Fino a un centinaio d’anni fa, erano praticamente sconosciuti. Poi la loro scoperta e un nome atto a qualificarli: «terre rare».
«Terre», perché così si chiamavano, nel XVIII e XIX secolo, i minerali che non potevano essere modificati dalle fonti di calore; «rare», per la bassa concentrazione (normalmente meno del 5%) dei loro depositi.
Perché mi è venuto lo schiribizzo di parlare di questi minerali dai nomi impossibili (scandio, lantanio, ittrio, praseodimio, etc.)? Semplice, perché oggi è praticamente impossibile che un componente tecnologico nei campi più disparati (cellulari, computer, cavi di fibra ottica, energia nucleare, aerospazio e difesa, acciaio, automobili elettriche) non sia costituito da una percentuale più o meno importante di terre rare.
Per capire meglio la pervasività di questi metalli, portiamo l’esempio dell’automobile: ebbene, le dozzine di motori elettrici di un’auto tipica, i suoi diffusori audio, i suoi sensori elettrici, il convertitore catalitico, i fosfori degli schermi ottici, il parabrezza, gli specchi, le lenti e gli altri componenti di vetro, perfino la benzina o il gasolio (raffinati attraverso catalizzatori di cracking con lantanio e cerio) contengono o sono trattati con preziosissime terre rare.
Tutto bene (da qualcosa, il nostro sistema produttivo deve pur dipendere, non vi pare?) se non fosse che le terre rare sono estraibili solo con manovre altamente inquinanti e che oltre il 90% delle terre rare utilizzate nel mondo provengono dalla Cina. In soldoni ciò significa, nell’ordine: a) che stante la fame insaziabile della nostra società di prodotti soprattutto hi-tech composti da questi metalli, l’inquinamento da estrazione aumenterà sempre di più; b) che se le terre rare vengono estratte praticamente in un solo Paese (Cina), presto o tardi il mondo si troverà a dipendere, economicamente e non solo, da quel Paese.
Ma vi è di più. Si conoscono bene le condizioni di lavoro degli uomini e dei bambini che ogni giorno estraggono, schiacciati in cunicoli scuri e nauseabondi, i minerali indispensabili per il display touch del nostro cellulare; quello stesso cellulare che così frequentemente cambiamo, irretiti dalle novità del mercato e dai diktat rapsodici del consumismo.
A guardarli bene, questi uomini e bambini non sono altro che schiavi, pedine di un sistema congegnato per raggiungere due obiettivi: il benessere del consumatore e il profitto dell’impresa.
Si tratta, citando il sempre (troppo) attuale Marx, di un «esercito di riserva»: manodopera, cioè, facilmente sostituibile anche per la scarsa specializzazione di cui è connaturata; lavoratori, quindi, condannati allo sfruttamento più bieco e a una miseria insopportabile, come lo è sempre quella che permane nonostante la fatica profusa.
Triplice ordine di problemi, in conclusione: geopolitico (con il monopolio di Pechino nella estrazione delle terre rare), ambientale e delle condizioni di lavoro: questo è il portato dei diciassette metalli, per altri versi, importantissimo.
Soluzioni? Tornando al cellulare, basterebbe avere il coraggio di capire che quell’insignificante graffio sul display non ci obbliga a comprare un telefonino nuovo.
Comportamento rivoluzionario, questo, nel presente monopolizzato dal Black Friday perenne.