Il mezzogiorno e il recovery plan

In questa crisi di Governo tutti sanno che c’è un convitato di pietra, ossia le risorse del Recovery Plan o, meglio, la battaglia per la loro gestione.

Credo, perciò che bisognerebbe capire più approfonditamente come stiano effettivamente le cose, a partire dall’entità delle risorse a “lordo” e a “netto”. Proverò a dare una mano in tale direzione, attraverso una disaggregazione delle voci che portano alle assegnazioni complessive, servendomi dei dati del dossier del 25 gennaio 2021 sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) stilato dai Servizi Studi e Bilancio di Camera e Senato. 

In sostanza, le risorse complessive del Next Generation EU – nell’ultima versione approvata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 12 gennaio e, successivamente, trasmessa alle Camere – sono di 223,91 miliardi così distribuiti:

MissioneRisorse (€/mld)
Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura46,30
Rivoluzione verde e transizione ecologica69,80
Infrastrutture per una mobilità sostenibile31,98
Istruzione e ricerca28,49
Inclusione e coesione27,62
Salute19,72
Totale223,91

L’entità “lorda” delle cifre che emerge dalla tabella è sicuramente imponente. Tuttavia, è a questo punto che deve subentrare l’analisi per capire le differenze con il “netto”.

Un esperto di fondi europei come Andrea Del Monaco ha ricordato – il suo saggio “Recovery Fund, i conti sui sussidi danno saldo negativo per l’Italia” lo si trova sulle pagine web di Huffington Post e Sinistra in rete del 20 dicembre 2020 – come una parte consistente delle risorse del Recovery Plan siano, in realtà, soldi del nostro Paese che ritornano. Nel sessennio 2012-18 sono stati versati, infatti, al bilancio UE, 112,85 miliardi; e ne sono stati ricevuti 76,49 (saldo netto negativo per 36,3 miliardi). Inoltre, il saldo sarà negativo – insiste Del Monaco – sia per il Quadro Finanziario Pluriennale 2021-27 che per il Recovery Fund; diventa realmente positivo solo grazie ai prestiti, mentre per i soli contributi a fondo perduto rimane negativo.

In sintesi, per il settennio in corso, il saldo sarà negativo per 35,6 miliardi.

Ulteriori elementi di chiarezza emergono dall’intervento di Emiliano Brancaccio – economista dell’Università del Sannio – nella trasmissione “Eresie” su Radio Uno dello scorso 29 gennaio.

Lo studioso in questione propone i suoi dati sulla cifra complessiva di 209 miliardi, quella precedente all’“aumento” della dotazione finanziaria del Recovery con parte delle risorse del Fondo Sviluppo e Coesione. Egli ricorda che la maggior parte delle risorse sono prestiti (127 miliardi) e che l’autentico risparmio su di essi è dato dal differenziale tra i tassi d’interesse nazionale e quello europeo. Rispetto all’arco temporale in cui dovranno essere spesi i fondi europei è di 500 milioni annui, ossia 3 miliardi nel sessennio.

Quanto poi alla parte costituita dai trasferimenti a fondo perduto (82 miliardi), Brancaccio evidenzia che c’è un problema di copertura degli stessi e, allo stato, è molto probabile che si ricorra al contributo dei singoli Stati membri al bilancio europeo. La qual cosa, con le attuali ripartizioni, comporterebbe per l’Italia un esborso intorno ai 40 miliardi. La conseguenza è che i sussidi che arriverebbero direttamente sarebbero intorno ai 42 miliardi (82-40).

Riflettere su questi dati non è questione di essere “europeisti” o “antieuropeisti”, ma più semplicemente, è questione di distinguere il fumo dall’arrosto. Una “operazione-verità” sulle risorse europee, che permettano di tenerci alla larga dalla retorica e dalla propaganda.

E la scelta di essere guardinghi vale, a maggior ragione, per il Meridione; e ciò, sia sotto l’aspetto metodologico che quantitativo.

Per l’aspetto metodologico, la mancanza di una ripartizione ex-ante delle risorse tra le macroaree del Paese mi sembra in continuità con il comportamento avuto verso il Mezzogiorno dal primo Governo Conte. Si ricordino, in tal senso, le polemiche che suscitò la mancanza, all’interno del contratto di Governo Lega-Cinque Stelle, di un punto specificamente dedicato al Meridione. In quella occasione, da parte dei contraenti, si scrisse (punto 25 del contratto) che “si è deciso di non individuare specifiche misure con il marchio Mezzogiorno nella consapevolezza che tutte le scelte politiche previste dal presente contratto sono orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo, pur tenendo conto delle differenti esigenze territoriali, con l’obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud”.

Sappiamo come sono andate le cose con quel Governo, che non ha mai dimostrato alcuna volontà politica di colmare o ridurre il divario Nord/sud; e che anzi, con ben diversa enfasi, puntava a rilanciare il programma dell’autonomia differenziata. Ma su quest’ultimo punto, occorre sottolineare come le cose non siano affatto cambiate col secondo Governo Conte, che ha perfino tentato di far approvare un collegato alla legge di bilancio 2021 proprio sull’autonomia differenziata.

Insomma, l’attuale visione di considerare il Sud come “priorità trasversale” all’interno del Recovery Plan somiglia molto al rifiuto di prevedere un paragrafo specifico nel contratto Lega- Cinque Stelle. E ciò, nonostante il fatto che la Relazione finale delle Commissioni Riunite V e XIV del Senato sulle linee guida del Recovery Plan ricordi come la “valutazione ex-ante ed ex-post di ogni intervento non rappresenta una semplice appendice, ma un pre-requisito del suo successo”.

Anche  la Svimez,  in sede di audizione parlamentare, ha sostenuto che “si dovrebbe meglio esplicitare come l’obiettivo trasversale della coesione territoriale venga perseguito all’interno di ciascuna missione declinando fabbisogni, target e risultati”; poi, contraddittoriamente, ha anche affermato, nella medesima audizione del 29 gennaio presso la V Commissione della Camera,  che la migliore esplicitazione della priorità trasversale andasse perseguita “senza la necessità di imporre ex-ante vincoli territoriali di destinazione di pura natura contabile”, finendo, nei fatti, per allinearsi, su questo specifico punto, alle posizioni governative seppur con qualche distinguo. E dico questo con rammarico, perché al suo presidente Adriano Giannola va comunque riconosciuto di aver promosso appelli e iniziative per ricucire il divario Nord-Sud.

In ogni caso, accanto alle questioni di metodo, ci sono robusti aspetti quantitativi. In questa sede mi limiterò a toccare brevemente il solo punto relativo all’inserimento, nell’ultima versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, di 21,2 miliardi provenienti dal Fondo Sviluppo e Coesione.

Alcuni, a tal proposito, hanno parlato, forse non impropriamente, di “gioco delle tre carte”, riferendosi al meccanismo di anticipazione/reintegro di parte di questi Fondi che si dovrebbe concludere col Documento di Economia e Finanze del corrente anno. Di fatto, su questo delicato “gioco contabile” hanno richiamato l’attenzione sia i Servizi Parlamentari, nel citato dossier, che la Svimez nella recente audizione alla Commissione Bilancio della Camera. Il problema è che se, per un qualsiasi motivo, il reintegro delle risorse FSC anticipate nel PNRR non avvenisse, le stesse finirebbero “per svolgere un ruolo sostitutivo, venendo meno al principio dell’aggiuntività e contraddicendo la finalità della coesione territoriale”.

Purtroppo, in base all’esperienza, si può dire che non sarebbe la prima volta che il Fondo Sviluppo e Coesione finisca per essere sostitutivo. E questo potrebbe avvenire di nuovo, qualora non ci fosse un completo reintegro delle risorse anticipate. Ovviamente speriamo tutti che non si verifichi. Ma su ciò occorrerà attivare la massima vigilanza delle forze meridionaliste.

Per concludere, voglio sottolineare che, rispetto alla decantata “occasione” del Recovery Plan per il Meridione, le riserve e le obiezioni sono più che legittime.

Le volute lacune metodologiche nei criteri di ripartizione delle risorse, la mancanza di garanzie sulle modalità di utilizzo di parte del Fondo Sviluppo e Coesione e, soprattutto, la mancata configurazione di un cambiamento dell’attuale modello di sviluppo del Paese fanno nutrire forti perplessità sul fatto che il Sud possa diventare il secondo motoredel sistema-Italia, con la valorizzazione della stessa prospettiva euromediterranea.

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