Così i comunisti spiegarono la scissione di Livorno

Pubblichiamo i passi salienti del “Manifesto ai lavoratori d’Italia” pubblicato il 30 gennaio 1921, nove giorni dopo la scissione di Livorno, dal Partito comunista d’Italia sul suo nuovo organo di stampa, “Il Comunista”.

Proletari italiani!

Nessuno di voi ignora che il Partito socialista italiano, nel suo congresso nazionale tenuto a Livorno, si è diviso in due partiti.

I rappresentanti di quasi sessantamila dei suoi membri sui centosettantamila che hanno partecipato al congresso, si sono allontanati e in un I congresso hanno costituito il nuovo partito: il nostro Partito comunista. I rimasti nel vecchio partito hanno conservato il nome di Partito socialista italiano.

Ciò voi avrete appreso, proletari tutti d’Italia, dalla nuda cronaca di questi ultimi giorni; ma tale nuova, che non appare ben chiara nelle ragioni che ne furono la causa a molti di voi, mentre essa tanto da vicino riguarda i vostri interessi ed il vostro avvenire, vi sarà presentata e commentata dagli interessati sotto una luce artificiosa e sfavorevole.

È perciò che il I congresso del nuovo partito ha sentito, come suo primo dovere, la necessità di rivolgersi a voi; e con questo manifesto vuole rendervi ragione del sorgere del nuovo partito, perché vi stringiate intorno ad esso, accogliendolo come il sole e vero strumento delle vostre rivendicazioni, come il vostro partito.

Attraverso vicende che non è qui il caso di rammentare, ben presto si delineò una minaccia per la nuova Internazionale: l’invasione delle sue file da parte di elementi equivoci, usciti dalla seconda Internazionale, ma non completamente aderenti alle direttive comuniste.

Per ovviare a tale pericolo si riuniva Mosca, nel luglio 1920, il II congresso mondiale, il quale stabilì che ogni partito desideroso di entrare nell’Internazionale comunista dovesse, per essere accettato, dimostrare che la sua composizione e la sua attività corrispondevano al programma e al metodo comunisti.

A tale scopo il congresso stabilì una serie di condizioni di ammissione, nelle quali sono contenuti i criteri a cui partiti che entrano nell’Internazionale devono corrispondere.

Queste condizioni si applicano a tutti i partiti senza eccezione. Poiché, mentre la Seconda Internazionale lasciava arbitro ogni partito aderente di seguire la tattica che meglio credeva – e fu questa autonomia la causa principale della sua rovina – la III Internazionale è invece fondata sulla comunanza ai partiti di tutti i paesi delle fondamentali norme di organizzazione e di azione; le quali appunto figurano nelle ventuno condizioni di ammissione.

Ciò non vuol dire che la III Internazionale ignori che in ciascun paese l’azione rivoluzionaria può presentare problemi speciali. Ma mentre nelle 21 condizioni è fissato il contegno dei partiti di fronte ai problemi più importanti che si presentano in tutti paesi, il secondo congresso stabiliva anche le tesi sui compiti principali dell’Internazionale, di cui la terza tratta delle modificazioni della linea di condotta e parzialmente della composizione sociale dei partiti che aderiscono o vogliono aderire all’Internazionale.

In queste tesi si parla di ciascun paese partitamente ed anche dell’Italia, che presentava questo speciale problema: la esistenza di un partito, che pur essendo stato contrario alla guerra ed avendo aderito a grande maggioranza alla III Internazionale, dimostrava tuttavia coi fatti un’evidente incapacità rivoluzionaria.

Il Partito socialista italiano accettò nel suo congresso di Bologna il programma comunista, aderì alla III Internazionale. Si era nell’agitatissima situazione del dopoguerra, che dura tutt’ora, e si parlò molto di rivoluzione nei comizi, mentre in realtà il partito non aveva mutato dopo la guerra, ne mutò col congresso di Bologna, i caratteri tradizionali dell’opera sua, che seguitò a basarsi nel campo politico sulla pura azione ispirata da finalità elettorali. Né attraverso la guerra, né per effetto del congresso di Bologna fu cambiato quello stato di cose, per cui l’azione politica ed economica del partito era affidata alla destra riformista; e le conseguenze poterono essere constatate così nell’andamento della campagna elettorale politica e di quella amministrativa, come nella piega che presero tutte le grandi agitazioni che scoppiavano in seno al proletariato italiano. Il partito, benché diretto da massimalisti, non fece nulla per togliere il monopolio della Confederazione del Lavoro ai D’Aragona, Baldesi, Buozzi, Colombino, Bianchi, eccetera, la cui opera spesso si presentò come un indirizzo politico apertamente opposto a quello del partito, e praticamente si svolse attraverso continui compromessi con la borghesia, culminando nella famosa derisoria concessione giolittiana del controllo operaio.

Il Partito socialista italiano in conclusione rimase sostanzialmente quello che era prima della guerra, ossia un partito un po’ migliore di altri partiti della II Internazionale, ma non divenne un partito comunista capace di opera rivoluzionaria secondo le direttive dell’Internazionale comunista

Per evitare tutto ciò non vi sarebbe stato che un solo mezzo: eliminare dal partito i riformisti, basandosi sulla loro avversione di principio al programma comunista, per poterli scacciare dalle loro posizioni squalificandoli innanzi a tutto il proletariato italiano come avversari della rivoluzione e della III Internazionale, come equivalenti dei menscevichi russi e di altri controrivoluzionari esteri.

In questo modo la situazione italiana e l’andamento della lotta di classe tra noi vengono a confermare quelle esperienze internazionali, su cui si basano i comunisti per liberare il proletariato dai suoi falsi amici socialdemocratici.

Tutto ciò in Italia fu sostenuto dagli elementi di sinistra del partito, che andarono sempre meglio organizzandosi sul terreno del pensiero e del metodo comunisti, ed intrapresero la lotta contro il pericoloso andazzo preso dal partito.

Lo stesso giudizio intorno alla situazione italiana fu espresso dal congresso di Mosca e sancito nelle sue deliberazioni, richiedendosi in esse che il partito italiano si liberasse dai riformisti, e divenisse come nel programma così nella tattica, nell’azione e nel nome un vero partito comunista. Intanto i riformisti italiani, sempre più imbaldanziti dagli insuccessi del massimalismo che aveva apparentemente trionfato a Bologna, si erano organizzati in frazione “di concentrazione socialista” col loro convegno di Reggio Emilia dell’ottobre 1920.

Tutti i comunisti italiani che, al di sopra di singoli apprezzamenti tattici, accettavano la disciplina internazionale alle deliberazioni di Mosca, si costituirono in frazione, e nel convegno di Imola del 28, 29 novembre 1920 deciso di proporre al congresso del partito una mozione, che oltre al comprendere l’applicazione di tutte le altre decisioni del congresso di Mosca, stabiliva che il partito si chiamasse comunista e che tutta la frazione di “concentrazione” dovesse esserne esclusa.

L’organo supremo dell’Internazionale comunista, ossia il comitato esecutivo di Mosca, approvò ed appoggiò tale proposta.

Intanto nelle file del partito, da parte di coloro che tanto facilmente si erano proclamati massimalisti e avevano inneggiato a Mosca quando si trattava di andare ai trionfi elettorali, si organizzò una corrente unitaria, venendo così a costituire una frazione di centro che si opponeva alla divisione tra comunisti e riformisti.

I capi di questa tendenza si dicevano comunisti, ma oggi che essi hanno dimostrato coi fatti di tenere più ai riformisti e ai controrivoluzionari, come Turati e D’Aragona, che ai comunisti e alla III Internazionale, riesce evidente che essi costituiscono la peggior specie di opportunisti. Infatti costoro nel recente congresso di Livorno, capitanati da G. M. Serrati, hanno respinto le precise disposizioni del congresso mondiale dell’Internazionale comunista, trascinando la maggioranza del congresso a decidere che i riformisti restassero nel partito, tutti senz’alcuna eccezione.

Tale atto inqualificabile – voluto da pochi capi che hanno saputo speculare sull’inesperienza dei gregari – ha preparato questa logica conseguenza: l’espulsione del Partito socialista italiano dall’Internazionale comunista.

Dinanzi a tale situazione la frazione comunista ha senz’altro abbandonato il congresso ed il partito, e ha deciso di costituirsi in Partito comunista d’Italia – Sezione dell’Internazionale comunista.

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