La Cina senza gli occhiali dell’Occidente

Una Cina “perfetta” – La nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale, edito da Carocci, il bel libro di Michelangelo Cocco (giornalista e fondatore del Centro Studi sulla Cina Contemporanea), si presenta del tutto scevro da eurocentrismo.

È questo, forse, il suo principale merito. In un mondo fortemente polarizzato, in cui il pregiudizio anti-cinese è scientemente alimentato dal grosso del ceto politico delle due sponde dell’Atlantico, da opinionisti, media e giornalisti interessati a fornire munizioni all’arsenale ideologico della lotta contro il più pericoloso competitor internazionale, l’autore abbraccia la preoccupazione di dar conto dei più importanti dossier con cui la Cina contemporanea è alle prese. Lo fa senza cedere a interpretazioni che partano dal punto di vista occidentale e dalle sue premesse filosofico-politiche, molto diverse da quelle cinesi. Lo sguardo occidentale, quando non intenzionale e interessato, è infatti fonte di fraintendimenti ed equivoci, che pongono seri ostacoli alla comprensione, per quanto possibile, delle dinamiche politiche del Paese di Mezzo.

Un altro suo merito è di aver riassunto in un agile volume (poco meno di 200 pagine) i temi di maggior rilevanza nella costruzione della “nuova era” cinese, a cui la presidenza di Xi JinPing ha rivolto tutte le sue attenzioni: dai rapporti con le regioni autonome, Taiwan e Hong Kong allo sviluppo dell’IT e dell’AI, dalla Nuova Via della Seta alla nuova ideologia “sincretistica” promossa dalla dirigenza del PCC, dalla nuova ondata di patriottismo alla governance rinnovata del Partito Comunista, dalla politica di rigenerazione e protezione ambientale allo sviluppo dei Big Data e al loro uso, senza contare la competizione internazionale, il rapporto con gli USA, e il forte impulso all’innovazione in tutti i settori della vita economica e sociale. Sono questi, infatti, gli ambiti nei quali il PCC e Xi JinPing si giocano, da qui a diversi anni, la legittimità politica e sociale del governo di un paese come la Cina, con un’immensa estensione geografica e un miliardo e quattrocento milioni di abitanti.

Come è noto, fin dal 1978, anno di lancio ufficiale delle “quattro modernizzazioni” da parte di Deng XiaoPing, la Cina ha lentamente ma costantemente promosso una politica di riforma economica che puntava a sviluppare le forze produttive del paese, aprendo al capitale internazionale e diventando non solo uno snodo fondamentale nella divisione internazionale del lavoro, ma assorbendone anche know-how, capacità manageriali e tecnologia. Lo sviluppo impetuoso, ma al tempo stesso anche selvaggio, del settore privato capitalistico ha però anche prodotto, soprattutto nelle fasi iniziali, un super-sfruttamento nelle fabbriche che producevano per l’esportazione, nonché rilevanti squilibri sociali, con la crescita di una ricchezza concentrata in poche mani e la devastazione ambientale.

Quest’ultimo aspetto riveste una particolare importanza. Negli ultimi anni il PCC ha deciso di investire moltissimo per risanare i guasti ambientali e per porsi come alfiere della protezione dell’ambiente sul piano internazionale. È maturata la consapevolezza che un ambiente degradato e violentato è non soltanto uno sfregio estetico e biologico, ma anche un formidabile ostacolo allo sviluppo economico e sociale.

Sebbene occorra respingere decisamente al mittente le fantasiose accuse di una Cina “untore del mondo”, la stessa vicenda della pandemia di Covid19 dimostra i gravi pericoli di una urbanizzazione non controllata, con la progressiva riduzione della separazione dello spazio delle foreste e delle giungle da quello delle città. Il particolato atmosferico che nelle grandi metropoli cinesi sovente raggiungeva livelli parossistici, l’inquinamento dei fiumi e dei laghi, i grandi progetti infrastrutturali (primi fra tutti le grandi dighe), lo sviluppo di un’agricoltura industriale su larga scala: tutto ciò ha causato danni di primaria importanza. Ora, tuttavia, la dirigenza cinese sembra avere maggiore consapevolezza e gli interventi ecologici sono divenuti ben più forti di quelli occidentali. I prossimi anni ci diranno se questa strategia della sostenibilità ambientale avrà successo, e in che misura.

Più in generale, il volume di Cocco sottolinea che l’obiettivo del Presidente cinese è quello di costruire un paese solido politicamente ed economicamente, consapevole di sé e orgoglioso della sua storia, in grado di migliorare sensibilmente la qualità della vita dei suoi abitanti, e dunque in grado di rafforzare il consenso a un modello politico che, almeno per il momento, non sembra essere messo in discussione nei suoi aspetti fondamentali. Xi JinPing ha riassunto questi obiettivi nell’espressione “Sogno Cinese”, riecheggiando così quel “sogno americano” egemone nell’immaginario occidentale nella seconda metà del Novecento.

Tuttavia, c’è una importante differenza: il concreto dispiegarsi delle politiche internazionali cinesi ha finora mostrato che il sogno cinese è un concetto destinato in primo luogo ai cittadini cinesi, per motivarli e offrire loro una visione mobilitante in grado di cementare il consenso al “socialismo con caratteristiche cinesi”. D’altro canto, non è possibile non considerare che questa visione ha capacità di attrazione anche sul piano internazionale, e ciò anche perché l’approccio “win-win” della dirigenza cinese si mostra fondamentalmente diverso dal rapporto predatorio e di vassallaggio operato tradizionalmente dell’imperialismo USA. Se infatti il Washington Consensus, per il tramite delle istituzioni finanziarie internazionali, offre il suo “aiuto” esigendo controriforme distruttive sul piano sociale e sullo stesso piano economico, e sottomissione sul piano politico, il Beijing Consensus opera sì sulla base degli interessi delle aziende cinesi strategiche (in grande maggioranza di proprietà statale) e della necessità di esportare capacità produttiva in eccesso, ma instaurando un rapporto tendenzialmente paritario e di non-ingerenza con i governi locali, preferendo sviluppare fiducia reciproca, giudicata più confacente agli interessi internazionali cinesi.

Come sostiene Una Cina “perfetta”, la politica estera cinese è soprattutto finalizzata al raggiungimento degli obiettivi politici interni. Anche il recente accordo Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), indubbiamente propiziato da Pechino e stipulato tra i paesi dell’ASEAN con la stessa Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda (si tratta, di fatto, della più grande area di libero scambio al mondo, con quasi un terzo dell’intera popolazione mondiale), va in questa direzione.

Alla Cina, l’accordo porta un duplice vantaggio: da un lato, assume il ruolo di alfiere del multilateralismo e della globalizzazione; dall’altro, recupera sbocchi per l’esportazione di capacità produttiva in eccesso (ad esempio finanziando importanti progetti infrastrutturali in diversi paesi). Nello stesso tempo, accorciando le filiere produttive con la localizzazione e la razionalizzazione della produzione nei paesi terzi, l’accordo va incontro anche alle necessità di costruzione del mercato interno degli altri Paesi, che la politica della “doppia circolazione” vuole appunto rafforzare. Insomma, quella cinese si presenta come una politica di scambi proiettata sul futuro; senza contare il prestigio da soft power e la capacità di attrazione del suo modello politico (sebbene la dirigenza del PCC non abbia interesse alcuno ad esportarlo, diversamente dalla “democrazia” di bushiana memoria).

Se poi si guarda specificamente al mercato interno, occorre rilevare che il ruolo dello Stato sarà sempre più importante e decisivo, così come la “primazia della politica sull’economia”. Il capitale privato è ovviamente una forza prorompente in Cina; tuttavia è (ancora) fortemente controllato, mentre le priorità economiche fondamentali sono (ancora) decise a livello politico centrale, e sono volte alla costruzione di un “paese moderatamente prospero” nel giro di una ventina d’anni. E con “moderatamente prospero” i cinesi intendono un paese che abbia ridotto le disuguaglianze sociali, ridotto sensibilmente la povertà, accresciuto l’accesso ai servizi fondamentali da parte della popolazione (sanità, trasporti, istruzione su tutti) e migliorato la qualità della vita.

Nella concezione di miglioramento della qualità della vita, il PCC di Xi JinPing include anche, e soprattutto, la soluzione di gravi problemi ambientali (resi evidenti anche dallo scoppio della pandemia di SARS-COV2 lo scorso dicembre), eredità dello sviluppo economico impetuoso ma disordinato della Cina nei precedenti quarant’anni. Proprio su questo piano, Michelangelo Cocco sottolinea che la Cina sembra fare sul serio: non solo una legislazione più rigida, severa ed efficace sulle procedure ambientali da parte delle aziende, ma anche politiche complessive volte alla sostituzione progressiva e graduale delle energie fossili.

Cocco, è bene precisarlo, non propone una visione angelicata della Cina contemporanea. Passa, anzi, puntigliosamente in rassegna i principali problemi aperti e le contraddizioni con cui la dirigenza cinese si dovrà confrontare nei prossimi anni: il pervasivo controllo sociale favorito dai Big Data, il ruolo sempre maggiore dell’economia privata capitalistica (sebbene non sia questa a decidere le priorità essenziali e l’allocazione delle risorse), lo sviluppo di uno Stato di diritto, della Rule of Law (in corso) e il problema della democrazia, il rapporto con Hong Kong e Taiwan. E, sullo sfondo, l’incognita di una vasta “classe media” che fino ad oggi ha goduto dei benefici dello sviluppo cinese, ma che sempre più esprimerà esigenze e rivendicazioni.

Va comunque ribadita l’importanza della scelta metodologica di respingere la griglia interpretativa della geo-politica occidentale. Provare a capire quanto sta avvenendo in Cina con i paradigmi politologici e filosofici propri del liberalismo novecentesco è il miglior viatico per smarrirsi nei dedali di un paese, la cui cultura rimane pur sempre la più antica del mondo (per continuità). La Cina di oggi è un paese che pensa e agisce con proprie, peculiari categorie politiche e filosofiche, la cui genesi va soprattutto ricercata nel passaggio dall’Impero alla Repubblica, a partire dal 1911, quando hanno profondamente segnato l’identità nazionale e la psicologia di massa.

Questo libro va dunque letto non solo per inquadrare i temi decisivi di un Paese decisivo nel futuro prossimo del mondo; ma anche per liberarsi dai pregiudizi anti-cinesi di origine coloniale che ancora influenzano profondamente la mentalità occidentale.

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