Culto, società e politica in Brasile (seconda parte)

È possibile che l’adesione e la partecipazione dei neo-pentecostali al neofascismo e al governo bolsonarista influiscano negativamente sul loro impressionante trend di crescita e portino a un graduale declino del loro prestigio e della loro influenza sociale, culturale e politica. D’altronde, esiste nella società brasiliana un fronte antifondamentalista potenzialmente molto ampio, che tenderà a consolidarsi quando si risveglierà in modo coerente e sistematico un più generale impulso in difesa dello Stato di diritto, della democrazia, della scienza e della tolleranza culturale e religiosa.

Esiste, cioè, nel ‘senso comune’ dei brasiliani, una visione del mondo in reale sintonia con le radici storiche del Paese, molto più di quanto possa esserlo un movimento importato solo di recente e del tutto estraneo all’eredità culturale nazionale. È innegabile che oggi i neo-pentecostali avanzano nei settori sociali più inaspettati; ma è vero anche che si è già attivata una dinamica di contrasto nei settori organizzati antifondamentalisti, che dispiega le sue forze in difesa della scuola pubblica secolarizzata, della scienza moderna, delle libertà democratiche, delle istanze di emancipazione delle donne.

Il riscatto degli agenti sociali progressisti

Il lavoro sociale delle Pastorali, sulle orme della Teologia della Liberazione e del profetismo di Dom Hélder Câmara, è ancor oggi depositario del più grande bagaglio di valori comunitari espresso dalla società brasiliana. Ed è ancora un formidabile vettore della sensibilizzazione dei cittadini al cambiamento.

L’impegno quotidiano della Chiesa cattolica popolare si alimenta di un ecumenismo opposto al proselitismo intransitivo dei neo-pentecostali e intimamente collegato alla promozione dei diritti umani e della visione ecologica della società. La sua priorità è la lotta per la giustizia sociale e per il rafforzamento dei movimenti popolari, sia nelle enormi periferie urbane che nel mondo indigeno-amazzonico (oggetto del recente Sinodo promosso da Papa Francesco), e in genere nel mondo rurale, che resta una realtà fondamentale del continente latinoamericano.

L’imporsi delle politiche neoliberiste si è tradotto in una secca perdita dei diritti civili e sociali, nel degrado del patrimonio culturale, economico e sociale, nell’incoraggiamento alla violenza, all’odio e all’individualismo, nella repressione di dirigenti, militanti politici e di interi movimenti progressisti. Ma l’ondata conservatrice, il fondamentalismo religioso e l’arbitrio perpetuato ogni giorno non ce la fanno a paralizzare l’azione liberatoria e le lotte emancipatrici, nonostante un governo complice delle milizie, e nonostante un Parlamento, una magistratura e la maggior parte dei media in perfetta collusione col governo.

C’è però bisogno di far vivere le opportunità di lotta in strettissimo intreccio con la modifica dell’attuale quadro politico progressista, caratterizzato da una debole mobilitazione popolare e, soprattutto, dal discredito dei sindacati, dei partiti e del modo di fare politica. Il tema di fondo è di andare oltre l’attuale situazione, avviando una nuova fase di mobilitazione e di lotte di resistenza per la costruzione di un altro mondo possibile. Facendo interagire i gruppi già impegnati, in modo da “far esplodere la bolla” e creare reti di ribellione e insurrezione.

Da più parti viene sottolineata l’importanza di lottare per questioni unificanti, mettendo in discussione i valori consumistici della società capitalista e recuperando il principio della solidarietà. In concreto: la difesa dei diritti umani; la lotta per la terra, il lavoro e il pane; l’accesso per tutte e tutti alla salute, all’istruzione, al tempo libero e alla cultura; l’impegno per una vita dignitosa in cui i giovani e le persone possano essere protagonisti. e diventino finalmente attori ed autori nella costruzione delle politiche pubbliche e nelle decisioni per lo sviluppo del Paese.

In tale quadro, diventano centrali tanto la valorizzazione dell’economia solidale, del cooperativismo, dell’associazionismo e dell’agire collettivo quanto la lotta alla cultura dell’individualismo e della competizione. Occorre muoversi, in sostanza, per rompere le recinzioni e costruire ponti e reti, immaginando nuove forme di partecipazione politica che coinvolgano i giovani. In altre parole: pensando globalmente e agendo localmente.

Alcune concrete esperienze di lotte sociali nella pandemia

Esempio tangibile dell’attivazione dei movimenti popolari legati al mondo della chiesa cattolica popolare è quello della Commissione Pastorale della Terra (CPT), che accompagna le lotte dei lavoratori rurali Sem Terra. La sua azione avviene, in ambito rurale, attraverso la convivenza, la promozione, il sostegno, il monitoraggio e la consulenza nei processi collettivi finalizzati sia alla conquista dei diritti e della terra e sia alla produzione sostenibile, familiare ed ecologica adeguata alle diversità regionali.

La CPT collabora tanto nei processi di formazione integrale e permanente, e negli sforzi per sistematizzarli, quanto nelle concrete lotte contro le ingiustizie, contribuendo ad articolare le iniziative dei popoli della terra e delle acque e cercando di coinvolgere a loro sostegno l’intera comunità e società cristiana.

Altro settore di intervento al fianco dei movimenti popolari è quello della Pastorale del Popolo dei Senza Tetto. Gli agenti sociali laici e religiosi che vi partecipano hanno come missione quella di essere attivamente presenti al fianco della gente che vive nelle strade e nelle discariche delle metropoli, sviluppando azioni che trasformino la situazione di esclusione in progetti di vita possibili. Lavorano spesso insieme ai raccoglitori di materiale riciclabile che lottano per la conquista di dignità professionale e di politiche pubbliche affermative; denunciano le azioni violente e discriminatorie perpetuate nei confronti degli sfavoriti; danno supporto alla popolazione di strada e ai raccoglitori di materiale riciclabile nella loro organizzazione in movimento di lotta.

Un esempio emblematico di questa attività è l’esperienza portata avanti dal settantenne Padre Julio Lancellotti nella periferia della città di San Paolo. Con il suo gruppo di volontari dà supporto a più di 500 persone (sono 30mila quelli che, nella metropoli, vivono in strada e sotto i ponti). I volontari distribuiscono pasti, acqua, indumenti e prodotti di igiene. Ma spesso, mentre svolgono queste attività, vengono perseguitati, intimiditi e perfino aggrediti in maniera codarda dalla polizia municipale.

Succede, in pratica, che gli agenti di polizia, per “igienizzare” gli spazi pubblici occupati dai senza tetto, pretendano con violenza il loro allontanamento, nonché la confisca di tutti i loro averi, incluse le coperte necessarie per affrontare il freddo e la pioggia. Perfino Padre Julio, mentre prendeva le difese di uno di questi senza tetto, è stato colpito da pugni e umiliato dai poliziotti. In effetti, il tema della igienizzazione, per come è voluta da quell’amministrazione comunale, è una chiara iniziativa contro i poveri. Evidentemente le élite ritengono che la povertà delle persone che vivono per strada deturpi la bellezza del loro mondo da favola. E le fratture sociali devono essere rimosse dai loro occhi, senza alcun impegno a sanarle.

Il lavoro sociale del gruppo di Padre Julio Lancellotti, che va nella direzione di una profonda riforma urbana e rivendica l’accesso al lavoro e quindi all’emancipazione dei senzatetto, viene osteggiato in particolare dai consiglieri comunali del partito di destra Patriota, bolsonarista, che hanno lanciato contro il sacerdote una persistente campagna di diffamazione a mezzo stampa e rete internet.

Nell’immediato, la proposta elaborata dai volontari di Padre Julio è di assegnare un reddito minimo municipale a chi ne ha bisogno, a partire dalle donne con figli a carico e dalle coppie con bambini. È una misura davvero necessaria poiché l’aiuto emergenziale del governo federale è stato interrotto e riprenderà, forse, solo per un breve periodo, ma con valori infimi che non garantiscono la sopravvivenza.

Oltre a ciò, si chiede all’’amministrazione comunale di favorire l’ottenimento di affitti sociali per le famiglie, tanto più che “a San Paolo ci sono molte più case senza persone, che persone senza casa”. E ciò, mentre le attuali strutture di dormitori collettivi – spazi completamente burocratizzati che finiscono per soggiogare i senza tetto, invece di promuovere la loro autonoma emancipazione – arrivano a costare pro capite alle casse comunali una cifra tale che permetterebbe, se consegnata individualmente, di garantire un reddito minimo mensile più che decente. Sono strutture che potrebbero essere facilmente trasformate in spazi di accoglimento autogestiti, in cui non siano fissati ottusamente gli orari per mangiare e per dormire, non vi sia impedimento per l’accoglimento di animali domestici e non vi siano difficoltà nell’ammissione di persone LGBTIAQ+.

Un’ulteriore rivendicazione è, ovviamente quella di sospendere gli sfratti di locali occupati, almeno in questi periodi di pandemia. Senza una tale misura, i soggetti coinvolti si troverebbero nella tragica situazione di aumentare le fila di coloro che già vivono per strada e sotto i ponti, ad ancora maggiore rischio di contagio.

Anche nella città di Salvador di Bahia agiscono gruppi e organizzazioni di aiuto alle popolazioni. Il Movimento dei Senza Tetto della Bahia (MSTB) è composto da lavoratrici e lavoratori urbani che lottano per un alloggio e condizioni di vita dignitose, con accesso a istruzione, salute, trasporti.

La diffusione del coranavirus ha determinato, in quella città, l’aggravamento delle condizioni subumane in cui vivono le famiglie all’interno degli spazi precari occupati nelle periferie. Così, la loro principale preoccupazione giornaliera è di garantire l’igiene pur in mancanza di accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari di base.

Un’altra organizzazione, l’Articolazione dei Movimenti e delle Comunità del Centro Antico di Salvador, pone in evidenza la questione razziale e l’impatto della pandemia sulla vita delle donne nere. Di fatto, si evidenzia una situazione di razzismo strutturale: una parte significativa della popolazione nera non possiede un alloggio o, quando ce l’ha, non ha accesso alle fognature e alla fornitura regolare di acqua ed energia elettrica. Inoltre, non è assolutamente in condizione di praticare un adeguato distanziamento sociale a causa delle infime dimensioni dei cubicoli in cui è costretta a vivere.

In altri quartieri periferici di Salvador è presente il movimento Rivolta Popolare Giovanile. La loro prospettiva di lotta è raggiungere le persone prima che siano colpite da fame e Covid, ovvero coloro che non possono realizzare il distanziamento sociale e che non hanno cibo in tavola e accesso ai diritti sociali fondamentali. Il movimento garantisce la distribuzione di alimenti e prodotti per l’igiene, la formazione per la lotta alla pandemia e per evitare i contagi, l’assistenza psico-sociale in collaborazione con studenti universitari del settore, l’assistenza legale per l’accesso agli aiuti emergenziali e altri ausili sociali, nonché alle cure mediche attraverso il Sistema Unico di Salute.

Le molte facce della resistenza popolare

Per fronteggiare le situazioni di abbandono e miseria, sono stati messi in atto, in molte città, concreti progetti di solidarietà, appoggiati dal Coordinamento Ecumenico di Servizio (CESE), una entità creata nel 1974 che riunisce chiese cattoliche ed evangeliche nella missione di rafforzare le organizzazioni della società civile, soprattutto quelle popolari impegnate nelle lotte per effettive trasformazioni politiche, economiche e sociali.

Il programma prevede che le famiglie bisognose ricevano alimenti e prodotti igienici e possano commercializzare lavori di sartoria artigianale, nonché bambole di pezza e mascherine anti-covid. Sono previsti anche una campagna educativa di lotta alla pandemia, la distribuzione di sandali per evitare che si vada in giro scalzi e l’accesso a cellulari e internet per la didattica a distanza degli alunni e degli studenti.

Insomma, nonostante la pandemia e il blocco di molte attività sociali, i movimenti popolari in Brasile non si sono fermati. Non si vedono i grandi cortei e le manifestazioni di piazza, ma ovunque si moltiplicano le mobilitazioni solidali locali, organizzate in ambito urbano, rurale e tra i popoli nativi.

E sono in campo tantissime lotte, portate avanti con creatività e pazienza. Si scavano spazi impossibili a prima vista e si comprende che anche realizzare piccole cose in luoghi ritenuti insignificanti può fare la differenza.

E soprattutto si vive la festa, l’allegria e l’umorismo nell’azione politica, la territorialità e la prossimità, l’intreccio delle reti, l’orizzontalità nelle azioni, la dimensione del collettivo e il recupero della spontaneità delle piazze e degli spazi pubblici. E si sperimentano nuovi linguaggi con mezzi semplici e praticando l’accoglienza delle diversità. Sono tutti elementi fondamentali che riaffermano di nuovo la politica del protagonismo e dell’autorganizzazione.

E ci sono poi tante ‘pratiche ribelli’, messe in campo come segnali di speranza e manifestazioni di cultura critica e resistenza popolare: dalle occupazione di scuole ai corsi autogestiti, dai progetti creativi e dai forum per bambini e adolescenti alla promozione di gruppi rap, dagli incontri di poesia e arte nelle periferie alla moltiplicazione dei gruppi musicali, dalla strutturazione di blocchi e gruppi carnascialeschi ai gruppi di teatro mambembe (teatro di strada brasiliano). E poi ancora: centri di difesa dei diritti umani, creazione di blogs in rete, di canali YouTube, di siti progressisti, di gruppi di ideatori di meme.

Sono tutti mondi che pulsano. E sono realtà in cui ‘resistere’ significa propriamente esistere.

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