Piccola riflessione sulle elezioni amministrative

Non so se la sinistra-sinistra, cioè l’insieme del milieu che in questi decenni si è caratterizzato su parole d’ordine antiliberiste, riuscirà a presentare una proposta elettorale credibile in tutte le cinque principali città italiane che andranno al voto ai primi di ottobre. Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna assommano a quasi sette milioni di cittadini. Prese nel loro insieme, le elezioni comunali di queste cinque città assumeranno un evidente carattere politico complessivo. Se poi ad esse aggiungiamo la Calabria, che pure voterà per il consiglio Regionale, siamo a circa 1/6 della popolazione italiana.

In Calabria si è definita una coalizione che mette assieme il civismo democratico e le organizzazioni politiche di ispirazione comunista attorno alla candidatura a presidente della Regione di Luigi de Magistris, che è stato per anni sostituto procuratore a Catanzaro e particolarmente attivo sul fronte della criminalità organizzata e del malaffare. È una coalizione in chiara discontinuità e rottura non solo col centro-destra, ma anche con le esperienze di centro-sinistra, che proprio in Calabria hanno avuto una storia discutibile da molti punti di vista, censurabile persino sul piano della ‘questione morale’.  

Anche a Torino, attorno allo storico Angelo d’Orsi, si è già realizzata l’unità di quasi tutte le realtà organizzate a sinistra del PD. Ed è un polo elettorale che può crescere ulteriormente, per l’apporto del civismo democratico e della sinistra sociale diffusa.

Nella stessa direzione si sta andando a Milano e a Bologna, mentre non è ancora sciolta la proposta elettorale a Roma.  

La situazione meno chiara è però quella di Napoli; col piccolo particolare che proprio il capoluogo campano rappresenta, fra le situazioni citate, il test politico decisivo per le sorti di una sinistra di alternativa che voglia davvero uscire dal suo stretto recinto e parlare, con una sola voce, a settori ampi di società. Napoli è determinante perché per dieci anni ha avuto un’amministrazione nella quale, in vario modo e in varie forme, si è riconosciuta l’insieme della sinistra di alternativa.

Il baricentro dell’amministrazione è rimasto costantemente quello del populismo di sinistra, con le debolezze che ciò comporta. Ma è un fatto che populismo di sinistra e sinistra di alternativa sono riuscite a relegare all’opposizione non solo la coalizione della destra, ma anche il Pd e lo stesso Movimento 5 stelle. Napoli ha dimostrato, per dieci anni, che si può guidare una grande città anche camminando in modo separato e contrapposto alla destra e ai liberali di sinistra.

In sostanza, nella principale città del Sud è andata avanti, per dieci lunghi e difficili anni, un’esperienza amministrativa caratterizzata, sul piano squisitamente politico, dall’antiliberismo, dalle politiche di solidarietà ed inclusività e dalla difesa dei beni comuni.

Errori? Sì che ce ne sono stati. Cedimenti? Pure. Incoerenze? Senz’altro.

Coloro che parlano di una obiettiva differenza tra la prima consiliatura di De Magistris, quella del 2011 – 2016, e la seconda, dal 2016 ad oggi, hanno molte buone ragioni. Le incoerenze nell’ultimo quinquennio si sono moltiplicate, la spinta propulsiva verso il cambiamento si è affievolita e molti buoni propositi sono venuti meno.

Ciò nonostante, sarebbe davvero un peccato se coloro che hanno sostenuto questa esperienza così anomala nel panorama istituzionale non riuscissero, nelle prossime elezioni amministrative, a presentarsi in modo unitario ed in continuità, sia pure critica, con l’ispirazione politica che l’ha generata. Perché l’essenziale della questione sta proprio qui.

Da un lato, l’insieme del quadro politico tradizionale – quello che in gran parte si ritrova unito nel governo Draghi – intende affermare che questi ultimi dieci anni sono stati un incidente di percorso, un risultato “illogico” e “insensato”, non destinato ad alcun futuro; dall’altro, l’“anomalia Napoli” è obiettivamente chiamata a difendere il suo ‘realismo’, ovvero il dato di fatto che è possibile muoversi in una prospettiva differente rispetto alle logiche tipiche del liberismo. È possibile farlo anche avendo contro tutte le istituzioni della Repubblica – dal governo nazionale all’amministrazione regionale – e tutti i poteri reali del Paese – dalla grande stampa alle grandi banche e alla grande industria.

E però, se poi questa esperienza non dovesse riuscire a muoversi in modo univoco sul piano della proposta elettorale, avranno avuto ragione esattamente “gli altri”. Mi pare già di sentirli: “Avete visto? Non ve l’abbiamo sempre detto? Questi dieci anni di Napoli sono stati la meteora improduttiva di un masaniello fuori stagione e di un po’ di gente fondamentalmente irragionevole che gli è andata dietro…”

Se davvero si andasse alla deflagrazione del cosiddetto ‘movimento arancione’, con la plateale disarticolazione del populismo di sinistra e della sinistra politica che tanto fecero per eleggere due volte sindaco Luigi de Magistris contro i candidati del centrodestra e del centrosinistra, allora si rafforzerà unicamente il messaggio di chi dice, parafrasando gli inquisitori della Controriforma cattolica: “extra Ecclesiam, nulla salus”. Ovvero: non c’è salvezza fuori dalle grandi forze partitiche organizzate, in particolare fuori dal PD…

D’altronde, i giornali locali già sottolineano con enfasi gli spostamenti di taluni ex sostenitori di de Magistris nel campo di Gaetano Manfredi, il candidato unitario di PD, Cinque Stelle (che comunque a Napoli sono vistosamente spaccati su tale scelta), Leu e Italia Viva.

Io spero che, alla fine, la vicenda napoletana non rafforzerà la convinzione paralizzante che ci viene sussurrata all’orecchio da più direzioni, ovvero che ‘senza il PD non si va da nessuna parte’. Ma per dimostrare che si può continuare ad amministrare una città difficile come Napoli anche senza il beneplacito dei ministri e dei notabili campani del Partito Democratico, occorre, per prima cosa, che le forze antiliberiste si presentino con una voce sola. Come a Torino, Milano e Bologna

La candidata che Dema (la formazione guidata da De Magistris) ha presentato da diversi mesi alla città è la giovane assessora Alessandra Clemente. Ella sta rivendicando il carattere innovativo della “anomalia Napoli” rispetto alle logiche di conservazione dei vari partiti che governano ora in Italia, e fa appello a “tutte le forze realmente progressiste” per definire un campo di contenuti programmatici capaci di criticare anche severamente gli errori e le incoerenze dell’amministrazione, ma senza disperderne il valore politico.

Da parte sua, Sergio D’Angelo, che pure proviene dalla storia della “anomalia Napoli” e ha annunciato la sua candidatura a sindaco in aperta polemica con la stessa Clemente, sta insistendo, con sensati argomenti, sul profilo di discontinuità e di nuovo inizio che occorre proporre ai cittadini napoletani.

Al di là del valore dei due candidati, che non è in discussione, il problema è esattamente che sono due e non uno. Il che indebolisce in partenza l’efficacia di una possibile alternativa alla cultura liberista che domina il centrosinistra e alla cultura iperliberista che è tipica del centrodestra. Non solo. Rende anche meno efficace la riformulazione positivamente critica, e proiettata ad un nuovo inizio, della “anomalia Napoli”.

Per come la vedo io, occorrerebbe muoversi con celerità per ricucire i non pochi strappi e le incomprensioni degli ultimi tempi all’interno del fronte ampio che ha retto in questi anni ‘l’anomalia Napoli’. E soprattutto occorre parlare alle classi popolari, indicando con chiarezza i punti di criticità che ci sono stati e coinvolgendo le persone nella costruzione partecipata di proposte e liste.

Peraltro, le potenzialità per non restare inchiodati alla immagine dei masaniello inconcludenti ci sono tutte. Lo stesso Luigi de Magistris potrebbe oggi, in un quadro che è molto simile a quello di dieci anni fa, riuscire nell’impresa di costruire un’alternativa vincente assieme ai tanti calabresi stanchi del sistema oppressivo e disgregato che tuttora vige in Calabria. Potrebbe riuscire a imporsi, in quella emblematica regione del Sud, contro le forze della destra e della sinistra liberale.

E sarebbe davvero una iattura se Napoli non riuscisse a fare in alcun modo da sponda allo scontro che si consumerà in Calabria e in tutte le altre grandi città d’Italia.

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