La rivoluzione delle donne

Il presidente del Pkk Abdullah Ocalan, detenuto da 22 anni in un carcere turco di massima sicurezza, ha proposto nei suoi scritti lo sviluppo di una scienza nuova, la jineoloji: la scienza delle donne o “scienza donna”. Le militanti del movimento rivoluzionario curdo hanno poi approfondito questa idea, cercando di svilupparla, concretizzarla, precisarla e diffonderla in tutte le aree in cui operano.

La rivoluzione del Rojava, la rivolta del Bakur turco e l’azione politica nel Kurdistan iraniano sono diventate, così, un vero e proprio banco di prova per un innovativo sguardo rivoluzionario sul mondo.

Per dare ai lettori un’idea di cosa si tratta, LEF ripropone qui di seguito i passi salienti di una illuminante intervista alle militanti curde dell’aprile del 2016, fatta da un gruppo di collaboratrici di Infoaut e Radio Onda d’Urto.

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Avete deciso di sviluppare una scienza delle donne, la jineoloji. Di cosa si tratta?

Il termine jineoloji compare per la prima volta negli scritti dal carcere di Ocalan, nel 2008. Quando tratta della “sociologia della libertà”, Ocalan parla anche di questa nuova scienza. La scienza d’impostazione positivistica ha dimostrato di non essere in grado di produrre un cambiamento sociale. Il suo epicentro è l’Europa, ma la storia dello Stato, cui essa è legata, è molto più ampia e le origini dell’approccio positivista sono quindi più complesse.

La scienza positivista è fondata sulla distinzione tra soggetto (colui che conosce) e oggetto (ciò che è conosciuto): questa distinzione risale alla civiltà sumera, alla distinzione tra Dio e mondo operata in quell’epoca. Questa distinzione non è neutra: la civiltà sumera è anche la prima civiltà in cui l’uomo diventa soggetto, la donna oggetto, sostituendo l’organizzazione statale alla società precedente, in cui non esisteva questa gerarchia tra uomo e donna.

Come donne dobbiamo quindi operare un mutamento rivoluzionario nella scienza. La libertà della donna, assieme all’ecologia e alla democrazia, è uno dei tre pilastri della rivoluzione secondo Apo [Abdullah Ocalan, Ndr]. La nuova sociologia non è però una sociologia che ha come argomento le donne, ma una sociologia che punta a trasformare l’intera società, ed è pensata dalle donne da un punto di vista femminile.

Il termine jineoloji deriva da jin, che un curdo significa “donna”, ma denota anche il sesso della donna, e logos, che in greco significa parola, pensiero e scienza. Abbiamo diverse parole a denotare la donna in Mesopotamia: il sumero nita, il curdo zaza cin, il curdo sorani afratan, lo hurri (protocurdo) aşt, il persiano zen, l’armeno gin e così via. L’etimologia di questi termini è molto illuminante. Nel curdo kurmanji, se jin vuol dire donna, jiyan significa vita. Vita è ti in sumero, e donna è nita. Nel curdo sorani, afrandin significa costruire, e la donna è afratan; nello hurri. aşeti è pace, e donna è aşt. Esiste una connessione tra le parole donna, pace, vita e natura. Nella lingua sumera la parola libertà è amargi, che letteralmente significa “tornare dalla madre”. In curdo kurmanji, la libertà è azadi, mentre za significa partorire. Una sociologia delle donne è quindi anche una sociologia della libertà, della vita e della natura. Altri fenomeni sono degni di interesse: in kurmanji esiste, come in molte lingue, la distinzione maschile/femminile; la parola albero è donna, ad esempio, mentre se si taglia un albero e se ne ricava del legno utile all’uso pratico, il termine che lo designa diventa maschile.

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Che cos’è una rivoluzione delle donne?

Per noi non è sufficiente, ed è inesatto, affermare che le donne devono partecipare maggiormente alla politica dello stato, o all’economia capitalista. Ciò che occorre è anzitutto cambiare il significato che viene assegnato al termine politica, ma anche all’economia, all’etica e all’estetica, alla demografia e all’educazione, e i modi di vedere che abbiamo sulla salute, sull’ecologia e sulla storia. Occorre agire secondo una nuova comprensione di tutto questo reale per la realizzazione di libertà, uguaglianza e democrazia, che sono ciò di cui ha bisogno la società per essere liberata.

L’instaurazione dello stato e il conseguente stravolgimento del significato della politica hanno coinciso con la nascita di un ordine sociale dominato dagli uomini, che hanno iniziato a diffondere l’idea che le donne non fossero in grado di assumersi responsabilità sociali perché sono troppo emotive, che non sono abili nella guerra, che sono escluse di fatto dalla vita sociale a causa dei figli e per questo devono stare fuori dalla politica. Al contrario, noi vogliamo una società che sia basata sul modo di essere della donna.

Qual è questo modo di essere? Pensate che il carattere emotivo, ad esempio, appartenga realmente alla donna più che all’uomo, o ritenete sia stato l’uomo a creare questa idea, sotto forma di stereotipo per il suo dominio?

Ci sono diversi tipi di intelligenza: l’intelligenza analitica è una, ma c’è anche l’intelligenza emotiva. Ciò che pensiamo non è che quest’ultima appartenga esclusivamente alla natura della donna, ma che l’uomo abbia sostanzialmente rinunciato ad essa in favore dell’altra quando ha instaurato lo stato e la concezione positivista della scienza, mentre le donne sono state in grado di difendere maggiormente il lato emotivo della loro intelligenza, benché gli uomini l’abbiano ampiamente utilizzato per soggiogarle, usando gli argomenti che ho detto prima.

Lo stesso vale per l’idea che le donne siano più pacifiche degli uomini: non è un fatto di donne o uomini, la società ha bisogno della pace indipendentemente, la pace è un bisogno sociale. Non si tratta di affermare che le donne o gli uomini siano più o meno aggressivi o pacifici in sé stessi, bensì di ricostruire la storia del rapporto sociale tra etica e istinto. Se consideriamo l’attività della caccia, ad esempio, vediamo che in origine essa era un bisogno e non un divertimento, regolato da norme etiche che prevedevano dei limiti al numero di animali che era consentito uccidere, o che proibivano l’uccisione degli animali femmina a causa della loro particolare relazione con la vita.

Esisteva talvolta anche l’usanza di pulire il corpo dell’animale ucciso dopo la caccia, come segno di rispetto ma anche di dispiacere per il male che gli era stato fatto. Si cercava di controllare la caccia, non di lasciarla senza controllo, c’era un controllo del potere. Non si può uccidere per la soddisfazione di farlo. Il cane strangolato per la soddisfazione di uccidere permette all’uomo di percepire il suo potere. Non è che l’uomo sia più aggressivo della donna, ma con l’instaurazione del potere statale maschile l’aggressività ha perso il controllo cui era sottoposta. In questo contesto il cane che guaisce sotto la nostra violenza non è percepito come un essere vivo ma come un oggetto; anche ai suoi guaiti viene forzatamente negato il carattere di lamento, e ci si cerca di convincere che non siano che rumori, i rumori che farebbe un oggetto.

Che cosa pensate del movimento femminista?

Ci sono delle differenze tra la jineoloji e il femminismo. Il movimento delle donne ha lottato, ma queste lotte hanno avuto dei limiti. Abbiamo ottenuto il diritto di voto e nuove leggi, e una maggiore presenza femminile nella politica, ma non abbiamo trasformato il senso della politica. Sebbene sia stata una lunga e importante lotta, non sarebbe realistico parlare di successo.

Una delle maggiori differenze che ci sono tra noi e il movimento femminista riguarda la distinzione tra sfera pubblica e privata, e il suo superamento. Lo stato ha relegato le donne fuori dalla politica con l’argomento che le sfere dove le donne erano presenti, in primo luogo la crescita dei figli e l’economia domestica, erano luoghi non politici, e dunque le donne erano esseri di fatto disabituati, esclusi o inadatti alla politica. La distinzione tra privato e politico viene operata dallo stato per nascondere ciò che avviene tra le mura domestiche, la violenza e l’oppressione nei confronti delle donne. Non a caso nella torah, come nel corano, ci sono lunghi capitoli dedicati a come la donna deve comportarsi con l’uomo e viceversa, ecc.

Il movimento femminista ha giustamente e duramente lottato contro la separazione tra pubblico (politico) e privato (apolitico) dicendo che il personale è politico, ossia che questa distinzione va combattuta ed eliminata. Ciononostante, non ha raggiunto questo obiettivo, ha semplicemente capovolto il problema, mantenendo un genere diverso di distinzione, dove alle donne compete soltanto quella parte della politica che è associabile alla sfera privata: abusi, violenze, aborto, famiglia, ecc. E’ come se il risultato della lotta per affermare che il personale è politico si fosse risolta nella condizione in cui soltanto il personale può essere politico per le donne.

Questo è un errore. Noi critichiamo le femministe che si occupano soltanto di “personale” o “privato”. Quando, nel 2008, è avvenuto il massacro di Roboski, dove alcuni ragazzini che camminavano sulle montagne al confine tra Iraq e Turchia sono stati uccisi dall’aviazione turca perché scambiati per militanti del Pkk, le madri hanno iniziato una campagna per la verità su quello che era accaduto e hanno chiesto il supporto delle femministe turche. Queste, però, hanno risposto che non si occupavano di guerra, ma di stupro, aborto e altre questioni “riguardanti le donne”. Noi critichiamo questa specializzazione, perché mantiene, anziché eliminare, la distinzione statale tra pubblico e privato e tra personale e politico.

Nella vostra visione fate spesso riferimento alla natura dell’uomo e a quella della donna. Siete sicure che esista qualcosa del genere?

Questa questione è sempre sorgente di contraddizioni. Nelle filosofie e nelle religioni ci sono frequenti definizioni della natura dell’uomo, della donna o della persona che sono il frutto dei rapporti di dominio e della necessità di conservarli, quindi i movimenti delle donne si sono giustamente rivolti contro quelle definizioni. La “natura della donna” nella modernità è una strumento della cultura capitalista. Dal punto di vista postmoderno sono state avanzate critiche di queste definizioni che rispettiamo e che ci piacciono, che mostrano come quando si parla di “natura della donna” ci si riferisca di fatto a costruzioni ideologiche maturate nell’ambito dei rapporti di dominio.

Ciononostante, non siamo d’accordo sul fatto che la natura dell’uomo e della donna non esistano. Prima dell’instaurazione dei rapporti di dominio nella società umana le donne e gli uomini vivevano in accordo con la loro natura, ma questo accordo è stato spezzato dall’oppressione successiva e sono iniziate le costruzioni ideologiche che è giusto rigettare, ma la natura originaria non è stata distrutta, è ancora lì, sebbene sia stata schiacciata per millenni. Ci sono tante buone analisi nella gender theory, ma non crediamo che donne e uomini siano lo stesso. Crediamo che la natura della donna sia paragonabile a quella delle cellule staminali, che aiutano il corpo a sconfiggere il cancro. Sono i rapporti di dominio che hanno rovinato il rapporto tra la donna e l’uomo, ma la natura della donna ha sempre resistito. Non siamo d’accordo sul fatto che non esista un’essenza femminile, pensiamo invece che esista, benché non ci riconosciamo nelle posizioni “essenzialiste” secondo cui le donne sono essenzialmente pacifiche, o in quelle secondo cui tra donne e uomini non ci può essere amicizia. Al contrario, è importante costruire l’amicizia tra gli uomini e le donne.

Il problema per alcuni non è ammettere una diversa identità sociale tra uomo e donna, quanto una distinzione fondata su un’essenza naturale ben definita…

Parlare di natura femminile provoca regolarmente dei problemi e delle contraddizioni, perché come dicevamo la storia della società statale è costellata di definizioni ideologiche sbagliate della natura femminile. Ad esempio, Aristotele diceva che la donna è come un uomo, ma senza l’autorità (cioè pensava in qualche modo meno intelligente), Rousseau identificava la donna esclusivamente con il ruolo di madre, Racine la riteneva un essere diabolico: si tratta di rigettare queste definizioni.

Dobbiamo soltanto guardarci attorno, uscire dalle relazioni di dominio e allora le donne e gli uomini potranno riavvicinarsi alla propria vera natura e avere rapporti improntati all’amicizia e all’equilibrio. Le donne possono educare i figli impedendo all’uomo di schiavizzarli. Le caratteristiche dell’uomo e della donna sono diverse, ma non per questo non possono convivere. Ciò che è accaduto è una degenerazione della concezione delle rispettive nature e dei loro rapporti, ma non dobbiamo arrenderci ad essa.

Come vivete, nella pratica, la convivenza tra donne e uomini negli spazi politici che attraversate?

La vita delle donne e degli uomini, nelle nostre organizzazioni, è in parte separata e questo ci fa comprendere molte cose, anzitutto su quali siano le nostre giuste relazioni, su quali siano le giuste relazioni con gli uomini e su quanto e come il sistema giochi con le nostre identità. Anche gli uomini devono riflettere su questo, perché la loro identità è determinata dal capitalismo. Gli scavi archeologici mostrano che nel neolitico e nel mesolitico, nella società naturale, donna e uomini vivevano a loro volta in spazi separati: questa è una cosa buona, uomini e donne possono vivere in spazi separati, conservando un’autonomia reciproca, completandosi a vicenda. Questo genere di relazione sana è stato poi distrutto, ma le nostre differenze devono essere protette, non distrutte.

Un’altra ragione fondamentale per cui è importante comprendere la natura della donna è che, senza la comprensione di questa natura, non comprendiamo la natura di questa società. La degenerazione è stata tanta, quindi il nostro sforzo deve essere grande e deve concentrarsi sulle donne, non sugli uomini. Se ci concentriamo sugli uomini non comprendiamo la natura della società, e neanche delle donne. Abbiamo bisogno di quell’energia femminile che anticamente poteva esprimersi e che poi è stata repressa.

Un esempio di questa repressione è la considerazione di alcune caratteristiche femminili come negative, ad esempio le mestruazioni, che in molte culture vengono viste come qualcosa di “malato” (ad esempio in curdo la donna che ha il suo periodo è detta naxwesh, “malata” appunto). Il ciclo è visto come qualcosa di sporco, ciò che fa sì che, ad esempio, che in quel periodo alle donne non sia consentito entrare nella moschea, mentre invece in origine questo era considerato un fenomeno sacro. Il termine “ciclo”, a ben vedere, connette il fenomeno mestruale con la ripetizione ad ogni mese, quindi con la posizione dei pianeti, dell’universo.

Anticamente il mestruo veniva anche usato per concimare la terra, perché si riteneva liberasse un’energia di vita. Non significa che dobbiamo metterci a fare dei rituali, significa che dobbiamo capovolgere la concezione dominante. Non dobbiamo mai smettere di chiederci come è stata considerata la donna, ricostruire la storia della sua oppressione ripercorrendo i modi in cui è stata descritta.

Alcuni ritengono che le esperienze che possono percepirsi come diverse da quella maschile femminile (gay, lesbiche, bisessuali, transgender, ecc.) trovano il loro spazio politico soltanto in una concezione in cui la distinzione tra uomo e donna è superata in favore di una moltiplicazione indefinita delle identità sessuali.

Ciascuno è libero di concepire il genere come preferisce e di lottare secondo la sua concezione del genere, ma noi siamo convinte che il patriarcato non si sconfigge annullando le differenze. Il problema delle imposizioni di genere, come del nazionalismo o del fondamentalismo, è che sono ideologie del capitalismo rivolte alla conservazione di un dominio. La differenza non è un problema, il problema è il suo uso da parte del dominio. Non è una cosa positiva annullare le identità. Non è possibile né lottare, né liberarsi senza un’identità.

Anche nei rapporti omosessuali c’è dominio, ad esempio nell’incarnazione reciproca di ruoli ad immagine e somiglianza di quelli dominanti, e se dicessimo che non è così significherebbe soltanto che la nostra analisi dei rapporti sociali non è abbastanza sottile né abbastanza profonda. La differenza che esiste tra uomo e donna non è soltanto fisica ma riguarda anche ciò che chiamiamo in curdo erbun, ossia “esistenza”. Nelle nostre organizzazioni combattenti viviamo moltissimo secondo l’identità delle donne, passiamo un tempo infinito a discutere tra donne della nostra identità, che riscopriamo nella vita comune. In questo modo anche gli uomini possono cambiare.

Togliendo le identità non si sconfigge il patriarcato. Le differenze esistono, ad esempio il potere empatico è maggiore nelle donne: potrebbe essere dovuto alla cultura o agli ormoni, fatto sta che esiste questo fenomeno di maggiore empatia. Questo non implica, peraltro, che gli uomini siano privi di empatia. Ci dobbiamo anche chiedere quale tipo di maschilità è espressione di dominio e quale va in una direzione diversa. Noi non crediamo che esistano quattro o cinque sessi, e se esistono persone che hanno caratteristiche sia maschili che femminili non è certo un problema, ma non ci aspettiamo da questo alcuna liberazione.

Viene riportato un episodio secondo cui una donna straniera, nella città di Suruc, nel Kurdistan turco, si trovò accanto a un gruppo di donne delle Ypj e disse loro che la loro liberazione non era completa, perché non erano libere di fare sesso con chi volevano. Che cosa pensate di una simile osservazione?

La rivoluzione sessuale non ha portato maggiore libertà alle donne anzi, ha portato semmai maggiore oppressione e tante situazioni in cui donne hanno dovuto crescere i propri figli da sole, magari affrontando situazioni di povertà. La sessualità ha subito un lungo processo di repressione sociale e culturale, come ha bene spiegato, tra gli altri, Foucault. Con il potere patriarcale la donna è stata perseguitata con la caccia alle streghe e quindi rinchiusa tra le mura domestiche alla mercè del marito. Molto forte è stata l’influenza della chiesa, che ha sempre visto il sesso come qualcosa di sporco.

Quando la gente si è ribellata, è esplosa ed ha esagerato e ciò che abbiamo di fronte oggi non è una soluzione. Il sesso è oggi al centro di tutto, secondo una logica che ricorda quella del Marchese De Sade. Quando si opprime troppo qualcosa, poi c’è l’esplosione e si esagera nella direzione opposta, ma questa non è libertà. Né la chiesa, né la società sessuale offrono libertà alla donna, che oggi è semmai espropriata e sfruttata sul terreno della sessualità e sottoposta a una continua pressione sessuale. Una delle organizzazioni di liberazione curde, il Pkk, ha deciso di bandire i rapporti sessuali tra i suoi militanti. Questo non perché l’istinto sia una cosa negativa, ma perché hanno detto che, finché non sono liberi e non possono unirsi liberamente, preferiscono non avere alcun rapporto piuttosto che averne influenzati da relazioni malsane.

Per ciò che riguarda le Ypj in Rojava, se vogliono possono avere relazioni e rapporti, ma prima devono essere educate affinché non cadano in relazioni ingenue e abbiano la possibilità di conoscere prima di fare esperienze. Al tempo stesso, in questa società molto conservatrice, ora la gente percepisce che qualcosa sta cambiando, che avere delle relazioni è possibile, che le cose sono più libere di prima. La rivoluzione del Rojava, d’altra parte, non può certo essere vista come una rivoluzione delle donne ormai completata, anzi abbiamo ancora molto da lottare e non possiamo dire di avere già vinto su questo e su altri piani.

A questo proposito una delle istituzioni che maggiormente possiede potere in questa società, e che ha sempre avuto una funzione delicata in rapporto all’esistenza femminile, è la famiglia.

La famiglia può essere considerata come un piccolo stato. Ciononostante, al momento non possiamo smantellarla. Forse un giorno questo sarà possibile, ma non ora. Ciò che noi portiamo avanti nelle nostre organizzazioni e nel movimento, in ogni caso, è quello che chiamiamo vita libera in comune. Appena pronunciamo questa espressione c’è chi pensa al sesso o a questioni riguardanti il matrimonio, ma non è soltanto questo, dalle comuni ai comitati rivoluzionari c’è questa vita libera in comune. I co-presidenti uomo/donna in tutte le cariche sono una sfida potentissima alla società in cui viviamo, perché presentano pubblicamente persone di sessi diversi che compaiono pubblicamente insieme senza essere sposati, ed al tempo stesso senza essere visti come asessuati, mostrando che la collaborazione e l’amicizia tra uomini e donne è possibile.

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