Nascita di una dittatura

È l’editoriale de l’Ordine Nuovo di sabato 4 novembre 1922, dal titolo “I primi atti del nuovo governo”. Quello specifico numero del quotidiano dei comunisti è null’altro che un foglio unico, battuto a macchina e poi stampato, con due soli articoli e un breve elenco delle ultime aggressioni fasciste in Piemonte. Anche il successivo numero di lunedì 6 uscì fortunosamente alla stessa maniera. Furono gli unici numeri del periodo 30 ottobre – 7 novembre.

Nella mattinata del 29 ottobre, all’indomani dell’esito vittorioso della marcia su Roma, i fascisti torinesi avevano occupato, infatti, la redazione (il giornale, nato nel gennaio 1921 dalla trasformazione del precedente settimanale socialista in “Organo del Partito Comunista d’Italia”, continuava a stamparsi a Torino).

I fascisti liberarono i locali solo il 7, e dopo 9 giorni L’Ordine Nuovo poté riprendere regolarmente (con un numero ridotto di pagine).

LEF sceglie di celebrare il 25 aprile del 1945 in questo modo: ricordando ai lettori, con una testimonianza che viene dal vivo degli avvenimenti, l’inizio della rovinosa dittatura fascista in Italia.

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I primi atti del nuovo ministero sono tutti determinati, da una parte, dal desiderio di dare l’impressione che nel governo del paese sono stati introdotti effettivamente molti elementi nuovi; dall’altro, dalla preoccupazione del capo del governo di non compiere sostanzialmente nessun atto che esca dall’orbita della comune costituzionalità.

Per influire sul grande pubblico e per far colpo anche sopra una parte degli squadristi servono le “frasi celebri” pronunciate da Mussolini e comunicate alla stampa e telegrafate all’estero, e i gesti con i quali si vuol dare l’impressione di un radicale mutamento di mentalità negli uomini di governo. Non è necessario per noi, né elencare né discutere profondamente il valore di queste parole e di questi atti. Mussolini il 4 novembre sentirà la messa e poi starà inginocchiato per un minuto sull’altare della patria. Chi crede all’utilità dei gesti avrà in questi simbolicamente riassunti tutti i precedenti.

Come sostanza, il problema più grave è quello del ritorno dell’ordine pubblico. Durante le giornate della marcia su Roma è stato assai comodo non esasperare nessun gruppo borghese, scagliando la furia delle camicie nere contro il proletariato e contro i suoi organi di propaganda e di lotta. Lo sa Roma, dove una trentina di operai vennero uccisi a sangue freddo per le vie durante i giorni dell’occupazione, dove tutte le sedi di organismi proletari vennero devastate e saccheggiate, dove furono soppressi i giornali, dove il nostro Comunista può continuare a pubblicarsi, nonostante i divieti, solo stampandosi alla macchia. E lo sanno del resto tutte le città d’Italia.

Ma conquistato il potere può il fascismo continuare per questa via? Gli stessi borghesi si pongono questa domanda e rispondono negativamente. Ma la macchina dello squadrismo è montata e smontarla vuol dire provocare immediatamente una crisi interna che potrebbe essere fatale a tutto il fascismo. Mussolini risolve il problema come tutti gli altri: dando assicurazione di volere il ritorno all’ordine e alla libertà, ma lasciando fare.

Il tono servile di tutti i giornali non sovversivi di Roma dimostra di qual genere è la libertà che il nuovo governo garantisce. È la libertà di dire tutto ciò che non spiace ai padroni, cioè la schiavitù. Unica eccezione, il Corriere della Sera ha avuto la serietà e la fierezza di non unirsi alla “troupe” degli schiavi. Ma la tentata e in parte attuata distruzione di tutta la stampa proletaria basta a chiarire di che libertà si tratta.

Noi pensiamo quindi che il problema della libertà e dell’ordine non sia solvibile se non a patto di provocare una crisi nel fascismo. Sarà interessante vedere come il duce, diventato capo di governo riuscirà a conciliare queste due qualità. Lo sgombero di Roma è stato pubblicamente ordinato anche con minaccia di arresto ai restii, ma non effettuato che in parte. E privatamente si dice che mentre Mussolini ministro dell’interno ha dato l’ordine, Mussolini duce è già d’accordo con i capi fascisti per fare stare nella capitale, per garanzia contro ogni sorpresa, alcune migliaia di squadristi.

Secondo punto, che non potrà essere superato se non attraverso una difficilissima crisi, è quello della politica estera. Le dimissioni di Sforza e Frassati sono l’indice di una specie di vuoto che l’ambiente diplomatico tende a fare attorno al nuovo governo, vuoto giustificato dal fatto che, a quanto tutti pensano, il programma di politica estera “imperiale” che faceva così bella figura nei discorsi agli squadristi diventa una pazzia se lo si mette a confronto con le necessità della politica europea. Come noto, del resto lo stesso Benito ogni volta che ha cercato di concretizzare il suo “impero”, si è visto trasformare tra le mani una repubblichetta nittiana e pacifista. Per ora il Consiglio dei Ministri ha fatto un comunicato in cui si parla di prendere contatto con gli altri Stati, di dissipare l’allarme sorto in essi, e così via. Ma nulla di concreto.

Tra gli altri problemi e le altre soluzioni prospettate, riteniamo che il punto più importante sia la proposta di passaggio alle industrie private di alcuni servizi pubblici, assieme con la richiesta di pieni poteri per la riforma burocratica. Vi è qui in germe il ritorno a un periodo di intenso sfruttamento capitalistico di tutte le categorie di lavoratori, e da ciò non potrà uscire altro che un intensificarsi della lotta di classe.

Per il risanamento del bilancio vi è una richiesta di esercizio provvisorio fino al 30 giugno 1923, la soppressione degli assegni speciali della comm. Bonfanti-Linares, la rinuncia di Mussolini a un treno speciale e l’istituzione di alcuni nuovi sottosegretariati e commissariati ad uso dei mandarini del fascismo. Per pacificare gli industriali e gli ambienti vaticani è fatto l’annuncio di rinuncia alla nominatività dei titoli. Ora si annuncia anche una disposizione che impedisce le dimissioni forzate di amministrazioni; ma ci si dice: che cosa faranno in questo caso gli squadristi?

La Camera sarà riaperta il 15… Di qui ad allora si attendono nuovi chiarimenti alla situazione.

In occasione del quarto anniversario della vittoria (soppressione della libertà di stampa, aumento del prezzo del pane, disoccupazione, fallimento del bilancio dello Stato, eccetera) il neopresidente del consiglio ha rivolto al paese il seguente proclama:

“Agli italiani: nel ricordo e nella celebrazione della grande vittoria delle nostre armi, la Nazione ritrovi se stessa ed adegui la sua coscienza alle dure necessità del momento. Il governo intende governare e governerà. Tutte le sue energie saranno dirette ad assicurare la pace all’interno e ad aumentare il prestigio nazionale all’estero. Solo col lavoro e con la disciplina e con la concordia, la patria supererà definitivamente la crisi per marciare verso un’epoca di prosperità e di grandezza. Per il governo: firmato Mussolini”.

Lavoro, disciplina e concordia. Le solite frasi che per noi e i lavoratori non hanno altro valore che questo: sfruttamento, schiavitù, sottomissione all’arbitrio ed alla violenza esercitata esclusivamente a beneficio delle classi dominanti.

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