre “sì” in successione: rispettivamente, dalla prefettura, dalla questura e dal Ministero dell’Interno.

Una prima vittoria la mobilitazione di giovedì sembra averla conquistata, grazie ai corpi di tutte e tutti quelli che hanno disertato i mercati, le rotonde e le campagne e hanno scelto la lotta. Ora si tratta di continuare e aprire gli altri due portoni (questura e ministero).

Avremo quindi davanti un’estate molto calda, con un lavoro enorme da fare.

La giornata di ieri ci consegna però anche un metodo di lavoro e di costruzione dei percorsi di lotta con le comunità migranti. Le realtà che hanno promosso l’iniziativa di giovedì (il movimento migranti e rifugiati di Napoli nato all’interno del centro Sociale Ex OPG e l’ass. YaBasta! di Scisciano) lavorano infatti quotidianamente, attraverso i rispettivi Sportelli, per aiutare le persone migranti nei percorsi di regolarizzazione, di contrasto alle dinamiche di sfruttamento, di emergenza abitativa, di supporto nell’accesso ai servizi sanitari e sociali.

È un impegno continuo, cui si affianca l’organizzazione della vertenza generale, la costruzione e la strutturazione del movimento, la condivisione di informazioni e la strutturazione dell’identità politica.

Questo impegno è continuato per tutto il lockdown, ampliandosi alla costruzione di percorsi di supporto alimentare e farmaceutico. Chiaramente questa tipologia d’azione ha il merito di aiutare a mantenere un approccio politico sempre focalizzato sull’inchiesta e sulla lettura delle dinamiche reali.

Nella costruzione del corteo del 17 questo lavoro di sportello è stato fondamentale per tessere gli incontri e i tavoli con tutte le varie comunità migranti, sia in città e sia, per quanto possibile, sui vari territori della periferia.

I social sono sicuramente importanti ed i gruppi whatsapp e twitter di sportello e di movimento sono molto utili per veicolare informazioni, ma non bastano. Per costruire la partecipazione, specie nel post lockdown che ci vede atrofizzati ed estremamente deboli, è fondamentale costruire momenti di incontro e andare nei luoghi in cui il popolo della sanatoria vive.

La credibilità che il nostro impegno quotidiano ci consegna in modo più o meno riconosciuto può costituire una leva utile ad alimentare le lotte. Ma il passaggio dal sostegno solidale all’autorgsnizzazione e poi alle lotte non avviene in modo meccanico.

Occorre metterci cuore e passione militante.

Tante, per esemplificare, sono state le assemblee che hanno preceduto questo corteo, spesso interminabili nelle lunghe traduzioni in più lingue. E tanti sono stati i volantinaggi e gli incontri di quartiere, tantissime le telefonate a tutte le ore.

Questa modalità di costruzione politica ci da due forti indicazioni di pratica e metodo:

1) la rivendicazione del diritto all’esistenza costituisce il terreno più indicato per promuovere una partecipazione di massa dei soggetti reali.

La pandemia ha soffocato tantissime lotte e atrofizzato la dinamica di piazza. Per smuovere le cose, occorre quindi ripartire dal profondo delle contraddizioni della società neoliberista. La narrazione mediatica del reale trasforma tutto ciò che tocca, ma non ce la fa a sopprimere la necessità del vivere. La rivendicazione del diritto di esistenza la mette in crisi e ne evidenza la disumanità;

2) La costruzione della piazza e la partecipazione dei soggetti reali di questo complicato settore di umanità necessita di un lavoro costante di sportello e sul territorio. Già qualche anno fa realtà come il CSA Ex Canapificio provavano ad indicare il lavoro di Sportello come modalità per ricostruire un filo diretto coi soggetti reali e dare nuove prospettive alle lotte e alle vertenze territoriali. Oggi questa necessità è ancora maggiore perché occorre ripensare anche una modalità di vivere i quartieri e le comunità, che metta al centro la partecipazione e non la delega.

Naturalmente un lavoro del genere, che pone noi attivisti a metà strada tra il movimento e il sindacato, è enorme e dal risultato incerto. Il rischio maggiore è sicuramente quello di non riuscire a sostenere lo sforzo organizzativo di una costruzione che tiene assieme percorsi di tutela individuali, vertenze collettive e rivendicazioni generali. E va anche detto che muoversi in questa prospettiva costringe a ripensare continuamente  la nostra idea stessa di militanza, cercando di non cadere nel particolarismo e mantenendo chiara una prospettiva di sistema.

Nel 2018 gli zapatisti convocarono un “semmenzaio” per provare a definire una nuova modalità d’azione politica e sociale. “Non stiamo fondando un parito o un’organizzazione, stiamo facendo un avvistamento”, scriveva allora il subcomandante Marcos. E aggiungeva: “per farlo abbiamo bisogno di concetti e non di buone intenzioni; abbiamo bisogno di pratica con teoria e di teoria con pratica; abbiamo bisogno di analisi critiche e non di definizioni. Per guardare fuori, dobbiamo guardare dentro. Le conseguenze di ciò che vedremo e di come lo vedremo, saranno una parte importante della risposta alla domanda – cosa viene dopo?- ”.

Ecco. Il 17 giugno può rappresentare un primo sguardo di quest’avvistamento.

Il problema è ora di riuscire a percorre la strada che abbiamo appena indicato.

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