Il clima dei poveri e il clima dei ricchi

Il legame tra diseguaglianze sociali e iniqua distribuzione dei costi ambientali dello sviluppo è oggi lampante. Nel considerare il Pianeta come un prodotto usa e getta, nello sfruttarlo in maniera indiscriminata, i ricchi hanno contratto un debito con i poveri e le conseguenze dei cambiamenti climatici sulle aree più povere del Pianeta ne rappresentano il segno tangibile. Ogni anno milioni di persone appartenenti alle classi più svantaggiate dal punto di vista socio-economico sono costrette a lasciare i propri luoghi di origine a causa di eventi climatici estremi e delle conseguenze del riscaldamento globale. I migranti ambientali sono vittime di una violenza, la violenza dei cambiamenti climatici, conseguenza di un modello di sviluppo che vede chi inquina responsabile del destino di chi è costretto a fuggire.

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Nell’ultimo decennio le emissioni di gas serra sono aumentate dell’1,5% ogni anno. Per contenere l’aumento della temperatura terrestre tra 1,5 e 2°C, obbiettivo fissato dagli accordi di Parigi sul clima, le emissioni di gas serra dovrebbero essere ridotte rispettivamente del 55 o del 25% entro il 2030. Ma anche rispettando gli impegni assunti dalla comunità internazionale, si stima che la temperatura del Pianeta potrebbe registrare un aumento di 3,2°C. Insomma, si sta facendo troppo poco.

Il solito allarmismo degli ambientalisti? No. Sono i dati elaborati dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente e raccolti nell’Emissions Gap Report 2019, una valutazione del divario tra le emissioni previste fino al 2030 e quelli che sarebbero livelli coerenti con gli obiettivi di contrasto al riscaldamento globale.

Tutti colpevoli nessuno escluso? Non esattamente. La bilancia delle responsabilità pende dalla parte dei ricchi. A dirlo sono ancora i dati delle Nazioni Unite. Gli Stati del G20 rappresentano i due terzi del commercio e l’80% del PIL mondiali ma, allo stesso tempo, il 78% delle emissioni di gas serra a livello globale. Tuttavia, solo cinque membri del G20 si sono impegnati a mettere in campo una legislazione adeguata al raggiungimento dell’obiettivo delle zero emissioni entro il 2050.

Il debito dei ricchi

Il legame tra diseguaglianze, iniqua distribuzione della ricchezza e ingiustizia climatica è lampante. Un fil rouge raccontato bene da Oxfam nel report Confronting Carbon Inequality. Secondo questo studio, le emissioni annuali di gas serra sono cresciute del 60% dal 1990 al 2015.

In questo periodo, il 10% più ricco della popolazione mondiale, 630 milioni di persone, è stato responsabile del 52% delle emissioni globali di gas serra, quasi un terzo (31%) del carbon budget, il limite massimo da non sforare se non si vuole superare di oltre 2°C la temperatura media dell’epoca preindustriale.

Nello stesso periodo, 3,1 miliardi di persone, la metà più povera del Pianeta, sono state responsabili solo del 7% delle emissioni di gas serra a livello globale, pari al 4% del carbon budget.

Il divario è ancora più evidente se guardiamo all’1% più ricco della popolazione mondiale, circa 63 milioni di persone, che hanno consumato da sole il 9% del carbon budget, emettendo più del doppio dei gas serra emessi dalla metà più povera della popolazione mondiale. In sostanza, l’incremento delle emissioni di gas serra è stato per il 37% responsabilità del 5% più ricco della popolazione mondiale, 315 milioni di persone, mentre l’1% più ricco della popolazione mondiale ha incrementato le proprie emissioni di gas serra in misura tre volte superiore rispetto alla metà più povera della popolazione mondiale.
Deforestazione, combustibili fossili, consumo di suolo, estrazione smoderata di materie prime.

Da qui derivano, allo stesso tempo, la ricchezza prodotta a livello mondiale e le principali cause della catastrofe climatica.

Produrre oltre i limiti ecologici

Ancora dati delle Nazioni Unite, quelli del Global Resources Outlook 2019, rivelano che, dal 1970 ad oggi, l’estrazione di combustibili fossili è quasi raddoppiata e quella di materie prime triplicata, passando da 27 a 92 miliardi di tonnellate. Nello stesso periodo, l’incremento delle materie prime estratte e trasformate ha spinto il PIL mondiale, cioè la quantità di beni e servizi prodotti, da 18,9 a 76,5 trilioni di dollari USA.

La crisi climatica e ambientale è dunque da considerare un elemento fondante piuttosto che una conseguenza dell’attuale modello di sviluppo, perché quest’ultimo non potrebbe mantenere i livelli attuali di crescita se venisse meno lo sfruttamento smisurato della natura. Proprio ciò che sarebbe necessario fare per salvare il Pianeta.

L’Earth Overshoot Day indica il giorno nel quale l’umanità consuma interamente le risorse che la Terra è in grado di rigenerare in un anno. Nel 2020, l’Earth Overshoot Day è caduto il 22 agosto, con 4 mesi di anticipo rispetto alla fine dell’anno solare. Significa che l’umanità consuma 1/3 più di quanto l’ecosistema sia in grado di sostenere.

Di questo passo, nel 2050, occorrerebbero ben due Pianeta Terra per sostenere i ritmi di estrazione e consumo di materie prime, che potrebbero raggiungere i 190 miliardi di tonnellate.
Ma poi: come viene distribuita la ricchezza prodotta con simili costi per l’ambiente?

Ingiustizia ambientale e disuguaglianze

L’impronta materiale, espressa in tonnellate per persona, indica la quantità di materie prime trasformate per soddisfare la domanda di beni e servizi di ciascun Paese. Per soddisfare la propria domanda interna, i Paesi a reddito medio-alto mobilitano ogni anno 9,8 tonnellate pro-capite di materie prime da altre parti del mondo. Gli effetti di questo meccanismo, quali l’inquinamento ambientale, non rimangano però circoscritti all’interno dei confini nazionali ma si traducono in esternalità ambientali a carico di altri Paesi.

Dal 1970 ad oggi, la popolazione dei Paesi ad alto reddito è scesa dal 23 al 16% di quella globale, eppure essi detenevano l’80% del PIL mondiale nel 1970 e il 65% nel 2016. In questi Paesi la domanda di beni e servizi equivale in media al consumo di 27 tonnellate pro-capite di materie prime, il 60% in più rispetto ai Paesi a reddito medio-basso e oltre tredici volte il livello dei Paesi a basso reddito (fermi a due tonnellate pro-capite annue).

In questa classifica, Stati Uniti ed Europa sono al primo posto, con un consumo pro-capite di materie prime pari rispettivamente a 20 e 25 tonnellate annue. Seguono Asia ed America Latina con 9-10 tonnellate pro-capite annue, Europa Orientale e Asia Centrale con 7,5 tonnellate e Africa con meno di 3 tonnellate.

Ovviamente, un conto sono le diseguaglianze tra Stati o Continenti in termini di reddito pro-capite e PIL, altra cosa è guardare alle diseguaglianze tra individui. L’Italia che, ad esempio, appartiene certamente al gruppo dei Paesi a reddito medio-alto, secondo il Rapporto Caritas 2020 su povertà ed esclusione sociale, nel 2019, contava ben 4,6 milioni di poveri assoluti.

Secondo il rapporto Oxfam Time to care, nel 2019, i 2.153 miliardari della Lista Forbes possedevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone. I 22 uomini più ricchi del mondo avevano più ricchezza di tutte le donne africane. L’1% più ricco del mondo deteneva più del doppio della ricchezza di 6,9 miliardi di persone. Mentre secondo le stime della Banca Mondiale quasi la metà della popolazione mondiale vive con meno di 5,50 dollari al giorno.

Basta poco per capire come queste diseguaglianze economiche implichino abissali differenze rispetto all’impatto individuale sull’ecosistema. L’impronta ecologica cresce in maniera esponenziale in funzione della ricchezza e delle abitudini tipiche del lusso.

È stato calcolato, ad esempio, che i circa trecento super-yacht in circolazione nel mondo consumano oltre 32 milioni di galloni di petrolio e producono emissioni di CO2 pari a 285 milioni di chili all’anno, più di intere nazioni poco industrializzate. I 15 mila jet privati registrati negli Stati Uniti volano per un totale di 17 milioni di ore l’anno, bruciando circa 345 galloni di petrolio all’ora e emettendo 10 chili di CO2 per gallone. Il loro inquinamento equivale a più del doppio della CO2 emessa dal Burundi (www.jacobinitalia.it).

Ecco perché, oltre che dagli impegni assunti dagli Stati per la riduzione delle emissioni di gas serra, la giustizia climatica dipende da politiche di abbattimento delle diseguaglianze sociali ed economiche.

Ingiustizia climatica, disuguaglianze, migrazioni ambientali

All’iniqua distribuzione della ricchezza prodotta attraverso lo sfruttamento della natura, bisogna aggiungere gli effetti ambientali devastanti per il diritto alla vita e alla dignità delle persone, anch’essi iniquamente distribuiti.

Se l’attuale modello di sviluppo continua ad assicurare benessere ad una parte della popolazione mondiale, i suoi effetti sull’ambiente colpiscono in maniera molto più dura le persone che vivono già in condizioni svantaggiate dal punto di vista socio-economico, in quelle aree del pianeta più colpite da povertà e condizioni ambientali vulnerabili.

I cambiamenti climatici sono oggi la prima causa di migrazione. I dati dell’Internal Displacement Monitoring Centre dicono che nel 2019, su 33,4 milioni di nuovi migranti interni, 8,5 scappavano da guerre e conflitti e ben 24,9 milioni dalle conseguenze di disastri naturali in gran parte legati ad eventi climatici estremi.

Pensate all’impronta di uno stivale e a quella di un sandalo o di un piede scalzo. Potrebbero rappresentare il diverso impatto che gli esseri umani hanno sulla Terra a seconda del loro livello di benessere economico. L’impronta ecologica misura l’area biologicamente produttiva di mare e terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e ad assorbire i rifiuti prodotti. Potremmo dire che si tratta di un indice in grado di calcolare la quantità di territorio, inteso come insieme di risorse naturali, che serve ad assorbire l’impatto ambientale di una comunità.

Conclusioni


L’impronta ecologica dei ricchi, siano essi Stati o individui, incide sugli equilibri dell’ecosistema in maniera molto più profonda di quella dei più poveri e gli effetti del cambiamento climatico costringono ogni anno milioni di persone ad abbandonare i propri luoghi d’origine.

In un mondo in cui il capitale naturale, insieme alla quantità di CO2 immagazzinata nelle merci e nei servizi, può essere trasferito da un continente all’altro, il tema non è più quanti esseri umani possano vivere su un determinato territorio e, quindi, se un Paese può o meno ospitare chi migra. Bisognerebbe piuttosto iniziare a chiedersi quanto capitale naturale viene sfruttato da un Paese, da una popolazione o da un individuo per mantenere il proprio livello di benessere economico e quanto questa ricchezza abbia come contraltare impatti ambientali di cui altri subiscono le conseguenze. Su queste basi bisognerebbe costruire un nuovo modello di società fondata su nuovi concetti di giustizia ed equità, sociale e ambientale.

Per il diritto internazionale i “rifugiati ambientali” non esistono. L’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) parla di migranti ambientali definendoli come “persone o gruppi di persone che, per pressanti ragioni di un cambiamento improvviso o graduale che influisce negativamente sulle loro vite o sulle loro condizioni di vita, sono costretti a lasciare le loro dimore abituali o scelgono di farlo, temporaneamente o per sempre, e che si spostano sia all’interno del loro paese che oltre confine”.

Ma questa definizione colloca chi è costretto a lasciare i propri luoghi di origine a causa di eventi climatici estremi, inquinamento o sottrazione di risorse naturali, fuori dal diritto alla protezione internazionale garantita, dalla Convenzione di Ginevra del 1951, alle persone in fuga da persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un particolare gruppo sociale.

La definizione giuridica di rifugiato si applica inoltre solo ai migranti che varcano il confine del proprio Stato, mentre abbiamo visto che il debito climatico contratto da un Paese può contribuire ai disastrosi effetti del riscaldamento globale in un’altra area del Pianeta. Le esigenze di tutela dei migranti ambientali non possono quini essere affrontate sulla base dei tradizionali strumenti giuridici né tanto meno essere subordinate ai confini nazionali.

Il rapporto tra cambiamenti climatici e migrazione internazionale non è quasi mai diretto. Prima di lasciare il proprio Paese, i migranti climatici, tentano quasi sempre un’altra strategia di adattamento, innanzitutto lo spostamento dalla campagna alla città o dalle regioni periferiche alla capitale.

E diretto non è neanche il legame tra eventi climatici estremi e spostamento della popolazione. I disastri climatici, la siccità, l’inquinamento non perseguitano al pari di guerre e dittature. Sono la vulnerabilità sociale e politica che ne consegue e l’esposizione a condizioni di vita non degne che costringono le persone ad abbandonare il proprio luogo di origine.
Il legame tra diseguaglianze sociali e iniqua distribuzione dei costi ambientali dell’attuale modello di sviluppo individua appunto nei cambiamenti climatici la conseguenza di una forma di persecuzione. I migranti ambientali sono dunque vittime di una violenza, quella dei cambiamenti climatici provocati dall’attuale modello di sviluppo che rende chi si arricchisce inquinando responsabile del destino di chi è costretto a fuggire.

Le migrazioni ambientali sono il segno tangibile della stretta relazione tra ingiustizia ambientale e diseguaglianze, crisi climatica e iniqua distribuzione della ricchezza. In un sistema economico che produce ricchezza sfruttando il pianeta Terra come fosse un prodotto usa e getta, bisogna abbattere il debito climatico, l’unico che vede i ricchi indebitarsi con i poveri. Un debito che i ricchi non vogliono pagare.

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