Un anno dopo, la pandemia sta mutando. E noi?

È trascorso ormai un anno (giorno più, giorno meno) da quando la pandemia Covid-19 è giunta nel Vecchio continente, accolta inizialmente da scetticismo e sottovalutazione – come se nella Wuhan deserta di inizio 2020 si fosse scherzato e nulla più.

Una reazione a posteriori inspiegabile che “tosto tornò in pianto”, lasciandoci in balia di quell’evento senza precedenti che è stato il lockdown generalizzato. E anche se quest’anno di pandemia potrà sembrare lungo quanto una decade, adesso abbiamo la straniante sensazione di essere piombati in un loop temporale, come fossimo tornati al punto di partenza.

Alcuni si scoprono più demoralizzati rispetto alla prima volta, altri più strafottenti, altri ancora più apatici o indifferenti. Ma l’amara sensazione di un deja vu funesto resta, come spiega bene un recente editoriale di Infoaut (https://www.infoaut.org/editoriale/italia-pandemica-nella-stanza-1408). A pensarci bene, l’unico ad essere cambiato davvero è stato il virus con le sue “varianti”, dato che la sua stessa sopravvivenza passa per la mutazione. Potremmo dire lo stesso di noi?

Per riuscire a rispondere, ancor prima che di adeguate strategie operative, avremmo bisogno di costruire soprattutto un nuovo sapere collettivo e critico sulla svolta epocale che stiamo vivendo. E utilizzo questi due aggettivi – collettivo e critico – non a caso.

Con una nettezza senza eguali nella nostra storia recente, la pandemia ci ha posto di fronte all’esigenza di pensare “collettivamente”, squarciando il velo di una narrazione del mondo che può essere ben riassunta dalla nota frase di Margareth Thatcher “la società non esiste, esistono gli individui”. Per troppo tempo questa visione del mondo ci è stata ripetuta come un mantra, fino a diventare l’unica visuale possibile per esperire la realtà che ci circonda. Al punto che siamo caduti preda, da un anno a questa parte, di una miriade di discorsi afoni e sordi, che lanciano accorati appelli in difesa della libertà individuale (il più recente e meglio argomentato, è di Baricco; e chi ha voglia può leggerselo a https://www.ilpost.it/2021/03/09/baricco-mai-piu/amp/?fbclid=IwAR0VMD0zIGhlH6yB_3bqmoP5RHIE9XJ4fifHf8PTjH3rk5LqMG4ofN0zLcI ).

In sostanza, siamo sempre fermi allo stesso punto: individui-monadi che ragionano e discettano su ciò che la pandemia ha comportato per gli individui-monadi, per il loro stile di vita, per il “vivere” pieno e soddisfacente contrapposto al “sopravvivere” timoroso e acritico. Senza voler essere troppo catastrofisti, somigliamo a quelli che avrebbero voluto cantare mentre Roma bruciava o danzare al suono dell’orchestra del Titanic dopo l’iceberg.

Dal lato opposto, vi sono i discorsi che propongono “ricette” rapide per uscire dalla pandemia, sicuri che sia tutta una questione di colpe individuali (Arcuri, Conte e prossimamente Draghi, per restare all’Italia), ree di ostacolare le “magnifiche sorti e progressive” della scienza.

Non si tratta di risposte in sé completamente errate o prive di ragioni – nessuno vorrebbe ridurre la vita al mero sopravvivere, e il metodo della scienza resta uno dei più paritetici ed efficaci mai trovati. Il problema sta nel punto di partenza, e di conseguenza anche nel punto di arrivo, che non riesce più a reggere l’impatto con i tempi che stiamo affrontando: il “mito” dell’individuo self-oriented, della sua razionalità strumentale e compiaciuta di sé, che si traduce nel predominio dell’interesse privato e nell’atomizzazione compiuta della società.

“Mors tua vita mea”, sembrano ripetere inconsciamente in molti- Una frase che oggi diviene sinistra e beffarda anche per chi la pronuncia sottovoce (andrebbe corretta in “mors tua fortasse vita mea”).

Ecco perché l’alternativa all’impasse mortifero che stiamo vivendo può passare soltanto attraverso un nuovo sapere collettivo – collettivo nelle modalità di costruzione e nello sguardo sul mondo – che metta in gioco “tutta la nostra intelligenza, il nostro entusiasmo e la nostra forza”, per parafrasare Gramsci. Un sapere capace di cogliere le cause strutturali della nostra difficoltà di risposta alla pandemia, non solo le cause congiunturali.

Ma proprio perché quello della “collettività” è un concetto che va maneggiato con cura, c’è bisogno anche di un approccio critico. La collettività rischia infatti di essere un gigantesco amalgama indistinto, un insieme di numeri e statistiche, soprattutto se il nostro sguardo non muta decisamente di direzione.

L’approccio cui mi riferisco non è però quello di chi critica qualcosa con la sicurezza di avere già la risposta bell’e pronta, come facevano i vecchi sofisti greci quando ritenevano di poter vincere con le parole ogni disputa. L’unico approccio critico possibile è quello autenticamente dubitante, che genera una prospettiva “altra” su noi stessi e su ciò che ci circonda. E che – potrà sembrare banale dirlo, ma in questo momento non credo lo sia – deve partire dalle domande e da tentativi di ricostruzione globale di quanto è successo. Come prova a fare ad esempio Ernesto Burgio (https://wsimag.com/it/scienza-e-tecnologia/64652-dopo-un-anno-di-pandemia).

Inutile negarlo: sulla pandemia si sta combattendo una guerra economica, politica e ideologica. Ma non è affatto detto che le società a capitalismo avanzato, irrorate di ideologia neoliberista e iper-competitiva, ne usciranno vincitrici. Le faglie di tensione sono molteplici, ma le “crepe” del nostro sistema di sviluppo e di vita appaiono sempre più evidenti.

Nonostante tutto sembri ripetersi in un’asfittica spirale fatta di errori e sofferenza sociale, siamo ad un punto nevralgico. La mutazione del virus incalza anche la nostra mutazione collettiva, volenti o nolenti. Perché oltre una collettività resistente, solidale e critica dello status quo c’è solo il breve passo che porta alla barbarie.

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