Quella volta Pertini

di Francesco Ruotolo

Di Francesco Ruotolo pubblichiamo un breve racconto autobiografico (dal libro “70 racconti fa”, edizione il quaderno, Napoli 2019). Docente e attivista della sinistra di alternativa napoletana, Ruotolo ci ha lasciati pochi giorni fa, stroncato dal covid e dalle insufficienze della sanità campana.

Ha lasciato un ricordo dolce nei tanti che lo hanno conosciuto.

Insegnavo discipline giuridiche ed economiche all’Istituto tecnico commerciale statale Pantaleone Comite di Amalfi, e poteva essere l’anno scolastico 1984 – 85. L’evento che descrivo capitò in una classe numerosa del terzo anno, sita in un edificio di proprietà della curia. Le aule erano adattate, e quella dei fatti che mi accingo a narrare era stretta e lunga. In cattedra ci stavo poco perché era impossibile farsi ascoltare fino all’ottavo banco, e così io andavo avanti e indietro. Camminavo e parlavo, e di tanto in tanto interloquivo con i miei allievi.

Spiegavo, in quei giorni di autunno, il diritto costituzionale e lo arricchivo di ricerche sui vari diritti costituzionalmente sanciti: articoli di giornali, fotocopie da libri oltre quello di testo. Preparavo e somministravo questionari, sollecitavo inchieste o interviste. Quella mattina, Il Mattino e Il Manifesto parlavano di Sandro Pertini.

Soprattutto sul Manifesto mi incuriosì l’articolo che descriveva l’incontro del presidente della Repubblica, Sandro Pertini, con gli alunni di una scuola al Quirinale. Il titolo era sconcertante: Pertini si rifiuta di ricevere una classe in visita al Quirinale. Ma come? Il presidente della Repubblica, l’antifascista Sandro Pertini, il socialista Pertini maltratta gli allievi di una scuola media?

Le cose andarono più o meno così. Il presidente Pertini ricevette calorosamente la classe, una ventina di allievi sui 12 anni e i rispettivi docenti. Fece una piccola introduzione e poi chiese da quale comune venissero, se il viaggio era andato bene e di quanti alunni si componesse la classe.

– Allora, quanti siete?

– Ventiquattro, risposero quasi in coro.

Pertini vuole contarli: sì, proprio tutti e ventiquattro. Con il dito. Allungando il braccio e segnando ogni alunno o alunna: 1, 2, 3… 21, 22, 23!

– Ventitré? chiese Pertini. Siete ventitré o ventiquattro?

Il Presidente li ricontò.

– Voi dite che siete ventiquattro, ma io ne conto ventitré. Manca uno, è malato?

– No, ora lo spieghiamo, dissero alcuni allievi. Presidente, uno dei ventiquattro è rimasto a casa.

Pertini questo lo aveva capito, voleva solo sapere perché non era venuto anche lui. I ragazzi a questo punto cercarono di non rispondere.

– Ma come, il presidente vi rivolge la parola, e nessuno mi risponde?

Pertini pose di nuovo la domanda: – Perché siete qui in ventitré e non in ventiquattro?

– Il vero motivo? disse un alunno, il più coraggioso. Guardò i professori, guardò gli altri allievi, abbassò lo sguardo e aggiunse: – Non lo hanno fatto venire perché è ripetente.

Apriti cielo! Sandro Pertini tornò su due piedi partigiani e si infiammò: – Oggi non vi ricevo! Tornate da dove siete venuti!

Tuonò su tutte le furie: – Tornate a casa, tornate a scuola e tra una settimana vi aspetto qui tutti e ventiquattro!

– La scuola, disse, può far ripetere l’anno a chi non merita la promozione. Ma, oltre che far ripetere l’anno, non può aggiungere punizioni. La Costituzione è chiara: tocca ai professori rimuovere gli ostacoli che non hanno permesso a un alunno di studiare, per motivi familiari o per gravi lacune da colmare. Anzi, l’alunno che ripete l’anno deve essere aiutato più degli altri ad imparare, deve essere appassionato allo studio. E quindi, se si va in gita scolastica dal presidente della Repubblica, lui, il ripetente, è il primo da far venire qui! Tornate da dove siete venuti. Vi aspetto tra una settimana!

Leggevo e mi appassionavo. Leggevo e divoravo, Gustavo le parole di Pertini. Anche quella volta Pertini seguì se stesso. Il diritto allo studio, la Costituzione!

Decisi di leggere questo articolo in classe.

Corsi in cartoleria, mi fece prestare un foglio, un paio di forbici e la colla, tagliai la testata, l’articolo e lo incollai. Feci oltre 30 fotocopie e andai in classe.

Spiegai l’argomento del giorno, sempre percorrendo a lunghi passi l’aula avanti indietro. A metà della lezione distribuii le fotocopie e feci alternare nella lettura un ragazzo ed una ragazza. Dopo si aprì il dibattito. Pertini aveva fatto bene o male? Dopo aver sgridato i professori, avrebbe dovuto continuare l’incontro con la classe?

I pareri non erano unanimi. Dopo un po’ proposi una pausa di 10 minuti e approntai, là per là, un questionario di tre o quattro domande a risposta libera sull’argomento. Ripresa la lezione, dettai il questionario con l’assegno degli argomenti che avevo spiegato. Due o tre giorni dopo, ogni alunno mi consegnò il questionario compilato.

Le giornate di lezioni proseguirono regolari, fino al giorno in cui l’argomento tornò su Il Manifesto: la seconda visita di quella classe a Sandro Pertini. Anche stavolta impaginai l’articolo su di un foglio e feci in cartoleria le fotocopie.

Pertini era contento, aveva subito chiamato vicino a sé il ragazzo ripetente, al quale amorevolmente disse che una bocciatura non è un marchio, non è una punizione, ma un incentivo a impegnarsi. Discutemmo di nuovo in aula, e questa volta non assegnai alcun questionario. Le ragazze e i ragazzi della classe mostrarono molto interesse per questa strana lezione in due puntate: il primo e il secondo incontro di quella seconda media con Pertini. Alla fine, osservando un chiodo su una parete dell’aula, infilai la fotocopia dell’articolo letto la settimana precedente, quello del primo incontro di Pertini con la classe senza il ripetente. I ragazzi mi osservavano un po’ stupiti.

– Così ricorderemo meglio questo episodio che ha visto protagonista il Presidente della Repubblica!

E i miei incontri in quella classe continuarono a susseguirsi senza tornare sull’argomento.

Passarono pochi giorni e mi trovavo in quella stessa classe, quando la porta dell’aula si spalancò velocemente. A passo veloce, con lo sguardo solo al pavimento, comparve un uomo abbastanza robusto, non molto alto né basso: era il Preside. I suoi passi erano cadenzati e rapidi, quasi a colpi secchi.

Giuntomi quasi davanti (io ero presso la cattedra, vicino alla finestra semichiusa), senza alzare lo sguardo da terra e mentre lo salutavo, voltandosi verso il muro allungò e alzò un braccio, in una mossa rapida staccò l’articolo del Manifesto, lo strappò.

– Nella mia scuola, lei non legge agli alunni giornali comunisti!

Il preside ripercorse a passo soldatesco lo spazio tra la finestra e la porta, sbattendo e chiudendo la quale si dileguò.

La classe era atterrita, un silenzio impaurito piombò nell’aula. I ragazzi avevano anche temuto la mia reazione in presenza del preside. Nel loro sguardo si leggeva smarrimento. Perché il professore ci ha fatto leggere un articolo vietato? In altri guardi si leggeva: professore, non dia retta al preside, a noi l’articolo è piaciuto.

Presi dal cestino il foglio strappato e lo riposi nel mio zaino. La classe attendeva la mia forte critica verso il Preside che mi aveva umiliato dinanzi a loro.

Io li guardai uno ad uno e dissi: – La nostra è una democrazia, in democrazia ogni cittadino ha diritto ad avere le proprie opinioni su qualunque fatto o problema. L’opinione del Preside non è uguale alla mia.

Feci un sorriso, e continuai a spiegare. Tra me e me: cosa avrebbe detto Pertini al mio Preside?  

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