L’autogestione come risposta alle crisi aziendali

1) Sono possibili forme di autogestione delle aziende da parte dei lavoratori, in conseguenza delle nuove tecnologie? E se sì, con quali risorse e in base a quali valori?

Le nuove tecnologie che danno vita all’automazione di Industria 4.0, come pure lo smart working gestito all’interno dei rapporti sociali capitalistici, concentrano in sé il moderno sfruttamento delle classi subalterne, generando una nuova rivoluzione nella produzione di merci e servizi, ulteriormente cresciuta nell’attuale pandemia. Ma con queste nuove modalità e questi nuovi strumenti di lavoro, non ci troviamo di fronte alle ristrutturazioni del capitalismo che avevamo conosciute in passato. Le moderne tecnologie hanno avviato un cambio di passo epocale, poiché adesso è l’intera società ad interconnettersi, attraverso “l’individuo produttivo sociale”, con la produzione di merci e servizi, e a partecipare in modo diretto alla valorizzazione del capitale e all’innovazione del sistema capitalista.

Il concreto meccanismo produttivo non si basa solo sullo sfruttamento e sul peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne (che comunque persiste e si intensifica), ma poggia su un insieme  complesso di fattori che vanno dai robot capaci di collaborare con gli umani alla digitalizzazione dei servizi, dalle piattaforme social ai comportamenti dei consumatori, dall’ampliamento delle connessioni economiche al flusso continuo di comunicazioni che arrivano dall’esterno della produzione propriamente detta.

Sono elementi che hanno in sé tutta la flessibilità oggi possibile, e quindi permettono cambiamenti significativi nell’organizzazione del lavoro, interconnettendo luoghi, settori e mansioni e generando, alfine, una potenza produttiva mai realizzata prima nella storia del capitalismo. È una potenza gigantesca proprio perché non sono solo gli addetti immediati a costruirla. Ce lo dicono con chiarezza gli stessi studi di parte padronale: per quanto concerne le idee di innovazione aziendale, il 70% provengono dai territori e dall’universo-mondo, e solo il 30% matura nei singoli siti produttivi.

2) Questo insieme di dinamiche ha una ricaduta effettiva nelle condizioni di vita e di lavoro.  Succede, in particolare, che i lavoratori vedano archiviate le rigidità del modello tayloristico del Novecento e con esso il conflitto e la contrattazione a cui erano legati. Di fatto, il movimento operaio, prima ancora di perdere sul campo il braccio di ferro con i capitalisti e i loro governi, risulta completamente disarticolato dalle ristrutturazioni tecnologiche. È venuta progressivamente meno la possibilità stessa di contrattare per luoghi di lavoro, per categorie, per mansioni, per qualifiche per produttività individuali ecc.; e quando si tenta di rilanciare la modalità del conflitto del secolo scorso ci si ritrova perdenti, senza sbocchi effettivi. Nel migliore dei casi, si è costretti a rincorrere i contrasti con il padronato situazione per situazione, con risultati quasi sempre molto deludenti.

Il punto è che nell’attuale fase di totalizzazione del rapporto di capitale, con il capitalismo che occupa l’insieme degli spazi produttivi, sociali e ambientali e che trasforma tutto in merce, il confronto tra sfruttati e sfruttatori è chiamato a misurarsi più sui parametri della riproduzione (cioè sull’esistenza materiale del lavoratore) anziché sulla produzione sociale e sul rapporto tra capitale variabile e plusvalore. Il rendimento che ciascun segmento di lavoro può dare, infatti, è già inesorabilmente ricompreso nel ciclo produttivo generale, al quale concorre indipendentemente da qualsiasi scambio contrattualizzato.

Ma se il conflitto novecentesco è divenuto (con le nuove tecnologie e con i nuovi rapporti sociali) impraticabile e perdente, l’attuale situazione legata ai nuovi strumenti di lavoro potrebbe inaspettatamente riaprire spazi per il raggiungimento di obiettivi che lo stesso movimento operaio nel secolo scorso ha inseguito, senza poterli raggiungere proprio per la immaturità dei tempi.

3) È noto, infatti, che il movimento operaio e dei lavoratori del XX secolo si proponeva il controllo delle fabbriche attraverso strumenti come la statalizzazione e l’autogestione delle attività produttive. Erano spinte audaci, ma non si distinguevano sull’essenziale dal modo di produzione capitalistico; anzi, lo replicavano sotto altre forme.

La stessa statalizzazione delle fabbriche in Unione sovietica non ha mai significato “proprietà collettiva”; e, con il monopolio da parte dello Stato dei mezzi di produzione, non si è affatto modificata la condizione di espropriazione del lavoro che è tipica del capitalismo. Si sono semplicemente riprodotti gli stessi meccanismi di sfruttamento e di oppressione sotto forma di capitalismo di Stato.

L’altra presunta alternativa alla produzione capitalistica, che ci viene dal movimento operaio del Novecento, è stata l’autogestione, praticata sostanzialmente nella ex Jugoslavia. Pur presentando elementi di indubbio interesse, in quanto demandava la gestione dei mezzi di produzione direttamente ai comitati di base dei lavoratori, anch’essa non realizzava affatto la socializzazione del lavoro: principio cardine della modalità autogestionaria restava comunque la creazione del valore azienda per azienda. Nella ex Jugoslavia avveniva perciò che le diverse repubbliche federate, che già in partenza avevano gradi di sviluppo diversi, divenivano feroci concorrenti tra loro: esattamente come nella produzione capitalistica di Stato o privata. Con la sola differenza che il valore restava, nella sua forma giuridica (e però solo sul piano giuridico), immediata proprietà dei produttori.

Peraltro, sul piano delle ricadute sociali, tanto la statalizzazione sovietica quanto l’autogestione jugoslava generavano folte schiere di burocrati di partito e di tecnici ad alta professionalità, che ben presto prendevano il sopravvento sui soviet e sui consigli dei lavoratori nei luoghi di lavoro e nel Paese. In particolare, nell’autogestione prendeva corpo un ceto gestionale non solo separato dai “comitati di base”, ma del tutto scollegato dalle finalità collettive della produzione e del tutto estraneo alla dinamica bisogni–produzione-consumo. Così nella ex Jugoslavia l’insieme di produttori-mezzi di produzione-prodotto agiva in una circolazione generale delle merci come scambio di valore e non come soddisfazione dei bisogni sociali. Ed in aggiunta, questa circolazione avveniva nei termini dello scambio diseguale tra le diverse repubbliche ed etnie all’interno della stessa federazione. Per l’appunto, come un qualsiasi paese capitalistico dell’Occidente.

4) In definitiva, l’autogestione jugoslava e la statalizzazione in Unione sovietica non hanno mai superato il capitalismo. Più in generale, o la socializzazione investe tutto il lavoro, trasformandolo in soddisfazione diretta dei bisogni generali, o rimane una socializzazione solo formale dei singoli apparati produttivi rispetto ai propri immediati produttori, restando null’altro che capitalismo, seppure in una veste giuridica originale.

Un discorso a parte merita ciò che accadde in Cina durante la “rivoluzione culturale” degli anni 1966- 1969. In quel triennio in Cina si decentrarono le decisioni nazionali ai livelli locali e si investirono di autorità “i gruppi di gestione delle fabbriche”, composti sostanzialmente da operai e non da funzionari di partito. Si cercò inoltre di eliminare la divisione del lavoro e il ruolo preponderante della tecnocrazia nelle fabbriche, costringendo tecnici e quadri aziendali a periodi di lavoro manuale per limitarne il potere e portarli sul terreno della rivoluzione culturale. Nei luoghi di lavoro c’erano regolamenti che ponevano al centro l’identità umana e le masse rispetto alla tecnica, e si creò un circuito di circolazione economica impostato su bisogni-produzione-consumi.

La Cina del 1966 – 69 fu questo e molto altro. Fu un autentico laboratorio per una nuova organizzazione del lavoro del movimento operaio di segno marcatamente anticapitalista. Ma alla fine non si sfuggì all’abbraccio mortale dello sviluppo delle forze produttive in un paese arretrato come quello cinese. L’accerchiamento internazionale, i tecnocrati, i manager, i quadri di Stato e di partito vinsero sulle ragioni di liberazione del movimento operaio cinese. 

5) È possibile oggi correggere quel tipo di impostazione economica e sociale del movimento operaio del Novecento ed avviarsi, nella situazione attuale, verso il superamento del modo di produzione capitalistico?

Lo sviluppo che ha raggiunto il sistema capitalista _ con la sua struttura economica e sociale che stringe in un sol nodo uomini, macchine e rapporti sociali, e con una organizzazione produttiva molto diversa da quella del Novecento – ci induce a dire di si.

Anzitutto, lo sviluppo del capitalismo ha raggiunto livelli impensabili fino a qualche decennio fa, e molti saperi sono sussunti nelle nuove tecnologie. L’“individuo produttivo sociale” (che comprende, ad esempio, i 4 miliardi di persone che sono connessi alla rete) abbraccia l’intera società e la fa partecipe direttamente delle idee di innovazioni e delle nuove dinamiche di valorizzazione del capitale.

Inoltre, questa nuova situazione sta producendo un ridimensionamento dei quadri aziendali, della intellighentia separata, dei tecnici in genere e dell’aristocrazia operaia, che nel secolo scorso cooperavano attivamente col padronato e si ergevano a freno per le dinamiche di emancipazione sociale e di liberazione dal lavoro. Nelle attuali condizioni tecnologiche, il ruolo di queste figure produttive e sociali risulta assottigliato, e non pochi di loro vivono una condizione di precarizzazione e bassi salari. Si registrano anche continue istanze rivendicative nei confronti del padronato.

In sostanza, sempre di più le più moderne frontiere della scienza (dalla robotica alle discipline sociali) hanno preso come fonte d’ispirazione i sistemi cosiddetti “a sciame”: sistemi autorganizzati nei quali un’azione complessa – è il caso della produzione di merci e servizi – deriva da un’intelligenza collettiva e diffusa. Si tratta di quella che viene definita “intelligenza di sciame”; essa si caratterizza come proprietà di un sistema in cui il comportamento collettivo degli agenti che interagiscono localmente fa continuamente emergere schemi funzionali al sistema stesso. Siamo arrivati persino ai robot in grado di apprendere dall’ambiente che li circonda e generare comportamenti adattivi ed evolutivi.

Ma tutto questo tende a determinare una nuova struttura organizzativa negli stessi luoghi della produzione, nel senso che la catena di comando diventa diffusa e flessibile e non più piramidale e rigida. In altre parole, si riduce il ruolo delle figure dirigenziali aziendali. E questo torna particolarmente utile se ci si incammina nell’autogestione delle aziende.

6) Le innovazioni tecnologiche, gestite dal capitale, servono solo a valorizzarlo. Ma forse potrebbero cambiare di segno, se venissero usate “qui ed ora” dal movimento operaio e dai lavoratori in generale, e se, soprattutto, si legassero ad un progetto politico al passo col XXI secolo, con una idea di economia e di società che non sia la stessa del capitalismo, e con al centro una nuova autogestione delle aziende, a partire da quelle con difficoltà di mercato. In sostanza, potrebbero dare una soluzione ai tanti problemi delle vertenze di lavoro, spesso carenti proprio sul piano della proposta d’insieme a proposito del nesso tra lavoro e produzione.

Tutti vediamo che oggi, di fronte alle difficoltà di mercato o alle dismissione di attività produttive da parte del capitale privato e pubblico (esemplare il caso dei trasporti), il movimento operaio e dei lavoratori si trova a contrattare suo malgrado, e nel migliore dei casi, sull’entità delle rinunce ai diritti acquisiti, sulle decurtazioni salariali, su condizioni peggiori di vita e di lavoro o anche su ammortizzatori sociali limitati nel tempo e del tutto insufficienti a soddisfare i bisogni essenziali.

Si tratta quasi sempre di un conflitto sociale difensivo, senza sbocchi e perdente. Da questa difficile situazione, il movimento operaio non sa, al momento, come uscire. L’autogestione delle aziende, fatta con determinate caratteristiche, potrebbe forse costituire una risposta positiva.

Di sicuro, le risorse materiali per avviare una pratica diffusa di autogestioni ci sono. Occorrerebbe ovviamente aprire un ampio conflitto sociale, in Italia e in Europa, per dare anche questa finalità specifica ai fondi che, a piene mani nell’attuale pandemia, vengono elargiti alle imprese private. E ci sono anche i “valori civici” per implementare una nuova autogestione delle aziende che non sia la stessa del Novecento. Si potrebbe partire, ad esempio, allargando la reticolarità sociale – che già oggi si esprime col mutualismo, la solidarietà e la logica no-profit – alle aziende che, in quanto autogestite, si muovano sulla dinamica bisogni-produzione-consumi e non sulla dinamica della valorizzazione dell’investimento. 

7) Sappiamo bene che la nuova autogestione delle aziende “qui ed ora”, per essere realizzata, dovrà passare per un duro conflitto sociale sia sul piano locale che sul piano generale; e che occorrerà creare un movimento ampio, che metta in campo nuove dinamiche e nuove proposte, capaci di rispondere alla crisi di prospettiva in cui versa il movimento operaio e dei lavoratori. Ma questo orizzonte e questi valori potrebbero essere già oggi praticabili, in quanto costituiscono una razionale via d’uscita agli sconvolgimenti che il combinato disposto di innovazione tecnologica e pandemia sta sferrando al vecchio ordine economico.

Del resto, già oggi non sono poche le aziende autogestite in Italia e nel mondo, benché con fini e valori diversi da quelli qui prospettati. Nel nostro Paese ad es., in virtù della legge Marcora, ci sono un centinaio di aziende piccole e medie autogestite, con lo Stato che partecipa con una quota di minoranza alla finanziarizzazione e alla formazione di cooperative composte dai lavoratori che non hanno alzato le mani di fronte alla crisi della loro azienda, ma ne hanno rilevato l’attività e mantenuto i livelli occupazionali, seppure con la presentazione di piani di produzione nella logica del mercato capitalistico.

Il conflitto da innescare, per il movimento operaio e dei lavoratori, è dunque di chiedere l’autogestione in presenza delle crisi aziendali; e, contemporaneamente, di andare oltre la logica angusta del mercato, dando una prospettiva a quanti vogliano invertire la rotta del declino e dell’abbandono e praticare altri valori che non siano quelli del profitto e della valorizzazione del capitale.

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