Il Mezzogiorno e il fascismo

dalla rivista “l’Ordine Nuovo” (15 marzo 1924)

“Il Mezzogiorno e il fascismo” uscì il 15 marzo nel 1924, nel secondo numero della breve e saltuaria ripresa de l’Ordine Nuovo in forma di quindicinale stampato a Roma (uscirà per soli otto numeri fino al marzo 1925).

Quel fascicolo usciva alla vigilia delle decisive elezioni del 6 aprile 1924, che daranno ai fascisti la maggioranza schiacciante dei seggi parlamentari e che saranno coraggiosamente denunciate come illegali da Giacomo Matteotti nel giugno successivo, con l’esito che tutti conosciamo. Ed è significativo che, nel clima drammatico di quella campagna elettorale, i dirigenti comunisti rivolgessero l’attenzione proprio al Mezzogiorno d’Italia.

L’articolo non è firmato, ma lo si può sensatamente attribuire ad Antonio Gramsci, o comunque ipotizzare una sua revisione, poiché vi è accennata una delle tesi salienti delle “Note sul problema meridionale e sull’atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei democratici”, il manoscritto cui il dirigente comunista stava ancora lavorando quando fu arrestato la notte dell’8 novembre 1926. Si tratta della affermazione per cui la borghesia non potrà mai risolvere la questione meridionale se non “transitoriamente, con la corruzione o col ferro e col fuoco”.

L’articolo del marzo ’24 ha comunque un taglio prevalentemente politico e non analitico, per cui solo alla lontana può indicarsi tra i materiali preparatori del successivo testo di Gramsci. Testo che sarebbe andato, peraltro, al di là della stessa “Questione meridionale”: per il concetto di “blocco storico” e soprattutto per il concetto di “blocco intellettuale all’interno del blocco meridionale”, che poi ritroveremo in forma più compiuta nella fondamentale riflessione sul tema della “egemonia” che Gramsci svilupperà nei Quaderni del carcere.

L’articolo che qui pubblichiamo si segnala, tuttavia, per l’ampia e interessante digressione sui due principali quotidiani italiani non allineati (ancora) al fascismo e sulle contraddizioni tra i fascisti e le classi dirigenti liberali. In ogni caso, ci sembra utile rimetterlo in circolazione anche come esempio della serietà delle riflessioni che i comunisti di quella generazione furono capaci di proporre.

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Fatto saliente della lotta politica attuale italiana è il tentativo di soluzione che il Partito nazionale fascista ha voluto dare dei rapporti tra lo Stato-governo e il Mezzogiorno. Il Mezzogiorno è diventato la riserva dell’opposizione costituzionale. Il Mezzogiorno manifesta ancora una volta la sua distinzione “territoriale ” dal resto dello Stato, la sua volontà di non lasciarsi assorbire impunemente in un sistema unitario esasperato – che significherebbe solo accrescimento delle antiche oppressioni e dei vecchi sfruttamenti – trincerandosi dietro una serie di posizioni costituzionali, parlamentaristiche, di democrazia formale, che hanno pur il loro valore e il loro significato se il Partito nazionale fascista ha ritenuto opportuno, solo per decapitare il movimento dei suoi Orlando e De Nicola, di dover fare le concessioni che ha fatto.

Mussolini, insomma, non ha fatto altro che applicare la tattica giolittiana in una situazione nuova, estremamente più difficile e complicata di tutte le situazioni passate, con una popolazione che, almeno parzialmente, si è risvegliata e ha cominciato a partecipare alla vita pubblica, in un periodo nel quale la diminuita emigrazione pone con maggiore violenza i problemi di classe, che tendono a diventare problemi  “territoriali” perché il capitalismo si presenta come straniero alla regione e come straniero si presenta il governo che del capitalismo amministra gli interessi.

Molti compagni si domandano spesso, con maraviglia, il perché dell’atteggiamento di opposizione al fascismo dei due grandi giornali dell’Italia settentrionale, il Corriere della Sera e la Stampa. Non ha forse il fascismo creato la situazione che questi due giornali volevano? Non hanno questi due giornali contribuito potentemente alla fortuna del fascismo negli anni 1920-1921? Perché oggi lavorano in senso inverso, lavorano a togliere al fascismo la sua base popolare, a minargli il terreno sotto i piedi, mettendo lo scompiglio e orientando le masse piccolo-borghesi verso gli “ideali di libertà”?

Evidentemente il Corriere e la Stampa non sono due “puri” giornali, che tendano solo a mantenere ed allargare la cerchia dei loro abbonati e lettori, insistendo su motivi cari alla mentalità della massa: se così fosse, a quest’ora i due giornali conoscerebbero già il ferro e la benzina delle squadre fasciste e la “occupazione” da parte di redattori ligi ai nuovi padroni. Il Corriere e la Stampa non sono stati occupati, non si sono lasciati occupare, perché non sono stati occupati e non si sono lasciati occupare questi tre ordini di “istituzioni” nazionali: lo stato maggiore, le banche (ossia la banca, la Banca Commerciale, che esercita un incontrastato monopolio), la Confederazione Generale dell’Industria. La Stampa e il Corriere sono tradizionalmente due rappresentanti di queste “istituzioni”, i due partiti di queste istituzioni nazionali.

La stampa, più “sinistra”, pone oggi apertamente la questione di un governo radicale-socialista come possibile successore del fascismo, e non sarebbe neppure aliena da un esperimento “Mac Donald” in Italia:  la Stampa vede il pericolo meridionale e cerca di risolverlo, determinando l’entrata dell’aristocrazia operaia nel sistema di egemonia governativa settentrionale-piemontese. Cerca cioè di ottenere che le forze rivoluzionarie del Mezzogiorno siano decapitate nazionalmente, che diventi impossibile un’alleanza tra le masse contadine del Sud, che non potranno da sole rovesciare mai il capitalismo, e la classe operaia del Nord, compromessa e disonorata in un’alleanza con gli sfruttatori.

Il Corriere ha una concezione più “unitaria”, più “italiana”, per così dire più commerciale e meno industriale, della situazione. Il Corriere ha appoggiato Salandra e Nitti, i due primi presidenti meridionali (i presidenti siciliani avevano rappresentato la Sicilia, non il Mezzogiorno, perché la questione siciliana è notoriamente distinta dalla questione del Mezzogiorno), era favorevole all’Intesa e non alla Germania come la Stampa, è liberoscambista permanentemente e non solo nei periodi elettorali-giolittiani come la Stampa, non si spaventava, come la Stampa durante la guerra, che l’apparecchio statale passasse dalle mani della burocrazia massonica giolittiana nelle mani dei “pugliesi” di Salandra.

Il Corriere è più attaccato al conservatorismo, farebbe anche l’alleanza con i riformisti, ma solo dopo il passaggio di costoro sotto molte forche caudine: il Corriere vuole un governo “Amendola”, cioè che la piccola borghesia meridionale e non l’aristocrazia operaia del Nord entri ufficialmente a far parte del sistema di forze realmente dominanti; vuole in Italia una democrazia rurale, che abbia in Cadorna il suo capo militare e non in Badoglio, come vorrebbe la Stampa; e che abbia a capo politico un Poincarè italiano, non un Briand italiano.

Il Corriere non si spaventa, come la Stampa, che si abbia nuovamente un periodo come il decennio 1890-1900, un periodo in cui le insurrezioni dei contadini meridionali si saldino automaticamente all’insurrezione operaia delle città industriali, in cui ai “fasci siciliani” corrisponda un ‘98 milanese. Il Corriere ha fiducia nelle “forze naturali” e nei cannoni di Bava Beccaris. La Stampa crede che Turati-d’Aragona-Modigliani siano armi assai più sicure dei cannoni per domare le rivolte dei contadini e per far evacuare le fabbriche occupate.

Alle concezioni precise e organiche del Corriere e della Stampa, il fascismo contrappone discorsi e misure puramente meccaniche e ridicolmente coreografiche.

Il fascismo è responsabile della distruzione del sistema di protezionismo operaio conosciuto col nome di “cooperativismo reggiano”, di “evangelismo prampoliniano”, ecc. ecc. Il fascismo ha tolto ai “democratici” l’arma più forte per far deviare sugli operai l’odio delle masse contadine che deve riversarsi sui capitalisti. Il “succhionismo rosso” non esiste più: ma le condizioni del Mezzogiorno non sono migliorate per questo. Al “succhionismo rosso” è successo il “succhionismo tricolore”: come evitare che il contadino meridionale veda nel fascismo la sintesi concentrate di tutti i suoi oppressori e i suoi sfruttatori?

Rovesciato il castello di carta del riformismo emiliano-romagnolo, bisognò sciogliere la guardia regia, cui non si potevano più dare a bere gli alcoolici antioperai. Gli industriali qualcosa fecero per aiutare Mussolini: la Confederazione Generale dell’Industria, nella sua conferenza del giugno 1923, così parlò per bocca del presidente, onorevole Benni: “Così pure certamente andrà presto a termine un’altra azione lunga e complessa che noi abbiamo iniziato per il Mezzogiorno d’Italia. Vogliamo portare il nostro contributo, con un’azione pratica, al risorgere dell’Italia meridionale ed insulare, dove già si manifestano promettenti primi indizi di un salutare risveglio economico. È un’opera non semplice: ma è necessario che la classe industriale ci si dedichi, perché è interesse di tutti che la compagine della nazione si amalgami ancora più sulla base degli interessi economici”.

Gli industriali aiutano Mussolini con le belle parole; ma alle belle parole seguirono poco dopo i fatti più espressivi delle parole: la conquista delle società cotoniere del salernitano e il trasferimento delle macchine, camuffate da ferro vecchio, nella zona tessile lombarda. La quistione meridionale non può essere risolta dalla borghesia altro che transitoriamente, episodicamente, con la corruzione o col ferro e col fuoco.

Il fascismo ha esasperato la situazione e l’ha in gran parte chiarita. Il non essersi posto con chiarezza il problema in tutta la sua estensione e con tutte le sue possibili conseguenze politiche, ha intralciato l’azione della classe operaia e ha contribuito in larga parte al fallimento della rivoluzione negli anni ’19-‘20. Oggi il problema è ancora più complicato e difficile che non fosse in quegli anni, ma esso rimane problema centrale di ogni rivoluzione nel nostro paese e di ogni rivoluzione che voglia avere un domani, e perciò deve essere posto arditamente e decisamente.

Nell’attuale situazione, con la depressione delle forze proletarie che esiste, le masse contadine meridionali hanno assunto una importanza enorme nel campo rivoluzionario. O il proletariato, attraverso il suo partito politico, riesce in questo periodo a crearsi un sistema di alleati nel Mezzogiorno, oppure le masse contadine cercheranno dei dirigenti politici nella loro stessa zona; cioè si abbandoneranno completamente nelle mani della piccola borghesia amendoliana, diventando una riserva della controrivoluzione, giungendo fino al separatismo e all’appello agli eserciti stranieri nel caso di una rivoluzione puramente industriale del Nord.

La parola d’ordine del “governo operaio e contadino” deve perciò tenere speciale conto del Mezzogiorno, non deve confondere la quistione dei contadini meridionali con la quistione in generale dei rapporti fra città e campagna in un tutto economico organicamente sottomesso al regime capitalistico: la quistione meridionale è anche questione territoriale, ed è da questo punto di vista che deve essere esaminata per stabilire un programma di governo operaio e contadino che voglia trovare larga ripercussione nelle masse.

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