I limiti dello sviluppo

Il club di Roma ed i primi approcci al cambiamento climatico

La necessità di procedere con la ricostruzione dopo la Seconda guerra mondiale – che ebbe un costo spaventoso in termini di perdite di vite umane e di danni sociali, culturali, economici ed ambientali – favorì la nascita di un dibattito sul “futuro”, o meglio sui possibili scenari futuri, soprattutto al fine di impedire il ripetersi di siffatte tragedie.

Un filone di questo dibattito è legato alla figura di Aurelio Peccei,partigiano ed imprenditore italiano, che insieme allo scienziato scozzese Alexander King ed altre personalità culturali, scientifiche ed economiche fondò nell’aprile del 1968 il Club di Roma.

Il nome del gruppo nasce dal fatto che la prima riunione si svolse a Roma, presso la sede dell’Accademia dei Lincei alla Villa Farnesina. L’idea di fondo che accomunava gli esperti del Club di Roma era che i problemi che affliggono il mondo sono tra di loro interconnessi e non possono essere risolti separatamente. Per poterli affrontare in maniera efficace, devono essere trattati in maniera sistemica e nella loro complessità interconnessa.

Nel settembre 1969, iniziò ad affacciarsi l’idea che il modo più corretto di perseguire i propri obbiettivi fosse quello di presentare e analizzare le problematiche mondiali mediante l’uso sistematico di modelli globali. Tale approccio portò alla pubblicazione di un report, intitolato “The Limits to Growth”  (I limiti dello sviluppo), a firma di Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William Behrens III, che divenne poi un libro presentato il 12 marzo 1972 in occasione di un simposio organizzato presso la Smithsonian Institution a Washington.

Il libro, che riportava le principali conclusioni del progetto del Club di Roma, ebbe un enorme successo e scatenò una polemica mondiale a tratti feroce, in quanto metteva in discussione in modo metodologicamente scientifico i modelli economici e politici dominanti dell’epoca. Gli autori del report avevano tratto alcune conclusioni principali dal loro studio:

1) se la crescita delle grandezze principali che caratterizzano il mondo, come la popolazione e la disponibilità di alimenti, fosse continuata al ritmo del 1972, si sarebbe giunti a superare dei limiti che avrebbero portato al collasso della popolazione e della capacità industriale;

2) tale superamento sarebbe probabilmente avvenuto nel corso della vita della prossima generazione;

3) esisteva una alternativa possibile: quella di riequilibrare l’incremento demografico e la produzione materiale con l’ambiente e le risorse;

4) ci sarebbero voluti dai 50 ai 100 anni per raggiungere questo punto di equilibrio;

5) ogni anno perso nel perseguimento di questi obiettivi avrebbe reso più difficile la transizione ordinata verso una situazione di equilibrio.

L’attenzione del pubblico in realtà si poggiò solo sui primi due aspetti. L’importante messaggio che i limiti erano più che altro limiti ecologici imposti dalle risorse finite del mondo e dalla capacità della biosfera di assorbire le scorie prodotte dall’attività dell’uomo, passò in secondo piano. Gli autori furono accusati di catastrofismo, e subirono critiche praticamente da tutte le forze politiche e da quasi tutti gli Stati.

Andando per semplificazioni, non potendo ripercorrere in maniera dettagliata questo dibattito, le critiche provenienti dalla sinistra ruotavano attorno all’idea che preoccuparsi dell’ambiente era un lusso della classe agiata: il ceto medio ed il ceto basso hanno altri problemi ben più difficili da risolvere che l’ambiente.

Le critiche provenienti dalla destra accusavano gli autori di non avere tenuto sufficientemente in considerazione il ruolo dei meccanismi del mercato, i quali avrebbero aiutato a trovare il prezzo giusto per le risorse non rinnovabili che scarseggiano e le nuove tecnologie avrebbero provveduto a fornire alternative a esse.

Le critiche provenienti dai paesi in via di sviluppo ruotavano intorno al fatto che il rispetto dell’ambiente, devastato dal saccheggio delle risorse operato dai paesi industrializzati per secoli, non potesse e non dovesse riguardare loro, ancora impegnati ad uscire fuori da una condizione di povertà e sottosviluppo.

Tuttavia, nel corso dei decenni successivi l’idea di fondo del rapporto (secondo cui la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, specialmente petrolio, e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta) è stata progressivamente abbracciata da più parti ed ha costituito la base per i dibattiti più moderni incentrati sulla salvaguardia del Pianeta.

Due anni dopo, nel 1974, fu pubblicato un nuovo report redatto da Mihajlo Mesarovic ed Eduard Pestel dal titolo “Mankind at the Turning Point” (pubblicato in italiano con il titolo “Strategie per sopravvivere”). Con questo secondo rapporto si è cercato di superare alcune delle critiche mosse al primo report, soprattutto tenendo conto delle differenze culturali ed ambientali dei vari popoli, dei diversi livelli di sviluppo e della distribuzione non uniforme delle risorse naturali.

Venne anche approfondito il concetto di crescita, distinguendo tra crescita indifferenziata e crescita organica:

  • la crescita indifferenziata: è quella delle cellule; ha luogo mediante divisione: una cellula si suddivide in due, due in quattro, quattro in otto e così via, molto rapidamente, finché ci sono milioni e miliardi di cellule. Il risultato è un mero accrescimento esponenziale del numero delle cellule.
  • la crescita organica: avviene con un processo di differenziamento. Ciò significa che i diversi gruppi di cellule cominciano a differenziarsi come struttura e come funzione. Le cellule acquistano specificità in base all’organo a cui appartengono, seguendo il processo evolutivo dell’organismo nel suo complesso.

Un passaggio fondamentale di questo report è il seguente: “È un fatto ben noto che nelle regioni del mondo sviluppato e industrializzato i consumi materiali hanno raggiunto le proporzioni di uno sperpero assurdo. In tali regioni oggi è necessaria una diminuzione relativa nell’uso di diverse materie prime. Invece in altre regioni del mondo meno sviluppate deve verificarsi una sostanziale crescita nell’uso di certi beni essenziali, per la produzione alimentare o per la produzione industriale. In queste regioni la stessa sopravvivenza della popolazione dipende da tali crescite. Quindi le argomentazioni generiche ‘a favore’ o ‘contro’ la crescita sono ingenue: crescere o non crescere costituisce una questione né ben definita né pertinente quando la si pone senza aver definito in precedenza il luogo, il senso, il soggetto della crescita e lo stesso processo di crescita esaminato in se stesso”.

Mesarovic e Pestel rilevano che tutti i dibattiti sulla crescita economica di quegli anni erano fondati sul primo concetto di crescita, mentre a loro pareva più congeniale un’analogia con la crescita organica.

In un sistema mondiale interdipendente e interconnesso, quale è quello del nostro pianeta, una crescita indesiderabile di una parte qualsiasi mette in pericolo non solo quella parte, ma tutto l’insieme.

Questa la conclusione del rapporto: “Noi non siamo il mondo sviluppato; siamo oggi il mondo sovrasviluppato. La crescita economica in un mondo in cui alcune regioni sono sottosviluppate è fondamentalmente contraria alla crescita sociale, morale, organizzativa e scientifica dell’umanità. In questo momento della storia ci troviamo di fronte a una decisione terribilmente difficile. Per la prima volta da quando esiste l’uomo sulla Terra, gli viene chiesto di astenersi dal fare qualcosa che sarebbe nelle sue possibilità; gli si chiede di frenare il suo progresso economico e tecnologico, o almeno di dargli un orientamento diverso da prima; gli si chiede – da parte di tutte le generazioni future della Terra – di dividere la sua buona fortuna con i meno fortunati – non in uno spirito di carità, ma in uno spirito di necessità. Gli si chiede di preoccuparsi, oggi, della crescita organica del sistema mondiale totale. Può egli, in coscienza, rispondere di no?”.

Nel 1992, Jorgen Randers, Donella e Dennis Meadows, tre degli autori del rapporto originale del 1972, pubblicarono un aggiornamento del loro primo rapporto dal titolo “Beyond the Limits” (pubblicato in italiano con il titolo “Oltre i limiti dello sviluppo”).

In esso gli autori, aggiornando con un maggior numero di variabili e di criteri di connessione il modello dello studio, riformularono alcune delle conclusioni inserite nel primo rapporto del 1972 nel modo seguente:

  1. l’impiego di molte risorse essenziali e la produzione di molti tipi di inquinanti da parte dell’umanità hanno già superato i tassi fisicamente sostenibili. In assenza di significative riduzioni dei flussi di energia e materiali, ci sarà nei prossimi decenni un declino incontrollato della produzione industriale, del consumo di energia e della produzione di alimenti pro capite;
  2. questo declino non è inevitabile. Per non incorrervi, sono necessari due cambiamenti: il primo è una revisione complessiva delle politiche e dei modi di agire che perpetuano la crescita della popolazione e dei consumi materiali; il secondo è un drastico, veloce aumento dell’efficienza con la quale materiali ed energia vengono usati;
  3. una società sostenibile è, dal punto di vista tecnico ed economico, ancora possibile. Potrebbe essere molto più desiderabile di una società che tenta di risolvere i propri problemi affidandosi a un’espansione costante. La transizione verso una società sostenibile richiede un bilanciamento accurato tra mete a lungo e a breve termine, e una accentuazione degli aspetti di sufficienza, equità, qualità della vita, anziché della quantità di prodotto. Essa vuole più che produttività o tecnologia: vuole maturità, umana partecipazione, saggezza.

Secondo loro, non può esistere una sostenibilità del nostro sviluppo sociale ed economico se cerchiamo continuamente di oltrepassare i limiti intrinseci dei sistemi naturali, continuando a depauperarli e ad in

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