La coazione a ripetere. Note sulla crisi di governo

1) La notte dei generali è un bel film di Anatole Litvak, tratto dall’omonimo romanzo di Hans Kirst. Racconta di un maggiore della polizia militare tedesca che nel marasma della Seconda guerra mondiale indaga sull’uccisione di alcune prostitute tra Varsavia e Parigi. La sua indagine lo porta a sospettare di tre generali tedeschi (e uno effettivamente è colpevole). Egli cammina tra le rovine della guerra, ma l’unica cosa che lo interessa è raccogliere le prove per fare giustizia. Non dirò come va a finire. È un bel film e, se vi capita, vedetelo, o anche rivedetelo.

In prima battuta, il protagonista, uno splendido Omar Sharif, acquista agli occhi dello spettatore i contorni dell’eroe solitario: è votato a una missione sostanzialmente impossibile, e suscita ammirazione per la moralità intrinseca del suo agire. Guardando tuttavia le cose fuori dall’alone del racconto filmico, non si sfugge a un’impressione di spaesamento. Il maggiore agisce nel contesto della guerra – e quale guerra! – con la logica normale di un corretto funzionario di polizia che persegue gli assassini e vuole dare giustizia alle vittime. È moralmente da ammirare, ma intellettualmente da condannare.

Quel maggiore è affetto da una visibile “coazione a ripetere”: nel senso che ripete decisioni e atti tipici della sua identità ‘di prima della guerra’ anche nel contesto nuovo della guerra, che evidentemente non considera alla stregua di un fatto epocale che sta cambiando l’ordine delle cose. Non c’è alcuna ragione, ai suoi occhi, per modificare il punto di vista. Così, nella resa finale dei conti tra lui e l’efferato generale assassino, sarà paradossalmente quest’ultimo a mostrare maggiore cognizione della realtà.

2) La coazione a ripetere non è una malattia, ma produce conseguenze spesso più gravi di un malanno. Nella vicenda della crisi di governo in Italia, appena cominciata e tuttora in corso, la coazione a ripetere è attiva da tutti i lati: nell’agire dei protagonisti e nei commenti di TV e giornali che spiegano il loro agire. Ma in verità, la coazione a ripetere mi sembra corposamente attiva anche tra coloro che si contrappongono, da sinistra, tanto a Matteo Renzi, e alle sue manovre spregiudicate, quanto a Giuseppe Conte, e alla sua difesa di una gestione della pandemia e della crisi sociale più piena di improvvisazione e insuccessi di quanto la narrazione ufficiale non dica.

È evidente a tutti che soprattutto i protagonisti si muovono come fossero in tempi più o meno normali, con le liturgie e le alchimie del passato. Italia Viva apre una crisi tutta “di palazzo”, e tutta dentro il palazzo, e gli altri partiti della maggioranza resistono e cercano i voti in Parlamento, confidando sulla paura che hanno gli attuali 945 parlamentari di ritrovarsi a competere, in caso di nuove elezioni anticipate, per soli 600 posti. Siamo alla “politica politicante” da entrambi i lati, al modo di fare che tanto ha contribuito al distacco delle persone normali dalle istituzioni e dal livello complessivo della politica.

Ma c’è coazione a ripetere ugualmente nei commenti. I giornali e le TV ne parlano come di un semplice scontro tra persone, e dicono cose scontate con parole scontate: “crisi al buio”, “irresponsabilità/responsabilità”, “il bene del Paese”…

Va osservato che questa tenace coazione a ripetere la si ritrova facilmente anche nelle file della variegata sinistra di alternativa, che si lancia sugli scenari del peggio e del meno peggio che potrebbero succedere, o ricava dagli avvenimenti semplicemente la conferma, più o meno, di tutto ciò che ha sostenuto non solo nel 2020, ma anche nel 2019, nel 2018, nel 2017 e via dicendo. Persino chi ne parla con intelligenza, per esempio Fausto Bertinotti, non vi trova niente di più che la conferma della crisi (o della morte) della politica e della crisi (o della morte) della democrazia.

In sostanza, nessuno – né protagonisti, né commentatori, né oppositori di sinistra – provano a leggere questa crisi sul piano storico e non sul piano politico. Questo è il punto.

Il maggiore Grau del film sbagliava perché si muoveva esattamente con le coordinate dei giorni normali dentro contesti che non avevano nulla, assolutamente nulla, di normale. La sua inchiesta, ancorché moralmente e giuridicamente fondata, rimaneva del tutto fuori luogo e fuori tempo.

3) Insomma, questa crisi di governo, io tenderei a leggerla dentro il quadro storico più complessivo, poiché non siamo dentro un semplice passaggio di fase politica, ma in una drammatica transizione d’epoca. Anzi, a me pare che ci stiamo avviando proprio ad un nuovo stadio della modernità, con trasformazioni gigantesche sul piano degli assetti sociali, delle istituzioni politiche e delle identità culturali.

Si pensi alla crisi verticale della globalizzazione neoliberista, già cominciata negli scorsi anni con l’assetto multipolare, e non più unipolare, del mondo, ed ora resasi evidente col blocco conclamato del suo stesso postulato fondativo: quella “libera circolazione” di cose, persone e denari, che ancora valeva nel 2017, nel 2018 o nel 2019, e che non vale più in questo 2021. Dipende, ovviamente, dalla pandemia (benché dalle nostre parti incida anche l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, e sul piano generale incidano l’infittirsi delle barriere geo-politiche e le sanzioni e le controsanzioni economiche, così cresciute negli ultimi tempi); ma questa pandemia non è arrivata – lo stiamo capendo faticosamente tutti – come una mera parentesi.

Probabilmente i vaccini ci aiuteranno a sopire il Covid19; e però non possiamo far finta di non sapere che le zoonosi, al pari dei cambiamenti climatici, si annidano nella devastazione degli ecosistemi. Se non avvieremo un’autentica rivoluzione nel nostro modo di produrre e consumare, se non daremo modo alla natura di tornare a respirare, non potremo mai dirci al sicuro da simili minacce.

Ma la transizione storica è ormai evidente anche sul piano degli assetti politici, con le dinamiche di “democratura” (democrazia formale e dittatura sostanziale) che caratterizzano le istituzioni della stragrande maggioranza degli Stati, e con lacerazioni e conflitti di ogni tipo che insanguinano il mondo. Pensavamo che avremmo avuto, se non uno sviluppo continuo, pacifico e equilibrato del mondo (che forse era chiedere troppo), quantomeno il ‘normale disordine’ cui ci avevano abituati gli ultimi decenni del XX secolo. Sono tornate, invece, pressoché ovunque, le pulsioni identitarie e scioviniste, le persecuzioni razziali, persino gli odi religiosi.

4) Cambiano le coordinate della economia e della politica, ma il cambiamento più profondo a me pare stia avvenendo direttamente sul piano delle relazioni umane. Mi riferisco alla crisi dell’immediatismo e del presentismo che hanno caratterizzato l’ultima fase della modernità.

Il vivere concentrato sull’oggi e la risposta immediata ad ogni difficoltà ci hanno abituati, assieme al ricorso feticistico alla scienza e alla tecnologia, ad un protagonismo stracarico di “onnipotenza”. Parole come ‘fatalità’ e ‘disgrazia’ sono state espunte dal nostro vocabolario, mentre altre, come ‘responsabile’ e ‘colpevole’, tendono a coprire tutti gli accadimenti possibili.

Poi, con la pandemia, noi tutti siamo stati messi di fronte alla nostra condizione di “fragile canna” e cominciamo a non essere più così sicuri della onnipotenza del pensiero.

Il principale effetto di questa improvvisa, inaspettata ‘perdita della sicurezza’ è l’elemento della fluidità. Siamo entrati in una transizione storica non breve, che ha caratteri fluidi tanto nelle dinamiche sociali quanto nei comportamenti individuali.

La fluidità del ventre della società è facile leggerla: si esprime nella babele delle voci che straripano sui social e nel carattere sempre più effimero delle convinzioni. Ma non è che le classi dirigenti, considerate nel loro insieme, stiano meglio di noi. Nessuno ha più la forza di indicare una via collettiva, e di fatto nessuno controlla più niente.

Il controllo c’è ovviamente; ma è una sorta di “controllo automatico”: è la forza di inerzia del gigantesco sistema di relazioni complessive che ci comprende, e dentro il quale noi tutti agiamo anche quando, individualmente presi, riteniamo di muoverci in autonomia.

In questo quadro ci sono vicende di grande importanza, come la drammatica transizione presidenziale negli Stati Uniti, e ci sono vicende di piccola importanza, come questa crisi di governo in Italia; che dimostra soprattutto la incapacità/impossibilità dell’insieme delle classi dirigenti di continuare a dirigere. Aggrovigliarsi su chi sia più inadeguato, se Renzi o Conte (o Zingaretti, Berlusconi, di Maio, Draghi, Salvini, Meloni), ha davvero poco senso.

L’insieme delle classi dirigenti hanno difficoltà addirittura a tener ferme le tradizionali contrapposizioni sui programmi e sulle ispirazioni ideali di ciascun segmento. Figurarsi se possono dare a se stesse, e a noi, una reale indicazione di cammino nella transizione storica! Al massimo possono parlare di transizione politica…

Ma, l’ho già detto, le vere questioni che abbiamo davanti sono proprio quelle di spessore storico. Riguardano il rapporto degli esseri umani con la natura, il rapporto tra la condizione umana e le cose che produciamo e consumiamo, il rapporto tra i diversi popoli del mondo. Riguardano soprattutto il rapporto di ciascuno di noi con la storia complicata e disarticolata che abbiamo alle spalle, e con i valori che la modernità ha costruito nel tempo.

Non sono cose che si sciolgono stabilendo chi debba risiedere a Palazzo Chigi.

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