Harry Potter dieci anni dopo

“L’immagine è diventata la forma finale della reificazione”. Lo slogan di Guy Debord è un importante spunto per riflettere sugli ultimi dieci anni della società dei consumi. E, a dieci anni dalla fine, il fenomeno ‘Harry Potter’ rappresenta un ottimo strumento di analisi per guardare alla infelicità straniante e alienante della contemporaneità.

La domanda è la seguente: a dieci anni di distanza, è ancora possibile l’affermarsi di un fenomeno equivalente ad ‘Harry Potter’, e cioè con una collocazione contemporanea ma vissuto attraverso idee, concetti e stereotipi del passato?

Ovviamente, non sono in gioco solo i contenuti, ma anche la forma di quei contenuti. Tanto più che la parabola discendente che porta alla condizione di “ex-fenomeno”, ovvero a una lontana reminiscenza di quello che un tempo fu, può essere vista oggi come connaturata già in partenza all’opera filmica.

Di fatto, il progressivo incremento della visione solipsistica dell’immagine digitale, che domina ormai su ogni altro elemento, fagocita idealmente lo spazio di scena, sovvertendolo e restituendocelo sotto forma di spazio asettico. In esso, i personaggi-attori sono chiamati a reinventare se stessi e l’immane sacrificio della narrazione che porta luce nelle tenebre di una storia ancora inespressa si trasforma nel suo contrario, portando alla piena sconfitta della “luce” e del candore che dominava nelle prime visioni.

In sostanza, il film diviene sempre più il segno di un ‘mondo bloccato’. Se agli inizi del XXI secolo ricordava ancora di essere figlio del Novecento, col passare del tempo, con l’urbanizzazione sregolata del mondo e lo sviluppo dei nuovi media, sembra aver smarrito del tutto la particolare opposizione che lo portava ad essere quello che per tanti decenni è stato. Alludo al binarismo dell’esperienza del vuoto e della libertà.

Quei due elementi, infatti, appaiono concetti quantomai equivoci di fronte alla globalizzazione, allo sviluppo delle città-mondo, alla reificazione (e virtualizzazione) dei rapporti istituiti dalle nuove tecnologie mediatiche che ora tendono ad occupare ogni possibile scena.

L’esperienza della libertà che riempie il vuoto, perché dal vuoto è attratta, potrebbe essere letta anche come “esperienza della luce”. Ma è proprio la mancanza della luce che caratterizza i film nell’età del digitale. La luce, nei film caratterizzati dall’uso eccessivamente ostentato del digitale, scolora in un grigiore soffuso, disperdendo la particolare magia della narrazione per immagini. Passiamo così, quasi naturalmente, dalle file nelle librerie e nei cinema, e dalla purezza delle grandi “allucinazioni collettive, alla melanconia per qualcosa che è inesorabilmente al termine.

Ma l’aspetto cruciale di tale malinconia è che essa coincide con una sorta di “precipitazione individuale”. L’uscita dalle grandi allucinazioni collettive non produce un brusco ritorno alla realtà, ma qualcosa di somiglia a una presa di coscienza piuttosto ‘infelice’ del fallimento del sogno, per cui il sogno continua ancora ad essere, pur avendo sancito il suo fallimento.

Così in Harry Potter, la morte del signore oscuro viene quasi a configurarsi come suicidio, implosione o collasso definitivo dello stesso sistema narrativo, e non come trionfo del bene sul male.

C’è insomma qualcosa che non torna nei film di ultima generazione. Ci mettono a disagio e producono in noi un “effetto di disorientamento”. È lo stesso che, nel primo decennio del XXI secolo, ha attraversato l’intera società.

Si tratta di un senso di instabilità, dell’impressione di perdere continuamente pezzi per strada – nel corso degli anni, senza tuttavia sapere esattamente cosa, o perché. Ma tale sensazione emerge soltanto se ci spostiamo lungo l’asse del tempo percorrendo una strada a ritroso, cioè nel confronto con una realtà assestata, e però in seguito mutata in qualcosa di diverso.

Non è, dunque, nostalgia per ciò che è terminato o sta giungendo a termine, ma una sensazione di smarrimento per qualcosa che si è esaurita ancor prima di trionfare, e che mai più potrà trionfare.

In questo senso, la metafora del ‘fenomeno bloccato’ diventa una lenta presa di coscienza degli effetti di un’omogenizzazione (ma anche esclusione) delle diversità e di un progressivo scompaginamento delle normali relazioni sociali. Le cause vanno ricercate nei mutamenti che l’evoluzione dello spazio urbano e delle tecnologie implicano, reclamando la scelta di una cieca adesione al progresso, ma decretando, di fatto, un impoverimento morale e generale dell’individuo.

A dieci anni di distanza dalla fine del fenomeno ‘Harry Potter’, le relazioni virtuali hanno acquisito un’importanza pressoché assoluta nel contesto delle relazioni sociali. E il tentativo di includere nell’ambito del discorso sui media un principio di razionalità e di disciplina, anziché produrre una qualche forma di spiegazione della storia recente, ha semplicemente negato ogni espressione del divenire.

Il disorientamento attuale deriva proprio dalla convinzione (e dalla paura) che alla frammentarietà possa opporsi solo una omogenizzazione delle diversità, fondata su una inclusione/cancellazione delle identità marginali. Le città-mondo di Marc Augè comprendono in sé le diversità sociali senza inglobarle veramente, in una fittizia rete omogenea in cui l’escluso non soltanto non gode dei privilegi del non-escluso o del ricco, ma è declassato a frammento minuscolo di un’omogeneità apparente, che non è nemmeno in grado di interrogarsi su se stessa, né di fornire una rappresentazione della propria condizione.

Si capisce perciò perché Fredric Jameson abbia insistito così a lungo sulla scomparsa della storicità. Egli sostiene che non siamo più capaci “di fornire una rappresentazione adeguata alla nostra attuale esperienza”. Il riferimento è a una società che – per effetto della messa in scena di un passato putativo, ridotto a collezione di immagini e spettacolo, seguito da un’esplosione di nostalgia – viene spogliatla, per l’appunto, di ogni riferimento effettivamente storico

Ma la società odierna non è soltanto senza storicità. Oggi come oggi, essa si ritrova priva anche del suo simulacro: dello spettacolo della storicità. È un esito tragico, perché nella lineare piattezza attuale, persino un simulacro sarebbe un passo in avanti verso la storia: l’illusione dello spettacolo è pur sempre un’illusione.

Il fenomeno ‘Harry Potter’ è stato questo: lo spettacolo di uno spettacolo. Se la magia è una forma di reazione alle costrizioni della realtà, tanti ragazzi – oggi giovani e adulti – l’hanno vissuta e hanno contemporaneamente vissuto il suo spettacolo, pur riconoscendone il carattere fittizio.

Ma quando alla magia e alla luce si sovrappone l’arida anti-magia, è lo spettacolo stesso che scompare. Nel senso che riesce a porsi solo come continuazione di un impulso ormai dissipato. Diventa, cioè, lo spettacolo di uno spettacolo ormai finito.

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