La violenza sulle donne in Brasile: una pandemia nella pandemia

di Lavinia Clara Del Roio e Alessandro Vigilante

Il drammatico aumento della disoccupazione

L’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE) evidenzia che nel 2020, l’anno segnato dalla pandemia, a perdere il lavoro sono state soprattutto le donne. Esse costituiscono la parte più numerosa del mercato del lavoro (53%), ma sono anche quelle più brutalmente colpite dalla disoccupazione (64,2%).

Alla fine del 2020, l’aumento della disoccupazione registrato è stato +18,5% per le dipendenti del settore privato, +10,9% per le collaboratrici domestiche e +9,6% per quelle che lavoravano in proprio. Così a dicembre vi erano 7,4 milioni di donne in più a cercar lavoro, disponibili a lavorare subito, ma impossibilitate a trovare una qualunque occupazione.

Va detto anche che il Brasile è il paese con il maggior numero di lavoratrici domestiche al mondo. Sono più di 6 milioni, di cui il 70% nere. Uno studio del Dipartimento Intersindicale di Statistica e Studi Socioeconomici (DIEESE) ci dice che nel 2020 ne sono state licenziate 1,6 milioni, sia a causa della riduzione generale dei redditi delle famiglie e sia per la preoccupazione dei contagi. Tra queste lavoratrici, solo 400mila avevano un contratto formale, mentre tutte le altre venivano impiegate “al nero”.

Ma i licenziamenti non sono stati l’unico duro colpo per le fasce più povere della popolazione. In Brasile, infatti, è sempre stato molto rilevante il numero delle famiglie che dipendono dalle pensioni degli anziani. Ma nel 2020 proprio i pensionati sono stati le principali vittime della pandemia (in Brasile il 70% delle persone decedute a causa del Covid aveva più di 60 anni). La conseguenza è stata che migliaia di famiglie si sono trovate contemporaneamente senza lavoro e senza l’unica fonte di reddito di cui disponevano.

Gli aiuti d’emergenza hanno fatto la differenza nei primi trimestri dello scorso anno, ma la diminuzione delle erogazioni a partire da settembre e la loro soppressione nel primo trimestre del 2021 ha generato la crescita esponenziale e affannosa della ricerca di lavoro. I sussidi non sono stati più sufficienti per mantenere l’isolamento o per provvedere al proprio sostentamento. Molti disoccupati e precari sono stati costretti a uscire di casa per cercare lavoro, viaggiando su autobus, treni e metropolitane affollati. Molte donne sono state obbligate a rompere il loro isolamento sociale per procurarsi un lavoro qualunque, nonostante i rischi di contagio.

In breve, la povertà è aumentata a dismisura; ed ora lo stesso governo Bolsonaro prevede di riprendere a distribuire sussidi, e però con valori molto più bassi, per un numero minore di beneficiari e solo per il secondo trimestre di quest’anno. Si tratta di misure del tutto inadeguate per un Brasile che sta tornando nella mappa della fame dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, con le famiglie che rimangono senza assistenza e senza che si profili una politica adatta a ridurre gli impatti economici e sociali della pandemia.

La vulnerabilità sociale è dovuta soprattutto alla mancanza di una rete di sostegno su cui le donne possano contare per svolgere lavori fuori di casa. Per poter lavorare, hanno sempre avuto bisogno che altre donne assumessero le loro funzioni in casa, o che ci fossero scuole e asili nido dove lasciare i figli. Durante questa pandemia, l’intera rete di supporto è scomparsa dall’oggi al domani. Le scuole sono state chiuse, le governanti e le baby-sitter hanno dovuto obbedire all’isolamento sociale o sono state licenziate; ed infine le nonne, altro prezioso supporto, sono state escluse per il rischio di contrarre il coronavirus.

Anche prima della pandemia, la possibilità di lavorare secondo i propri desideri e le proprie inclinazioni era ostacolata dalla logistica quotidiana, a partire dagli asili nido e dalle scuole insufficienti. Ma ora molte più donne sono spinte verso attività precarie e intermittenti, con un carico di lavoro dettato dalle condizioni di protezione disponibili per i loro figli. E soprattutto molte donne non sono riuscite neppure ad uscire dalla condizione del “non lavoro”. Quasi quattro persone su cinque “indisponibili” (cioè, impossibilitati) al lavoro sono donne, rimaste senza una occupazione contro la loro volontà.

Tutte queste difficoltà hanno portato ad un’altra conseguenza nascosta: la dipendenza economica imposta dalla pandemia ha determinato, per le donne, l’impossibilità di abbandonare i legami non desiderati ed ha contribuito ad aumentare ulteriormente i casi di violenza domestica.

La violenza contro le donne

La violenza contro le donne è diffusa e sistemica in Brasile. Ogni 2 ore una donna viene uccisa. Secondo dati dell’ONU-Donne, nel 2018 sono state assassinate 4.519 donne e il 68% delle vittime era di colore. Tra il 2008 e il 2018, gli omicidi di donne nere sono aumentati del 12,4% mentre quelli di donne non nere sono diminuiti dell’11,7%. Nel 2019 la polizia ha registrato 66.123 casi di stupro: l’85,7% erano donne e il 57,9% delle vittime aveva meno di 13 anni. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) rivelano che nel 2020 il Brasile ha registrato il quinto tasso di femminicidio più alto al mondo (4,8 ogni 100.000 donne).

La violenza – sia essa sessuale, fisica, psicologica o economica – può avvenire ovunque e in qualsiasi momento: a casa, al lavoro e nelle aree pubbliche. Si consuma perfino sui mezzi di trasporto pubblici. Secondo un’indagine recentemente condotta, il 97% delle intervistate ha riferito di essere stata vittima di molestie sui mezzi di trasporto; il 71% ha affermato di conoscere una donna vittima di molestie sessuali in uno spazio pubblico; e il 46% delle donne non si sente sicura ad usare i mezzi di trasporto per paura di molestie sessuali.

E su tale aspetto non è questione di pandemia. L’analisi dei dati riferiti al 2019 è davvero impietosa. In quell’anno, ogni ora 526 donne furono vittime di aggressioni fisiche (4,7 milioni di donne: il 9%). Più in generale, il 27,4% delle donne brasiliane di età pari o superiore a 16 anni ha subito una qualche forma di violenza nei 12 mesi precedenti (16 milioni di donne); il 21,8% è stata vittima di abusi verbali, come insulti, umiliazioni o imprecazioni; l’8,9% è stata toccata o aggredita fisicamente per motivi sessuali (9 al minuto: 4,6 milioni); il 3,9% è stata minacciata con un coltello o un’arma da fuoco (1,7 milioni); il 3,6% ha subito un pestaggio o un tentativo di strangolamento (3 al minuto: 1,6 milioni). In breve, sempre stando ai dati del 2019, il 42,6% delle donne di età compresa tra 16 e 24 anni dichiara di aver subito violenza nei 12 mesi precedenti (il 56% delle vittime è di colore e il 25% bianca).

Se si analizzano le questioni che favoriscono il dilagare della violenza contro le donne, si possono identificare alcune caratteristiche che la facilitano, caratteristiche che sono peraltro comuni alle società di gran parte del mondo:

– l’assenza di potere formale o statale: le donne sono marginalmente rappresentate nel governo e in parlamento;

– le donne svolgono la maggior parte dei compiti di assistenza domestica e non retribuita;

– le donne sono più passibili di soffrire abusi nei luoghi di lavoro e nelle situazioni di relazione;

– le donne sono rappresentate nei media e nella cultura popolare in modo limitato e stereotipato.

In sostanza, vengono informalmente istituzionalizzati gli spazi sociali per uomini e donne. Gli uomini dominano tutti gli spazi pubblici e le istituzioni rilevanti della società, sia nella cultura giuridica, che in quella economica, religiosa, familiare, ecc. Ciò contribuisce ad alimentare tanto la disuguaglianza tra donne e uomini, quanto il discorso pubblico discriminatorio che subordina le donne, privandole di vivere in condizione di pari opportunità e diritti. Si tratta di potere, di disuguaglianza di potere.

Formalmente, si ritiene che il potere sia esercitato solo attraverso istituzioni, politiche pubbliche, leggi e regole che definiscono tanto ciò che è accettabile e ciò che non lo è, quanto le punizioni per le persone che violano le leggi e infrangono le regole. Ma per quanto ci piaccia pensare che il potere formale si basi e operi sulla base degli standard internazionali dei diritti umani, dobbiamo essere consapevoli che esso può anche operare ed essere esercitato in modo meno visibile e legalmente stabilito, imponendo di fatto i meccanismi che riproducono le disuguaglianze. Questo perché i poteri sono sempre sostenuti anche dalla forza informale delle convenzioni sociali, dei discorsi e delle pratiche culturali socializzate: proprio quelle che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana.

Di fatto, vengono interiorizzate relazioni di potere informali già attraverso la socializzazione che inizia nei primi anni della nostra giovinezza, a partire dall’accettazione delle disparità esistenti tra le responsabilità rispettivamente assegnate, ad esempio, a padri e madri, ad anziani e giovani nelle famiglie. E qui non stiamo parlando di funzionalità dei compiti o del normale rispetto. Parliamo, invece, di un esercizio di potere informale che spesso viene visto come normale, naturale. Si presenta meno visibile, meno palpabile, ma è nondimeno un “potere reale” …

La violenza sanitaria sulle donne

Oltre alla violenza privata, domestica, commessa da singoli individui che si sentono incoraggiati e protetti dall’impunità e dal machismo sistemico, esiste la violenza perpetrata quotidianamente dallo Stato e dai suoi agenti.

Intanto il Brasile possiede la quarta popolazione carceraria femminile del mondo ed il numero di donne incarcerate è aumentato di quasi 700% dall’inizio del XXI secolo. Ma a questo spettacolare aumento non ha corrisposto affatto l’adattamento degli spazi carcerari alle specificità femminili, in particolare per quanto concerne la maternità. Così le madri e i loro figli vengono duramente colpiti. Sono molte le madri separate dai propri figli, che spesso non hanno altre persone che si occupino di loro; e non sono poche le donne costrette a partorire in situazioni degradanti dentro le prigioni.

Peraltro, la maternità resta difficile in Brasile anche fuori dalle carceri. È ancora molto elevato il numero delle donne che muoiono di parto: 55 ogni 100 mila nati vivi (l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che sia fisiologicamente accettabile un numero inferiore a 20). Inoltre, il Brasile presenta il secondo tasso al mondo di parti con taglio cesareo: il 55%, rispetto al 15% suggerito dall’OMS. E qui di nuovo troviamo la conferma statistica che le donne nere sono quelle che soffrono più violenza ostetrica ed hanno minor accesso ad un’assistenza prenatale adeguata.

Questo scenario tragico ha ovviamente inciso anche sui drammatici numeri delle puerpere morte per Covid-19 in Brasile: sono decedute più di 800 donne in stato di gravidanza dall’inizio della pandemia, il numero più elevato del mondo, con un aumento del 145% dal 2020 al 2021. Ed è inutile dire che anche in tal caso la mortalità delle donne nere è stata il doppio rispetto a quella delle donne bianche.

A tale scenario, va aggiunta la proibizione dell’aborto per legge – se non in caso di stupro, anencefalia e rischio di vita per la madre. Questa limitazione favorisce ovviamente gli aborti clandestini e aumenta i pericoli per le donne. Di fatto, miete una vita ogni due giorni, in maggioranza donne nere e giovani, e determina 5 mila casi di complicazioni gravi all’anno.

E come se non bastasse ancora, tra le donne che partoriscono, una ogni 4 riferisce di avere subito qualche tipo di violenza durante il parto,

La violenza poliziesca sulle donne

Ovviamente il luogo più pesante per le donne è il carcere, con le tante angherie che debbono subire dietro quelle mura. Ed ovviamente la gran parte delle detenute proviene dagli strati poveri della popolazione. Quasi la metà delle donne incarcerate ha meno di 30 anni, il 64% sono donne di colore e il 44% non ha concluso le scuole elementari.

Va anche detto che quasi mai sono dentro per crimini significativi. Il 64% sono state arrestate per crimini connessi col traffico di droga, ma molto spesso il loro ruolo è di semplici “mulas” [trasportatrici]. E sovente si tratta di piccole quantità, fatte trasportare proprio per sviare l’attenzione da operazioni che comportano trasferimenti di stupefacenti più consistenti.

Ma le donne non sono risparmiate neppure dalla violenza esplicita della polizia. E quando non sono colpite direttamente vedono morire fratelli, mariti, padri. E soprattutto figli. La polizia brasiliana è tra le più brutali del pianeta ed il suo bersaglio principale sono i giovani uomini neri delle periferie, che compongono l’80% delle vittime della polizia. Nell’anno 2020 sono state più di 6.000 le vittime della violenza delle forze dell’ordine: tutte persone che hanno lasciato dietro di sé famiglie anch’esse segnate da queste operazioni repressive.

Di recente (6 maggio scorso), l’ennesimo massacro effettuato dalla polizia in un’operazione antidroga ha raggiunto il picco più cruento nella storia della città di Rio de Janeiro: addirittura 28 morti in un attacco nella favela di Jacarezinho.

Ma non è stato l’episodio più sanguinoso. Una delle principali esperienze di lotta contro la brutalità della polizia è rappresentata dal gruppo “Mães de maio” [Madri di maggio], formatosi dopo la strage avvenuta nella città di San Paolo durante un’azione durata 10 giorni nel maggio 2006. Alla fine, il bilancio fu di 564 morti, tra cui una donna incinta. Le “Mães de maio” denunciano che si trattò di una rappresaglia indiscriminata della polizia ad atti del crimine organizzato.

I diritti politici negati alle donne

Il Brasile è tra i paesi con i peggiori indicatori in America Latina per quanto riguarda i diritti politici delle donne e la parità politica tra uomini e donne. Secondo i dati dell’Unione Interparlamentare, aggiornati al 2017, il Brasile occupa il 153° posto tra i 194 Paesi esaminati in termini di presenza di donne nei parlamenti.

Nelle ultime elezioni parlamentari si è verificato il record di donne candidate (per la prima volta il numero di candidate nere ha superato quello delle colleghe bianche) e si è avuto il più grande aumento (+51%) nella storia di donne elette alla Camera. Si è passati da 51 donne elette nel 2014 a 77 deputate elette nel 2018. Nelle Assemblee Legislative degli Stati della federazione la crescita è stata del 35%, passando da 119 deputate statali a 163. Inoltre, si è assistito ad un aumento delle candidature di donne trans nelle amministrative, di cui 25 sono state elette consigliere comunali: un aumento del 200% rispetto alle precedenti elezioni del 2016.

Uno studio comparativo effettuato nel 2019 dal progetto ATENEA dell’ONU, che ha analizzato indicatori che vanno dalla partecipazione elettorale delle donne all’efficacia della politica delle quote, ha collocato il Brasile al 9° posto tra 11 paesi latinoamericani (oltre al Brasile, Argentina, Bolivia, Colombia, Cile, Guatemala, Honduras, Messico, Panama, Perù e Uruguay). Il rapporto dice che, a livello legale e costituzionale, in Brasile l’uguaglianza di genere è formalmente salvaguardata, ma ci sono stati pochi progressi nell’adozione di una legislazione globale per promuoverla attivamente e combattere la violenza di genere.

La legislazione brasiliana sulle quote, adottata dal 1995, è considerata fragile e non ha prodotto reali effetti perché sono mancati i meccanismi istituzionali per garantirne l’efficacia e l’impatto sulle condizioni competitive delle candidate donne.

Del resto, i partiti brasiliani non sembrano in grado di realizzare una reale mobilitazione ed un concreto protagonismo femminile. Sebbene quasi tutti i partiti abbiano settori per le donne e quasi la metà proclami di impegnarsi rispetto ai principi dell’uguaglianza di genere nei loro statuti, si è visto che la loro adesione a tali principi è molto più retorica che veritiera.

Le cifre autentiche le sciorina il Segretariato Nazionale delle Politiche per le Donne (SNPM), un organo del Ministero delle Donne brasiliano: sebbene le donne rappresentino il 52,5% degli elettori totali nel paese (77 milioni), nel 2016 le donne sindaco risultavano essere solo l’11,6%, mentre erano donne solo il 13,5% del totale dei consiglieri comunali. Inoltre, circa 1.300 comuni non avevano eletto neppure una consigliera donna. E comunque i municipi governati da donne coprono solo il 7% della popolazione del paese, sono quelli con la più bassa densità di popolazione ed il più basso reddito pro capite.

Ha sicuramente un qualche legame con questi numeri la recrudescenza della violenza politica specifica contro le donne. Non sono rare le minacce o la diffamazione delle donne candidate. E non mancano aggressioni più o meno velate a quelle già elette. Con l’elezione di Bolsonaro e la diffusione di un’estrema destra misogina, omofobica e razzista in Brasile, i casi sono aumentati.

Dei 327 episodi di minacce ad esponenti politici rilevati tra il 2016 e il 2020, il 76% hanno riguardato donne. Un esempio recente è quello della deputata dello Stato di San Paolo, Isa Penna, molestata da un collega durante una sessione legislativa.

I numeri, insomma, non lasciano spazio al dubbio: la condizione per le donne in Brasile è critica ed è urgente un’inversione di rotta, in particolare rispetto alle donne trans, la cui speranza di vita è di 35 anni, e alle donne nere e indigene, che subiscono indici di violenza molto più alti rispetto alle donne bianche.

Ed è un dato che non sorprende, se si tiene conto che il Brasile è una nazione ampiamente costruita sullo stupro sistematico delle donne non bianche da parte di maschi europei, come sta indiscutibilmente dimostrando lo studio “DNA del Brasile”, la più grande ricerca sul genoma umano brasiliano a cui partecipano università pubbliche, imprese private e Ministero della Salute.

I tentativi istituzionali di contrastare la violenza sulle donne

Una delle principali azioni di contrasto alla persistente diffusione della violenza sulle donne è stata l’istituzione nel 2005 di un servizio di soccorso telefonico nazionale di assistenza in caso di violenze, che funziona 24 ore al giorno e risponde al numero 180. Va però detto che attualmente, solo il 19% dei 5.570 comuni del Brasile possiede un qualche tipo di agenzia per la protezione delle donne e solo il 9% ha una stazione di polizia specializzata per le donne.

A livello giuridico, sono state promulgate negli ultimi due decenni diverse leggi di tutela. Le principali sono tre:

– La Legge Maria da Penha, il cui nome è stato scelto in onore di Maria da Penha Maia, aggredita per 6 anni dal marito fino a diventare paraplegica. Tale legge è entrata in vigore il 22 settembre del 2006. Essa combina azioni protettive, preventive e punitive per combattere la violenza contro le donne, oltre ad imporre pene più severe per gli autori delle violenze.

– La Legge Carolina Dieckman, che prende il nome dall’attrice che ha avuto il computer hackerato e i suoi dati personali trapelati in rete. Si è tradotta nella modifica (2012) del codice penale brasiliano con l’aggiunta di articoli che affrontano la questione dei crimini contro la libertà individuale e sanciscono l’inviolabilità della privacy anche contro i crimini informatici. Protegge, inoltre, gli utenti dai reati commessi nell’ambiente virtuale.

– La Legge sul Femminicidio, che nel 2015 ha modificato il codice penale, qualificando i reati commessi contro le donne per motivi di genere come crimini efferati. Per esemplificare, gli omicidi qualificati in tal modo comportano pene che vanno dai 12 ai 30 anni, mentre gli omicidi semplici prevedono la reclusione da 6 a 12 anni.

Ma bastano delle leggi per cambiare davvero le cose?

O la risposta vincente alla violenza e agli attacchi contro le donne dovrà scaturire dalle donne stesse? 

E c’è, a tal fine, un femminismo sufficientemente forte per farla finita una volta per tutte col lascito storico e le disparità sociali di un Brasile razzista, misogino e omolesbotransfobico, sviluppatosi sul retaggio di una schiavitù tardivamente abolita?

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