Questo era Auschwitz

A cura di LEF, dal memoriale del comandante delle SS Rudolf Höss

Rudolf Höss fu il responsabile del campo di sterminio di Auschwitz dall’inizio fino al 1° dicembre 1943. Dopo la sconfitta tedesca fu arrestato. Testimoniò al Processo di Norimberga prima di essere estradato in Polonia, dove venne processato e condannato a morte. Fu impiccato proprio nel campo di Auschwitz il 2 aprile 1947.

Nei mesi di detenzione scrisse un memoriale che, con fredda precisione, racconta quello che avveniva (lo si può leggere integralmente nel libro “Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss”, Einaudi, Torino 1985. Gli stralci che qui riportiamo sono alle pagine 127- 136).

Perché costringiamo i nostri lettori e le nostre lettrici ad una lettura così terribile? Per la ragione di fondo che motiva molte scelte di LEF. Vogliamo spingere a ricordare il più possibile quello che davvero abbiamo alle spalle. La riteniamo una sollecitazione necessaria: perché questo nostro tempo si caratterizza, da un lato, per la memoria corta e, dall’altro, per l’uso poco consapevole di parole terribili come “sterminio” o “genocidio”. Anche quando lo si fa con le migliori intenzioni, il risultato è di consegnare ad un indistinto sfondo tutti le vicende tremende che accadono oggi, saltando il fatto che ci sono comunque gradazioni diverse dell’infamia, del delitto, della tragedia.

Nella nostra cultura, anche per chi non è credente, la parola “inferno” indica il luogo e il tempo del dolore assoluto. Auschwitz è quanto di più simile ad un inferno sia stato realizzato dagli esseri umani. Jean-Paul Sartre ha addirittura scritto che dopo Auschwitz poteva avere senso solamente il silenzio. Noi non siamo d’accordo. L’orrore va guardato in faccia, fino alla fine. Anche perché, pur se con gradazioni ancora non equiparabili, molte spinte in quella stessa direzione si riproducono continuamente intorno a noi.

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Allorché, nell’estate del 1941, [Himmler] mi comunicò personalmente l’ordine di allestire ad Auschwitz un luogo che servisse allo sterminio in massa, e di realizzare io stesso tale operazione, non fui in grado di immaginarne minimamente la portata e gli effetti.

In effetti, era un ordine straordinario e mostruoso, ma le ragioni che mi fornì, mi fecero apparire giusto questo processo di annientamento. A quel tempo non riflettevo: avevo ricevuto un ordine ed era mio dovere eseguirlo …

Se il Führer in persona aveva ordinato la soluzione finale della questione ebraica, un vecchio nazionalsocialista, e tanto più un ufficiale delle SS, non poteva neppure pensare di entrare nel merito. «Il Führer comanda, noi obbediamo», non era certo una frase né uno slogan, per noi. Era un concetto preso terribilmente sul serio.

Dal momento del mio arresto, mi è stato detto ripetutamente che avrei potuto benissimo rifiutare di eseguire questi ordini, che avrei potuto perfino assassinare Himmler. Non credo che, tra le migliaia di ufficiali delle SS, ve ne fosse anche solo uno capace di formulare un simile pensiero. Semplicemente, non sarebbe stato possibile…

Prima ancora che cominciasse lo sterminio in massa degli ebrei, in quasi tutti i campi di concentramento, negli anni 1941 e 1942, furono liquidati i politruks russi e i commissari politici. Secondo una disposizione segreta del Führer, in tutti i campi di prigionieri di guerra unità speciali della Gestapo trascelsero i politruks russi e i commissari politici, che vennero inviati al più vicino campo di concentramento per essere liquidati.

Questa misura venne motivata dicendo che i russi ammazzavano immediatamente ogni soldato tedesco che fosse membro del partito o appartenessero a qualche organizzazione del partito, in particolare poi le SS, e che i funzionari politici dell’Armata Rossa avevano l’incarico, nel caso che cadessero prigionieri, di creare disordine nei campi di prigionia e nei luoghi di lavoro, comunque fosse possibile, e di sabotare il lavoro stesso.

Anche ad Auschwitz giunsero questi funzionari politici dell’Armata Rossa, destinati alla liquidazione. I primi gruppi, meno numerosi, vennero uccisi dai plotoni d’esecuzione. Ma, durante una mia assenza, il mio sostituto, lo Schutzhaftagerführer Fritsch adoperò a questo scopo un gas, e precisamente un preparato di acido prussico, Cyclon B, che veniva correntemente usato al campo per la disinfestazione dei parassiti, e che vi si trovava in grosse quantità. Al mio ritorno, Fritsch mi riferì quanto aveva fatto, ed il gas venne impiegato anche per il trasporto successivo …

Durante la prima esperienza di gassazione cui assistetti, non riuscì a realizzare appieno ciò che accadeva, forse perché troppo impressionato dall’insieme delle operazioni. Ricordo invece più nitidamente la gassazione, immediatamente successiva, di 900 russi nel vecchio forno crematorio, dacché l’utilizzazione del block II comportava troppe difficoltà. Mentre ancora durava lo sbarco dal treno, nella copertura di terre cemento armato della camera mortuaria vennero praticate delle aperture.

I russi vennero obbligati a spogliarsi nell’anticamera, e poi entrarono tutti tranquillamente nella camera mortuaria, dove era stato detto loro che sarebbero stati spidocchiati. Lo spazio conteneva giusto l’intero trasporto. La porta venne sbarrata e dalle aperture venne fatto entrare il gas. Non so quanto sia durato questa uccisione, ma per un certo tempo intesi ancora come un ronzio. Al momento dell’immissione, alcuni urlarono «gas!» e si levò come un ruggito, mentre gli uomini cercavano di forzare le porte, che tuttavia non cedettero.

Parecchie ore dopo, le porte vennero aperte fu fatta entrare l’aria. Allora per la prima volta vidi in grande quantità i cadaveri di individui gasati, e ciò provocò in me un malessere, un brivido, benché mi fossi figurata peggiore la morte col gas. Avevo sempre immaginato un orribile soffocamento, mentre invece i cadaveri non mostravano affatto tracce di contrazioni o di spasimi. Come mi spiegarono poi i medici, l’acido prussico agiva sui polmoni con un effetto paralizzante, ma talmente repentino e violento da non provocare fenomeni di vero soffocamento, come avviene per il gas illuminante o, in generale, per l’assenza di ossigeno nell’aria…

Le fucilazioni mi atterrivano, soprattutto pensando alle masse, alle donne e ai bambini. Ne avevo abbastanza, ormai, dell’esecuzione di ostaggi, delle fucilazioni in gruppo ordinate da Himmler o dall’Alto Comando della polizia del Reich. Ma ora era tranquillo perché questi bagni di sangue sarebbero stati evitati, e perché le vittime avrebbero potuto essere risparmiate fino all’ultimo momento.

Era proprio questo che mi turbava di più, quando pensavo alle descrizioni che Eichmann ci aveva fatto dello sterminio di ebrei, mediante mitragliatrici e mitra, compiuto dalle squadre speciali [Einsatzkommandos]. Pare che vi si svolgessero scene spaventose: i tentativi di fuga da parte dei condannati, l’uccisione di feriti, soprattutto delle donne, dei bambini. I frequenti suicidi nelle file delle squadre speciali, da parte di coloro che non erano più in grado di sopportare quei bagni di sangue. Alcuni sono impazziti. La maggioranza dei membri di queste squadre hanno cercato di dimenticare il loro triste lavoro, annegando nell’alcol …

Nella primavera del 1942 giunsero i primi trasporti di ebrei dall’Alta Slesia, tutti individui da sterminare. Vennero condotti dal luogo dell’arrivo alla fattoria – il primo bunker – attraversi i prati di quello che sarebbe poi stato il settore numero 2. Aumeier, Palitzsch e altri Blockführer li guidavano, discorrendo con loro degli argomenti più innocui e informandosi delle loro professioni e mestieri, per meglio ingannarli.

Giunti alla fattoria, gli ebrei dovettero spogliarsi. All’inizio entrarono tranquillamente nelle sale dove dovevano subire la disinfestazione, ma in breve, alcuni cominciarono ad agitarsi e a parlare di soffocamento, di sterminio. Nacque così un’atmosfera di panico, ma subito quelli che erano ancora fuori vennero spinti nelle sale e le porte sbarrate.

Per i trasporti successivi si provvede in tempo a individuare gli elementi più irrequieti, per poterli tenere d’occhio. Se cominciavano disordini, gli elementi turbolenti venivano portati dietro la casa senza dare nell’occhio, e qui uccisi con armi di piccolo calibro, affinché gli altri non si accorgessero di nulla. Anche la presenza del Sonderkommando e il suo contegno tranquillizzante servì a calmare gli irrequieti sospettosi …

Anche se non credevano ai militi delle SS, costoro dovevano pur credere con piena fiducia i loro compagni di razza [infatti i Sonderkommandos, appunto per infondere fiducia e tranquillità, erano composti sempre di ebrei provenienti dalle stesse regioni in cui erano in corso, volta per volta, le deportazioni). Si facevano raccontare della vita nel campo e, per lo più, si informavano delle condizioni di conoscenti o di familiari giunti con trasporti precedenti. Ed erano interessanti la capacità di mentire da parte degli uomini del Sonderkommando e la loro forza di persuasione, i gesti con cui sottolineavano le proprie parole.

Molte donne nascondevano i bambini lattanti nei mucchi di abiti. Ma gli uomini del Sonderkommando vigilavano, e a forza di parole riuscivano a persuaderle a riprendersi i bambini. Esse credevano che la disinfestazione potesse essere nociva ai piccoli, e per questo li nascondevano. I bambini piccoli, per lo più piangevano durante la svestizion,e impressionati da tante novità, ma quando le madri, oppure quelli del Sonderkommando gli parlavano dolcemente, si calmavano e si avviavano tranquilli nelle camere a gas, stuzzicandosi l’un l’altro e tenendo in mano i giocattoli …

Sopra tutti gli altri mi colpì una giovane, che correva freneticamente avanti e indietro, aiutando i tanti bambini e gli anziani a spogliarsi. Durante la selezione aveva accanto a sé due bambini piccoli; mi avevano colpito la sua eccitazione e in generale il suo aspetto: non sembrava affatto un’ebrea. Ora non aveva più bambini accanto a sé. Fino all’ultimo si diede da fare per aiutare alcune donne che avevano parecchi bambini, parlando loro gentilmente, calmando i bambini. Fu tra gli ultimi entrare nel bunker.

Sulla porta si fermò e disse: – Ho saputo fin dal principio che ad Auschwitz saremmo stati gasati. Quando avete fatto la selezione, ho evitato di essere messa tra gli abili al lavoro, perché volevo seguire i bambini. Volevo fare queste esperienze in piena coscienza. Spero che presto tutto sarà finito. Addio.

Talvolta avveniva anche che alcune donne, mentre si spogliavano, rompessero d’improvviso in gridi laceranti, strappandosi i capelli e comportandosi come isteriche. Subito venivano allontanate dalla massa e portate dietro la casa per essere uccise con un’arma di piccolo calibro, mediante il colpo alla nuca. Avveniva anche che, nel momento in cui quelli del Sonderkommando lasciavano il locale, le donne, intuendo perfettamente ciò che stava per accadere, ci urlassero dietro tutte le maledizioni possibili. Mi ricordo anche di una donna che, mentre stavano per chiuderle le porte, cercò di spingere fuori figli, gridava piangendo: -Lasciate in vita almeno i miei bambini!…

Anche il contegno del Sonderkommando era perlomeno singolare. Tutti quanti sapevano benissimo che, alla fine di quell’operazione, anche a loro sarebbe toccato la medesima sorte di tutti i correligionari al cui sterminio avevano contribuito con tanta sollecitudine. Eppure portavano in questo lavoro, uno zelo che non mancò mai di meravigliarmi.

Non soltanto non accennavano minimamente a quanto stava per accadere, non soltanto prestavano gentilmente il loro aiuto durante l’operazione di svestizione, ma all’occorrenza impiegavano anche la forza contro chi si ribellava. In questi casi, portavano via i tipi irrequieti, e li tenevano fermi perché i soldati potessero sparare, ma lo facevano in modo che le vittime non si accorgessero neppure della presenza di sottufficiali pronti con i fucili, e che questi potessero, inavvertiti, puntare l’arma alla nuca…

Poi dovevano estrarre i cadaveri dalle camere, estrarre i denti d’oro, tagliare i capelli, trascinare i cadaveri nelle fosse o nei forni crematori, mantenere vivo il fuoco nelle fosse, versarvi sopra il grasso che colava e rimuovere costantemente le cataste di corpi che bruciavano, per far penetrare meglio l’aria. Compivano tutti questi lavori con una sorta di ottusa indifferenza, come se si trattasse di cose normali…

Avvenne di frequente che gli ebrei del Sonderkommando riconoscessero dei parenti tra i cadaveri, e così pure tra coloro che stavano per entrare nelle camere a gas. Evidentemente, apparivano scossi, ma non per questo avvenne mai un incidente. Assistei io stessa ad un caso di questi: nell’estrarre cadaveri da una camera gas, improvvisamente uno del Sonderkommando si arrestò, rimase per un istante come fulminato, quindi riprese il lavoro con gli altri. Chiesi al kapò che cosa fosse successo: disse che l’ebreo aveva scoperto, tra gli altri, il cadavere della moglie. Continuai ancora ad osservarlo per un certo tempo, ma non riuscì a scorgere in lui nessun atteggiamento particolare. Continuiava a trascinare i suoi cadaveri, come aveva fatto fino ad allora…

È vero che l’ordine del Führer era indiscutibile per tutti noi, così come il fatto che questo compito dovesse essere assolto dalle SS. Ma ciascuno era tormentato da dubbi segreti. Quanto a me, in nessun caso avrei potuto esternare i miei dubbi. Per costringere i miei collaboratori a tener duro, dovevo a mia volta mostrarmi incrollabilmente persuaso della necessità di realizzare quell’ordine così spaventosamente crudele.

Gli occhi di tutti erano fissi su di me; tutti scrutavano le impressioni suscitate in me dalle scene che ho descritto, tutti studiavano le mie reazioni. Insomma, ero al centro dell’attenzione di tutti, e ogni mia parola era oggetto di discussione. Dovevo perciò controllarmi all’estremo, perché sotto l’impressione di simili avvenimenti non venissero alla luce dubbi ed angosce.

Dovevo apparire freddo e senza cuore, di fronte a fatti che avrebbero spezzato il cuore di ogni essere dotato di sentimenti umani. Non potevo neppure voltarmi dall’altra parte, quando sentivo prorompere emozioni anche troppo comprensibili. Dovevo assistere impassibile allo spettacolo delle madri che entravano nelle camere a gas coi loro bambini che piangevano o ridevano.

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