Il postulato della “vita perpetua”

(da Enrique Dussel, 20 tesi di politica. Per comprendere e partecipare, Asterios, Trieste 2009, pp. 153 – 156)

Il postulato politico nella sfera ecologica si potrebbe enunciare così: dobbiamo agire in modo tale che le nostre azioni e istituzioni permettano per sempre, «perpetuamente», l’esistenza della vita sul pianeta Terra. La «vita perpetua» è il postulato ecologico-politico fondamentale.

Sul piano fattuale il postulato è ovviamente “impossibile”, perché comunque tra milioni di anni la Terra non avrà più vita, per il raffreddamento del sistema solare. Si tratta, perciò, di un criterio di orientamento politico. Un criterio utile e necessario, perché può spingere a una concreta pratica, articolata nei seguenti punti:

a) In ogni relazione con la terra mater (la Pacha Mama dei quechua incamici) si usino dapprima risorse rinnovabili al posto delle non rinnovabili (come il petrolio, il gas e tutti i metalli); b) si innovino i processi produttivi affinché abbiano un minimo di effetti ecologici negativi; 3) si privilegino i processi che permettono di riciclare a breve termine tutti i componenti; 4) si contabilizzino come costi di produzione le spese che si investono per annullare gli effetti negativi dello stesso processo produttivo e delle merci poste sul mercato.

Come può immaginarsi, questa è una rivoluzione molto più grande di quanto mai immaginato a livello delle civilizzazioni finora esistite. E quanto detto potrebbe anche riformularsi più strettamente nella seguente maniera:

1) Il tasso d’uso delle risorse rinnovabili non deve superare il tasso della loro rigenerazione; 2) Il tasso d’uso delle risorse non rinnovabili non deve superare il tasso di rinvenimento dei loro sostituti rinnovabili; 3) il tasso di emissione di contaminanti non deve essere superiore al tasso che permette di riciclarli (includendo il recupero degli effetti negativi passati).

Potremmo anche dire che l’economia è chiamata a trasformarsi in un sottosistema dell’ecologia.

L’umanità ha vissuto politicamente in un’età di totale incoscienza del suo intervento civilizzatore come rischio per la vita sulla Terra. Il fuoco, mediazione di tutte le mediazioni tecniche, altera l’atmosfera da circa 600.000 anni a causa dell’emissione di anidride carbonica. La stessa agricoltura da 10.000 anni è stata alla fine mortale per i boschi produttori di ossigeno.

Solo da poco, da quando nel 1972 Danella e Dennis Meadows pubblicarono “I limiti della crescita”, l’umanità ha preso coscienza del tema politico centrale: e cioè la possibilità dell’estinzione della vita sul nostro pianeta. Nel grafico 35 di quell’opera, “Sequenza tipo del modello mondiale”, gli autori poterono anticipare che a partire dalla metà del XXI secolo, quando l’inquinamento sarebbe arrivato al culmine, avremmo avuto una autentica ecatombe della popolazione.

Le successive scoperte hanno mostrato che la questione è ancora più grave e accelerata. E oggi affrontiamo la realtà di una assoluta irresponsabilità politica (specialmente del paese industriale più inquinante del mondo, gli Stati Uniti) di fronte all’evidenza degli effetti irreversibili ecologici (perlomeno per le prossime migliaia di anni).

Il cambio di atteggiamento di fronte alla natura implica una trasformazione a livello delle istituzioni moderne, e soprattutto ci mette alle prese con qualcosa di molto più radicale di un semplice progetto socio-storico differente.

in effetti, la modernità da 500 anni (a partire dall’invasione dell’America nel 1492), non fu soltanto l’inizio del capitalismo, del colonialismo, dell’eurocentrismo, bensì anche l’inizio di un preciso tipo di civilizzazione. L’ io conquisto di Hernan Cortès e l’io penso (come un’anima senza corpo) di René Descartes hanno diminuito il valore della natura a semplice res extensa meccanica, geometrica. La quantità ha distrutto la qualità.

È necessaria una Rivoluzione ecologica mai prima sognata da nessun pensatore anche dei secoli XIX e XX. E non sarà il capitalismo, e neanche il socialismo reale, a farla; perché essi rispondono con disprezzo alla dignità assoluta della vita in generale, la vita come il prolungamento e la condizione del nostro corpo vivente (come già diceva Marx nei Manoscritti del 1844). Non sono stati forse il criterio dell’“aumento del tasso di profitto” (nel capitalismo) e il criterio dell’“aumento del tasso di produzione” (nel socialismo reale) a portarci al cataclisma ecologico?

Si tratta di immaginare una nuova civilizzazione transmoderna, basata sul rispetto assoluto della vita in generale, e della vita umana in particolare; dove tutte le altre dimensioni dell’esistenza devono essere riprogrammate a partire dal postulato della “vita perpetua”. Questo tocca tutte le istituzioni politiche e le pone in di fronte alla necessità e all’ugenza di una radicale trasformazione.

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