American nightmare

Ci sono innumerevoli piani di lettura e di analisi sull’assalto al Congresso americano: e non v’è dubbio che ogni singola angolatura di approfondimento sarà utile e preziosa per ricostruire e capire cause, effetti e portata dei fatti. Lo faremo anche noi, sulle pagine di LEF che verranno, con la consapevolezza delle nostre parzialità.

Ci sarà tempo per verificare come e perché sia stata schierata solo l’esigua (e, in buona parte, simpatizzante) Capitol Police sulla scalinata bianca del Campidoglio, mentre la Guardia Nazionale (che dipende dal Pentagono e, quindi, dal Governo) è stata chiamata solo in un secondo momento, dal vicepresidente Mike Pence, per lo sgombero, condotto peraltro con notevole freddezza: non solo e non tanto perché anche la Guardia Nazionale certamente ama le truppe trumpiste con intensità pari all’odio che riserva al movimento “Black Lives Matter”, quanto, soprattutto, per evitare che lo sgombero potesse trasformarsi in uno scontro a fuoco massivo, con conseguenze inimmaginabili.

Ci sarà anche tempo per elaborare la fine d’un modello di democrazia spacciato per universale, oggi associato al marchio infamante di “repubblica delle banane” finanche da George W Bush, uno di quelli che si è direttamente prodigato per “esportarlo” nel mondo a suon di invasioni, bombardamenti, stermini e torture in tempi ancor recenti, tanto da meritarsi la sarcastica disponibilità “all’invio di truppe” per ripristinare la democrazia in USA da parte di chi ha conosciuto, fuor di metafora, la forza letale dell’Impero.

E, infine, ci sarà tempo per indagare cosa diventerà il GOP, il Great Old Party dei repubblicani, specialmente se dovesse nascere un partito “trumpista” (anche al di là di o – persino – senza Trump), e se un simile esito lascerà immobile il campo avverso.

Il cuore d’oggi è, però, ben altro: un pezzo dell’America profonda – bianca e razzista, povera e complottista, sovranista e sciovinista, antisistema e antistatalista – assalta i simboli delle istituzioni rappresentative, incitata dall’apprendista stregone di turno, in nome e in forza dell’odio viscerale verso tutto ciò che – a torto e/o a ragione, poco importa – è ritenuto causa della propria esclusione, marginalità e impoverimento.

Un sondaggio a caldo ha rivelato la condivisione e l’appoggio all’assalto del 6 gennaio da parte di circa la metà dell’elettorato che ha votato repubblicano lo scorso 4 novembre. Come osservammo in un precedente articolo, la radicalizzazione è in atto, molto veloce, vasta e intensa. Basti pensare che la metà dei voti trumpiani corrisponde a qualcosa come 37 milioni di suffragi: come dire che circa un quarto dei votanti americani ostenta più d’una simpatia verso una “narrazione” – ossia verso un’impostazione sociale, politica e culturale – di stampo dichiaratamente razzista, fondamentalista, suprematista e nazistoide. Ed è compatta, mobilitata, organizzata. E, per di più, è rappresentata ai massimi livelli, data la stupefacente novità per cui l’incitamento all’assalto antisistema proviene esattamente dal vertice istituzionale dell’Esecutivo e dello Stato. 

Non conosciamo l’esatta composizione di questo blocco sociale, ma non si è lontani dall’essenziale se si sommano due componenti decisive; quella del ceto medio bianco impoverito dalla globalizzazione, che ha spostato altrove anche professioni di prima fascia, un tempo altamente remunerative; e quella che sconfina nel proletariato e nel sottoproletariato, affondata dalle delocalizzazioni industriali e agricole, con un alto grado di concentrazione nell’America profonda e rurale, molto lontana dalle coste atlantica e pacifica, e tuttavia molto collegata da quei social che la rappresentano in una sorta di sistema di comunicazione a sé stante. “I perdenti della globalizzazione”, come acutamente sono stati definiti nelle analisi sociologiche e politologiche.

Si sono sprecati i paragoni storici, ma chi ha evocato per il sovranismo mondiale il parallelo con ciò che la caduta del Muro rappresentò per i “socialismi reali” ha sbagliato citazione. Specie se si immagina che questa inedita sortita dell’Epifania possa segnarne l’inabissamento. È esattamente il contrario: questa destra sociale così estrema e compatta si è sentita tanto forte da osare l’inimmaginabile ed esibirà la presa di Capitol Hill come lo scalpo/trofeo della stagione antisistema che è cominciata qualche decennio fa, già con Ronald Reagan e Margaret Thatcher, i quali inaugurarono la stagione del neoliberismo, e le diedero lunga vita proprio attraverso il collegamento pratico e teorico con un neoindividualismo radicalmente ostile a tutto ciò che avesse una matrice pubblica o sociale. Non a caso, mentre il profitto veniva ritenuto ammissibile e giustificato, in quanto comunque frutto dell’abilità individuale, ogni cosa “toccata” dal pubblico diventava oggetto di ripulsa e ostilità. Come dimenticare la sfida – vinta – della Thatcher alle Unions dei minatori e di Scargill o il licenziamento in tronco, su ordine di Reagan, di diecimila controllori di volo in sciopero? Quelle radici hanno purtroppo fruttificato, e se oggi il neoliberismo non appare più in condizione di dettare legge com’è stato per il secondo quarantennio postbellico, tuttavia il nuovo scontro che si annuncia è quello per definire violentemente a chi dovrà andare la quota di ricchezza residuale rispetto alla “intoccabile” appropriazione del profitto. Per i suprematisti: non ai neri, non agli immigrati, non agli stranieri, non al pubblico.

L’universo trumpiano è variegato, e non si fa mancare nulla, dai suprematisti nazistoidi “Proud Boys” alle milizie armate dei Patriot Prayers e dei Boogaloo Boys, che ritengono già in atto la seconda guerra civile americana di stampo razziale, fino alla setta cospirazionista “QAnon” che nega l’esistenza della pandemia/Covid, ritenuta nientedimeno che una segreta strategia ordita da un gruppo di ebrei e pedofili costituenti il “Deep State”. E queste organizzazioni vengono finanziate con meccanismi e canali in grado di movimentare fiumi di danaro nell’ordine dei miliardi di dollari. Dunque, mettendo meglio a fuoco, invece del parallelo con la caduta del Muro appare forse più calzante il paragone dell’assalto dell’Epifania col pusch di Monaco del 1923 (con un inquietante richiamo agli Anni Venti nei due secoli contigui, ben poco augurale a sinistra). È la destra radicalizzata a guidare lo schieramento conservatore, mentre la componente più istituzionale è al traino o comunque senza un respiro di fase, al di là di qualche piccolo spazio di manovra essenzialmente tattico.

La sinistra americana appare tuttavia in condizioni di reagire: sia perché ha contribuito alla sconfitta di Trump sia perché l’esito del voto in Georgia le consente di essere decisiva nel Senato, oltreché nella Camera dei Rappresentanti, stringendo un presidente centrista come Biden a fare i conti con le sue istanze. La partita che si apre è nuova e di portata storica, a patto di comprendere che per affrontare un blocco sociale radicalizzato a destra e compattato da una guida ideologicamente omogenea, provvista di risorse enormi e corrispondente grosso modo alla metà del Paese, ci vuole un blocco altrettanto coeso, in cui il moderatismo della nuova presidenza seppellisca l’idea di appoggiarsi ai repubblicani “ragionevoli” per stoppare la “squad” delle deputate progressiste e la spinta della sinistra sociale.

Del resto, la sinistra sociale USA non è poca cosa: ha innervato le mobilitazioni BLM e alimenta, allo stesso tempo, le venature socialisteggianti che oggi hanno conquistato cittadinanza nel partito democratico; e nella società si spingono a costruire obiettivi praticabili e unificanti di difesa dei lavoratori, dei giovani, degli immigrati e del vastissimo precariato urbano. Nel sito del DSUSA (www.dsausa.org) è comparso in data 7/1/21 il primo comunicato sui fatti di Washington (Fight the Right, Fight for Democracy/Luchemos contra la Derecha, Luchemos por la Democracia), che prova a coniugare la lotta contro la destra e per la democrazia a quello che si presenta come un vero e proprio “programma minimo” nella fase emergenziale della pandemia. È un approccio sensato e lungimirante, che non si limita alla denuncia del capitalismo ma intende tracciare una direzione di marcia concreta, in grado di favorire le lotte, la mobilitazione e l’organizzazione del moderno proletariato multietnico.   

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