Il linguaggio del neoliberismo

George Orwell così riassunse lo scopo del linguaggio politico: “è pensato per far suonare vere le menzogne e rispettabile l’assassinio”.

Come nel romanzo “1984” di Orwell, il neoliberismo ha imposto una lingua, sia selezionando i termini da utilizzare (spedendo nell’oblio alcuni termini), sia manipolando il significato di altri, provocando una distorsione costante, che non è solo linguistica. Chi controlla il vocabolario controlla anche il linguaggio, e chi controlla il linguaggio controlla la mente.

La continua e pervicace distorsione del significato dei termini ha prodotto, come conseguenza, l’introduzione di nuovi paradigmi interpretativi della società, nonché dei meccanismi e delle forze che la compongono.

Il linguaggio del neoliberismo è specificamente finalizzato ad imporre l’economia su tutto e tutti. Sugli Stati, sui Parlamenti, sui diritti fondamentali e sulle lotte di rivendicazione di tali diritti. Ha imbavagliato gran parte dei giornalisti e ha prodotto un lavaggio del cervello a tutti i livelli, con l’obiettivo di far sentire ciascun essere umano del tutto impotente di fronte allo strapotere dell’economia.

Oggi si sente ripetere come un mantra che “tutto è deciso dall’economia” e che “l’economia prevale su tutto”; chi prova a cambiare questo assunto – oramai percepito come ineluttabile ed immodificabile – viene considerato un ingenuo, uno che non ha capito come stanno le cose. Nel migliore dei casi, un sognatore. Nel peggiore – il che accade molto spesso – un criminale, un sovversivo.

Il linguaggio imposto dai neoliberisti fa così parte del nostro vissuto quotidiano. E attraverso questo linguaggio si trasformano le parole. Quindi si trasformano i concetti. Quindi si trasformano le verità.

E il tutto viene fatto attraverso l’apparente innocuità di un fraseggio morbido, suadente, “politically correct”. In realtà, questo nuovo linguaggio è una delle armi più efficaci dell’arrembaggio neoliberista.

Robert Hughes ha utilizzato una bella espressione per stigmatizzare la tendenza del “politically correct” di voler cambiare il nome alle cose sgradite creando l’illusione che esse potessero scomparire. “Noi vogliamo creare una sorta di Lourdes linguistica dove il male e la sventura svaniscono con un tuffo nelle acque dell’eufemismo” (“The Culture of Complaint”).

Analogamente, il neoliberismo ha iniziato una vera e propria guerra linguistica, avamposto della guerra culturale ed economica che ha portato avanti in questi decenni con particolare successo (come ha ben evidenziato Marco D’Eramo nel suo libro “Dominio”).

La guerra linguistica ha portato alla scomparsa di alcuni termini ed alla manipolazione di altri. Ad esempio, sono quasi del tutto scomparsi i termini “padrone”, “lotta di classe”, “capitalismo”, “capitalista”, “oppresso”, “oppressore”.

Essi oramai vengono utilizzati raramente e solo da particolari categorie di soggetti. Hanno perso la caratteristica di far parte del linguaggio comune. Chi li usa viene bollato come “comunista superato dalla storia”, oppure come “l’ultimo dei marxisti” o peggio come chi non capisce che la società si è evoluta.

E l’evoluzione l’ha ideata, programmata e gestita il neoliberismo.

Marco D’Eramo ha ben evidenziato che la parola “capitale” nella sua valenza economica è caduta in disuso e si preferisce sostituirla con “il mercato”. O magari con “gli investimenti”. Il concetto ovviamente non è scomparso, ma la parola “capitale” (che rimandava alla categoria del “capitalista”, volutamente silenziata dal neoliberismo) nel suo significato originario è pressoché scomparsa.

Il lemma è rimasto, però. Solo che la controriforma linguistica neoliberista ne ha manipolato il significato, riprogrammandone l’uso con un significato differente, e cioè come sostantivo a cui affiancare un aggettivo: “capitale naturale” (sinonimo di ambiente, spesso anche definito con il termine di “insieme delle risorse naturali”, giusto per far capire che, come tutte le risorse, è qualcosa da sfruttare); “capitale umano” (sinonimo di forza lavoro, anch’esso a volte definito dalla neolingua neoliberista con il termine di “risorse umane”, sempre per far capire che è qualcosa che va sfruttato); poi “capitale sociale” (il rapporto di fiducia tra gli individui in un’economia), “capitale infrastrutturale” (l’insieme dei supporti creati per lo svolgimento e la facilitazione delle attività economiche). E poi ancora “capitale culturale”, “capitale simbolico” e così via.

Oggi tutto è “capitale”, tutto può essere ricondotto ad un “capitale”.

Analoga sorte infausta ha avuto il termine “riforma”, tra quelli più violentati dal linguaggio neoliberista. Per secoli, la parola “riforma” ha indicato un processo, una scelta, una decisione che migliorava le condizioni delle persone o di intere collettività.

Oggi, come rilevato ancora da Marco D’Eramo, grazie al nuovo significato conferitogli dall’avanzata neoliberista, la parola ha assunto una coloritura davvero tragica, che però viene addolcita dall’uso improprio del termine:

–  “riforma delle pensioni”: significa che quando saremo anziani non avremo nemmeno il minimo indispensabile per morire dignitosamente;

–  “riforma della scuola”: significa evitare di coltivare lo spirito critico dei ragazzi;

–  “riforma del welfare”: significa abolizione delle protezioni sociali;

–  “riforma della sanità”: significa che siamo destinati a non essere curati

–  “riforme strutturali”: significa la sottoposizione dell’economia alle logiche del neoliberismo.

Il linguaggio neoliberista è quello ufficiale del Recovery Plan. Un piano da ricovero, come ho avuto modo di scrivere su LEF (https://www.lefrivista.it/2021/02/06/recovery-plan-o-piano-da-ricovero/), nel quale vengono utilizzati i seguenti termini:

  • Riforma, 113 volte
  • Riforme, 51 volte
  • Risorse naturali, 5 volte
  • Risorse umane, 8 volte
  • Governance (termine a cui andrebbe dedicato un articolo a parte), 6 volte
  • Capitale umano, 13 volte
  • Capitalismo, 0 volte.

Il linguaggio del neoliberismo oramai condiziona anche la visione della società. Confonde il giusto con l’ingiusto, il bene con il male, l’oppresso e l’oppressore, il capitalista ed il lavoratore. E così comprime il diritto di chiamare le cose con il loro nome.

Pensiamo a quanto affermato dal neo-Ministro della Transizione Ecologica, Cingolani, in merito allo sviluppo sostenibile. Su tale concetto su cui è stato scritto e prodotto un mare di documenti, anche da istituzioni autorevoli (l’ONU) e dal fior fiore degli studiosi. Arriva lui, Cingolani, con il suo “capitale linguistico” di matrice neoliberista e, non potendo dire che l’ambiente non deve interferire con l’economia (perché, ricordiamolo, per i neoliberisti l’ambiente è una zavorra per l’economia), manipola il concetto di sostenibilità affermando che esso “non è un concetto esclusivamente ambientale, ma un grande compromesso che interseca società, finanza e tecnologia in maniera adattiva, dipendentemente dall’ambito nel quale essa viene perseguita”.

Questa frase significa precisamente che l’economia è sovrana e che l’ambiente non può interferire con il “progresso economico”. Chiamiamo le cose con il loro nome.

Il totale asservimento dell’UE alle logiche di mercato in favore di Big Pharma è un atto di sottomissione tipico di uno schiavo verso il suo padrone. Chiamiamo le cose con il loro nome.

La prevalenza del brevetto sul diritto fondamentale della salute è un abominio incostituzionale secondo la maggior parte degli ordinamenti giuridici (incluso quello italiano), ma viene tollerata e protetta perché “è la legge del mercato”: la frase magica, che ha il valore di una sentenza definitiva verso cui è impossibile ribellarsi. Anche se poi si traduce in un altro abominio: quello secondo cui  “la proprietà va tutelata” (sebbene le case farmaceutiche abbiano goduto di finanziamenti pubblici per le loro ricerche ed abbiano utilizzato uomini formati in gran parte dalle Università pubbliche, per cui oggi se sono in grado di brevettare un farmaco è anche grazie alla collettività), e la salute no.

Potrebbe anche andare bene tutelare la proprietà: ma noi sudditi oppressi – perché tali siamo – avremmo almeno il diritto di sapere quanto paghiamo i vaccini? Abbiamo il diritto alla trasparenza delle informazioni?

No, perché il vocabolario del neoliberismo ha stabilito una prevalenza tra gli intoccabili ed inalienabili diritti delle case farmaceutiche (e dei capitalisti in generale) ed i comprimibili diritti dei sudditi oppressi, perché tali siamo.

A proposito, ovviamente il vocabolario dei neoliberisti non contiene alcuna definizione per termini quali oppressore, padrone, capitalista.

Perché costoro sono Loro.

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