Di vaccini, libertà e rivoluzione

Caro amico,

come ormai sai bene, in vecchiaia sono diventato un inguaribile ottimista.

Onestamente non approvo il tifo “vax vs no vax”: ma la questione, in generale, non mi appassiona.

Non credo, comunque, che eventuali imposizioni a categorie di persone che, per l’attività che svolgono, possono costituire stazioni di diffusione dei virus, siano un attentato alla libertà.

Penso, invece, che questa dei vaccini gratuiti per tutti sia una tappa di quella torsione antiliberista che stiamo vivendo a livello planetario.

Certo, come tutti i processi storici non c’è niente di lineare, né di certo, né di predefinito. Né tantomeno si tratta di una “necessità” della storia. Si va avanti sulla base dei rapporti di forza. E la direzione che, tra mille ambiguità, finora ha preso questo inedito processo potrebbe essere ribaltata verso altri orizzonti, casomai cupi e spaventosi.

Ma finora i liberisti e i puristi del capitalismo stanno avendo la peggio.

E preciso: questo non vuol dire che le bandiere rosse siano tornate in campo, né che son tutte rose e fiori, o che non ci siano settori che da questa crisi escano più ricchi e potenti.

Solo che il sistema, nel suo complesso, ha subito un colpo formidabile perché la sua capacità di crescita “sopra l’umano” (sopra il popolo, epi-demi-ca, mo’ ci vuole) ha incontrato un limite efficace, evidente, e non “oggettivo”, bensì soggettivo, sorto, cioè, dalla resistenza attiva per la vita di milioni di persone. Non per il virus, si badi bene, ma per la resistenza fisica degli individui interconnessi.

Una scelta, insomma, e, quasi, un incidente. Ancora: non la fatalistica e consolatoria contraddizione tra rapporti di produzione e forza produttive che lavorerebbe “deterministicamente” per il sol dell’avvenire, ma l’incerto andamento di un braccio di ferro tra la corporeità e la difesa dal dolore e la volontà di potenza di una macchina aliena e indifferente.

Non è un mistero, ormai, che all’inizio della diffusione del virus (1) i liberisti ed i puristi del capitale abbiano provato prima a nascondere i fatti e poi a proporre la ricetta del lasseiz faire: ma la potenza della cooperazione sociale insita proprio nel sistema del capitale al suo attuale grado di sviluppo ha impedito loro di continuare.

Non sono state tanto le dimensioni dell’epidemia a convincere i rappresentanti della macchina aliena del capitale che questa volta non si poteva spingere l’acceleratore: ma la potenza dell’interconnessione che, come il popolo in tumulto delle rivoluzioni, ha imposto i lockdown e le chiusure.

Poi: che il “popolo” non sia composto di santi, martiri e rivoluzionari lo sappiamo bene e sappiamo anche singole frazioni di capitale possano essersi avvantaggiate rispetto ad altre speculando sulla disgrazia.

Ma se solo si pensa alla quotazione negativa del petrolio, che è arrivato a costare ad aprile 2020 meno 40 dollari al barile (cioè se ti prendevi un barile di petrolio ti regalavano 40 dollari) o anche alla scelta di inondare di soldi stampati a manetta i mercati di tutto il mondo, scelta fatta peraltro da quelle cricche finanziarie che fino a pochi mesi fa inorridivano solo a sentir parlare di intervento pubblico nell’economia, si capisce facilmente a che punto è arrivato l’impazzimento del sistema.

Certo, proveranno a gestire questo casino. Ma il problema è che a questa epidemia ne seguiranno altre e soprattutto che all’orizzonte c’è la crisi generale costituita dal riscaldamento della biosfera che rende improbabili investimenti ed estrazione di profitti, mentre proprio lo sviluppo, necessario per il capitale, della interconnessione degli individui produttivi, nella pretesa di sfruttarne non solo il lavoro ma anche la vita, rende le persone sociali e potenti, molto più delle masse tumultuose delle rivoluzione del’800 e del primo ‘900.

Credo valga la pena sottolinearti, visto il tuo atteggiamento giustamente critico nei confronti di qualsiasi filosofia della storia, che non è assolutamente mia intenzione proporre una riedizione del determinismo in salsa ecologista: la crisi della biosfera costituisce un problema serio per il rapporto sociale di capitale e per la sua ulteriore estensione, ma da quando esiste questa macchina aliena e alienante, essa affronta sempre limiti apparentemente insuperabili i quali, come le colonne d’Ercole, vengono puntualmente superati e spostati sempre più avanti.

Sono, infatti, convinto che la direzione del cammino dipenderà esclusivamente dai rapporti di forza. E dico di più: andare nel senso opposto alla crescita dell’alienazione dell’umano e del vivente e smantellare la macchina del capitale non tanto e non solo nell’economia, ma nel profondo dell’animo umano, sarà molto più difficile che continuare la strada vecchia del potenziamento dell’alienazione dell’umano e delle specie viventi nella condizione universale della merce.

Tornando ai vaccini: per me non si tratta di fede nella scienza, che peraltro già dal secolo scorso sta perdendo ogni certezza (con la relatività e la fisica quantistica, ed il loro incontro), ma della necessità del “co-immunismo” necessario per fronteggiare l’attacco micidiale delle ondate pandemiche e la crisi della biosfera: una pratica sociale comunista che denunci con parole nuove l’incompatibilità del capitalismo con la convivenza umana. E la supremazia dei beni comuni e del rispetto delle specie viventi.

Non è qualcosa che dovrà venire ma qualcosa che sta avvenendo: per quanto contraddittori e segnati dai tentativi securitari, i provvedimenti assunti ed il ruolo sempre più incidente degli organismi internazionali disegnano un quadro di “più stato e meno mercato”: e per stato non si intende lo Stato-nazione, utile solo in quanto articolazione “vicina”, ma lo stato-pianeta che si affaccia.

Non perché ci sia stata una tempesta rivoluzionaria, ma perché appare necessaria, volenti o nolenti, una “comunità di destino” che non può lasciare nessuno fuori, pena il ridestarsi dell’incubo: si illudono per esempio di non vaccinare l’Africa per risparmiare. Ma dovranno farlo per forza, se non vogliono ritrovarsi a fronteggiare uno tsunami sociale determinato dalla velocità delle pandemie 2.0.

Naturalmente, lo so anch’io, dal basso del mio ottimismo, che camminiamo sulla lama del rasoio. Le tendenze securitarie sono la foglia di fico della tentazione per una parte dei gruppi dirigenti di utilizzare l’epidemia per un incarognimento autoritario. E in tutto questo casino potrebbe anche risorgere l’idea della necessità di un “genocidio sanitario” che purifichi e fortifichi la razza.

Ma la vedo dura per le tendenze reazionarie (sono ottimista, te l’ho detto in premessa).

L’autoritarismo fa fatica a imporsi. Anzi: proprio quella connessione profonda e globale oggi ha di fatto capovolto il paradigma della sorveglianza e del controllo di Foucault. Per la prima volta sono i gruppi dirigenti e proprietari ad essere puniti e la moltitudine sempre più potente perché sempre più interconnessa, a punirli.

E anche il fascino della guerra per la razza ha il fiato corto, con diverse generazioni, ormai, che vivono come assolutamente normali le differenze e l’azzeramento delle distanze del dialogo e della conoscenza.

E questo, ripeto, non perché questa nuova forma di “massa popolare mondiale”, ovvero la moltitudine degli individui interconnessi, sia sinonimo di coscienza per se e dunque di volontà di cambiamento e di giustizia. E’ tuttora un “in se”, che però nel suo stesso divenire potente, per la sua crescente interconnessione (produttiva in primo luogo proprio per il capitale), può incrociare il suo “per se”. Naturalmente può anche non incrociare un bel niente o diventare un incubo da reality o, peggio, da truppa. Ma su questo, e lo so, mi ripeto, in me vince un ottimismo laico e divertito.

E si, caro amico, divertito. Perché le pandemie sono il risultato della violenza di questo sistema produttivo nei confronti della biosfera, persone comprese.  E per fermare la malattia è stato necessario fermare le macchine. Questi mesi così drammatici sono stati anche il grandioso crepuscolo di quella egemonica narrazione della “fine della storia” che i fautori del “capitalismo  destino ultimo dell’umanità” hanno preteso di propinarci negli ultimi 20 anni.

Seppur con le lacrime agli occhi per i morti, noi, gli sconfitti del ‘900, possiamo finalmente salutare i vincitori. Forse, con il pugno chiuso, ma, soprattutto, con il gesto dell’ombrello.

  • Peraltro è ormai noto anche che la diffusione è cominciata molto prima di quanto dichiarato e molto lontano da Wuhan: ci sono stati anche in Italia nel tardo autunno del 2019 diversi casi di decessi per polmonite bilaterale interstiziale di causa ignota (certamente non batterica) confermati dalle radiografie, e alcune di queste morti inspiegabili hanno fatto notizia solo quando si è trattato di giovani e giovanissimi. Quante altre vittime nei mesi precedenti tra gli anziani con malattie respiratorie? Come è stata occultata la notizia? Non è che la Cina sia stata la nazione più trasparente?

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