Scuola: le ragioni di uno sciopero

Ieri, venerdì 26 marzo, i Cobas, insieme a Priorità alla scuola e al Coordinamento nazionale precari della scuola, hanno promosso uno sciopero nazionale del comparto istruzione con manifestazioni in almeno 67 città d’Italia. Sono scesi in piazza non solo lavoratori e lavoratrici della scuola, ma anche studenti e studentesse, genitori, lavoratori e lavoratrici della cultura e dello spettacolo. Ed è stato uno sciopero incrociato con le proteste di altri settori del lavoro precario e dipendente particolarmente colpiti dalla crisi e dalle conseguenze economiche e sociali della pandemia, come la logistica e il trasporto pubblico locale.

La giornata si è proposta anche come passaggio verso ulteriori mobilitazioni e in continuità con quelle che già si sono effettuate. In particolare, con la giornata dell’otto marzo, poiché fra le rivendicazioni c’è la richiesta di uno specifico riconoscimento del lavoro di cura.

Non è un caso che il novanta e più per cento della disoccupazione è disoccupazione femminile; e a quella percentuale contribuisce, come onere riflesso, proprio la chiusura delle scuole e la didattica a distanza nelle case, con la conseguenza che non poche donne sono costrette a ricacciare indietro il loro lavoro, spesso precario, per stare coi figli anche di mattina.

Certo, si è trattato di uno sciopero difficile. La preoccupante situazione sanitaria. La disgregazione e l’atomizzazione causate da mesi di lavoro agile e di dad. L’interpretazione pretestuosa, da parte di tanti Dirigenti scolastici, di qualche passaggio volutamente ambiguo del recentissimo Accordo sull’applicazione della 146/90 (la legge “antisciopero” a suo tempo battezzata legge “anti Cobas”). Tutti questi elementi non hanno reso facile l’organizzazione della giornata.

Ma si è trattato di uno sciopero necessario, ora più che mai.

Se un insegnamento la tragedia in atto ci ha fornito, è che le politiche neoliberiste di tagli della spesa pubblica per l’istruzione e la sanità hanno reso le nostre società ancora più indifese di fronte alla pandemia. Tanto più che la patetica confusione fra decisioni del governo centrale e decisioni delle Regioni ha messo in piena luce il fallimento del federalismo fiscale e dell’autonomia differenziata.

Ma ora, si dice, le risorse ci sono. Se il governo Conte-bis non ha resistito all’avida frenesia accesa dai miliardi del Recovery Fund, adesso, come garante degli interessi in gioco, Mattarella ha chiamato il “salvatore della Patria” Mario Draghi. E tutti i poteri del Paese e la stampa mainstream gli hanno reso un omaggio servile e grottesco.

Il compito del nuovo presidente è quello di gestire l’attuale politica “espansiva”: di spendere, cioè, in modo da consentire un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica. Così, durante e dopo l’attuale crisi pandemica, l’ingiustizia sociale, la violenza di genere, la distanza tra Nord e Sud e la devastazione ambientale (di cui l’emergenza mondiale ha radicalizzato le manifestazioni e mostrato le terribili implicazioni) rischiano di essere accresciute dal dirottamento verso le solite tasche delle cospicue cifre stanziate per la ripresa.

Per chi ha lottato e lotta per il lavoro, per il reddito universale, per i Beni comuni e i servizi pubblici, ovvero per la concreta attuazione di diritti costituzionali inalienabili (Istruzione, Salute, Mobilità, Lavoro, Ambiente, Giustizia), un governo ostaggio ed espressione di un blocco senza precedenti di partiti, lobbies e gruppi di potere, tutti saldati in un micidiale patto spartitorio, è un avversario che si può contrastare solo con ampie coalizioni. Nessuno si illuda di ottenere risultati, avanzando rivendicazioni esclusivamente per il proprio comparto.

Nella scuola, già al tempo del primo lockdown, era chiarissimo che “Settembre è ora”. Bisognava perciò investire subito un punto di PIL per portare la spesa per l’istruzione in Italia nella media europea. E nel frattempo, bisognava strutturare gli organici in deroga alla legge attuale, che prescrive di dividere per ventisette gli iscritti alle prime classi di ogni ciclo d’istruzione fino a trenta alunni per classe. Bisognava inoltre aumentare gli organici docenti e ATA (amministrativi, tecnici e collaboratori scolastici), immettendo in ruolo i precari. E bisognava, infine, dare inizio subito ai primi e più urgenti interventi edilizi.

Ma non è stato fatto nulla.

In queste settimane, nonostante che i portavoce dei due ministri dell’istruzione succedutisi l’uno all’altra abbiano continuato a ripetere “Basta classi pollaio”, le classi sono state formate di nuovo in base alle vecchie norme. Settembre è già ora, uguale a tutti i settembre passati.

Davvero impressionante l’inerzia per quel che riguarda le scuole. Chiudendole, si è di nuovo scelto la via più facile per le strutture amministrative, ma la più deleteria per studenti e famiglie, abbandonati al purgatorio della DAD.

E, come è noto, tra i sindacati solo i Cobas hanno difeso strenuamente la riapertura della scuola in sicurezza, per uscire dall’asfittica e alienante prigionia della Dad.

“Ma come! Volete aprire le scuole?”

Fermo restando che luoghi del tutto sicuri oggi non esistono, comunque le scuole – con le protezioni oggi possibili, con docenti ed Ata vaccinati e in numero adeguato, con controlli permanenti e personale sanitario a disposizione, con efficace pratica di distanziamento, sanificatori e DPI, ecc. – non sarebbero certo meno sicuri di tante fabbriche e uffici, o dei bus ridotti all’osso o dei supermercati. Soprattutto per chi ci lavora.

Ma siamo sicuri che proprio di inerzia o di pigrizia politica si tratti? O non piuttosto di scelte strutturali?

Già oggi c’è chi pensa di rendere permanente l’alternanza didattica in presenza/didattica a distanza. E c’è chi vorrebbe riprendere le peggiori strade dell’autonomia scolastica, smembrando il gruppo classe e creando di nuovo classi differenziali e gruppi di livello. E c’è chi, con i “Patti di comunità”, vuole riaffermare il principio di sussidiarietà, delegando a privati momenti importanti delle attività scolastiche.

Altro che investimenti nell’istruzione pubblica!

Le destinazioni principali dei 20 mld di euro per la scuola previsti dal Recovery Plan (che il nuovo governo si accinge a (ri)scrivere) rischiano di allontanarci ancora di più dal modello di scuola pubblica previsto dalla Costituzione, che dovrebbe puntare alla formazione del cittadino dotato di strumenti cognitivi e spirito critico.

I fondi per la digitalizzazione, con l’adozione acritica delle nuove tecnologie, implicano il rischio della trasformazione dei docenti in meri facilitatori di un processo di apprendimento standardizzato e gestito dalle multinazionali del web. E i fondi per la ricerca e l’impresa rischiano di trasformare la scuola in un’agenzia per l’addestramento al lavoro.

Occorre, invece, invertire la rotta. E mettere in campo un intervento effettivo di risarcimento per i tagli decennali subiti. E il rilancio della scuola pubblica deve partire dalla drammatica constatazione del degrado in cui versa.

Ma la questione-scuola va riposizionata anche, e soprattutto, in una intersezione feconda con l’insieme delle urgenze sociali, dentro un movimento generale di rivendicazioni da promuovere al più presto. Con l’obiettivo di “mettere in sicurezza” le vite di chi ha già pagato troppe crisi. “Sicurezza” non vuol dire militarizzazione e repressione, ma lavoro, prospettiva, reddito e ristori per tutti e tutte.

Per la scuola e la cultura, una tale vertenza complessiva si traduce in cinque concreti obiettivi:  a) portare a 20 il numero massimo di alunni/e per classe; b) aumentare gli organici, assumendo a tempo indeterminato i docenti precari con almeno 3 anni di servizio e gli Ata con 2 anni; c) investire sull’edilizia scolastica e garantire tamponi, tracciamenti e servizi sanitari nelle scuole; d) liberare le Università dal clientelismo, dalla precarietà cronica, dai vincoli di produttività e controllo (Anvur) che ne azzerano l’autonomia e ne condizionano le ricerche; e) sostenere adeguatamente i lavoratori/trici della Cultura e dello Spettacolo e garantire subito la ripresa di attività cruciali per la tenuta economica e etico-culturale del paese che vanta il maggior numero di siti UNESCO del mondo.

Per quel che riguarda la Sanità pubblica, sono indispensabili: a) un significativo aumento delle risorse e degli organici, con l’assunzione a tempo indeterminato di medici, infermieri e altri operatori; b) la revisione del Titolo V in tema di autonomia sanitaria alle Regioni, per evitare sperequazioni e speculazioni elettorali sulla pelle dei cittadini; c) investimenti seri sulla medicina territoriale pubblica e ridimensionamento drastico della Sanità convenzionata.

Un terzo intervento cruciale per l’uscita sociale dalla pandemia riguarda il trasporto pubblico, per il quale sono necessari: a) lo stop alle privatizzazioni e esternalizzazioni delle aziende, attivandone la ripubblicizzazione; b) la fine delle gare per l’affidamento del trasporto, passando all’affidamento diretto; c) il potenziamento, mediante assunzioni, di personale viaggiante e rinnovo/aumento dei mezzi.

Per quel che riguarda, infine, il lavoro in generale, occorrono:  a) la proroga del blocco dei licenziamenti e l’estensione degli ammortizzatori sociali per tutti/e; b) la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e la definizione per legge di un salario minimo orario e mensile dignitoso; c) l’internalizzazione stabile del personale degli appalti della pubblica amministrazione; d) l’investimento strategico nell’occupazione femminile e giovanile, in termini di diritti (uguali per stanziali e migranti) e di riduzione della precarietà.

Lo sciopero della scuola di ieri è stato, dunque, solo un avvio. Un segnale di disponibilità per una più vasta mobilitazione sull’insieme delle urgenze che attraversano la società italiana.

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