Qualche parola di verità sulla crisi climatica

… provocata (soprattutto) dai Paesi ricchi, pagata (soprattutto) dai Paesi poveri

Siamo in piena emergenza climatica. Le cause e le conseguenze devastanti del cambiamento climatico sono chiare (quasi) a tutti; resta qualche negazionista, sempre più isolato a livello scientifico.

Tuttavia, questa emergenza non è uguale per tutti.

Secondo uno studio pubblicato nel febbraio 2020 dal World Resources Institute (https://www.wri.org/blog/2020/02/greenhouse-gas-emissions-by-country-sector) un esiguo numero di Paesi contribuisce alla maggior parte delle emissioni di gas effetto serra: i primi 10 Stati rilasciano oltre i due terzi delle emissioni globali di gas serra. E questi Stati hanno anche popolazioni molto numerose (rappresentano oltre il 50% della popolazione mondiale) ed economie molto forti (rappresentano quasi il 60% del PIL mondiale). La Cina è il principale emettitore di gas serra, producendone da sola ben il 26% di quelle globali, seguita dagli Stati Uniti al 13%, dall’Unione europea al 7,8% e dall’India al 6,7%.

Per quanto riguarda la CO2 (il più dannoso dei gas serra in termini assoluti), i dati aggregati più recenti (relativi all’anno 2017) raccontano questa situazione: (https://ourworldindata.org/grapher/annual-co2-emissions-per-country?tab=chart)

A livello europeo, i dati più aggiornati (al 2017) relativi a tutti i gas serra sono stati pubblicati nel 2019 dal Parlamento europeo, riassumibili nella seguente tabella (https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/society/20180301STO98928/emissioni-di-gas-serra-per-paese-e-settore-infografica):

Tuttavia, questi dati rischiano di essere fuorvianti, per due ordini di motivi.

Il primo riguarda il fatto che i Paesi sopra indicati hanno una popolazione molto variabile. La Cina, in termini assoluti, è lo stato che emette più gas serra a livello globale, ma ci vivono oltre un miliardo di persone…

Per sopperire alle imprecisioni fornite dai dati aggregati, è stato elaborato il concetto di emissioni pro-capite, che ci consente di comprendere quanto emette ogni singolo abitante di un determinato Stato: il valore si ottiene dividendo il livello di emissioni assolute dell’intero paese per il numero dei suoi abitanti. La lista degli Stati (https://www.getargon.io/posts/environment/climate/greenhouse-gas-emissions/co2-emissions-by-country/) che per livello di emissioni pro-capite di CO2 al 2017  è il seguente: il primo è il Qatar, seguito da Singapore, Trinidad Tobago e Kuwait.

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Tra i paesi economicamente più forti, il primo tra i maggiori emettitori è l’Arabia Saudita, seguito da Canada ed USA. La Cina ha invece un livello di emissioni pro-capite abbastanza basso.

Più è alto il livello di emissioni pro-capite, più lo stile di vita degli abitanti di un paese si mantiene “sulle spalle” degli altri paesi e del pianeta. Per focalizzare questo concetto è stato elaborato il concetto dell’“Overshoot Day”, cioè la data in cui cadrebbe, per un determinato Stato, il “Giorno del Sovrasfruttamento delle risorse terrestri”, se tutti gli abitanti del pianeta avessero i consumi e lo stile di vita della popolazione di quello Stato. In altre parole, indica sul calendario il momento di esaurimento delle risorse naturali che il Pianeta riesce a rigenerare in un anno: in Italia quest’anno questo giorno era il 14 maggio (grazie al lockdown dovuto alla pandemia da coronavirus: altrimenti sarebbe stato molto prima). Nel 2019 era il 15 maggio, mentre nel 2018 era il 24 maggio. Dunque, si sta anticipando sempre di più.

Ciò significa che noi in Italia dal 14 maggio al 31 dicembre 2020 vivremo attingendo a suolo, foreste, riserve ittiche ed energetiche che gli ecosistemi non riescono a rinnovare facilmente; camperemo, quindi, sulle spalle delle altre nazioni del mondo o a discapito delle generazioni future, erodendo le riserve del pianeta.

La seguente tabella mostra quando si realizza l’Overshoot Day per alcuni Stati nel 2020: in Qatar e Lussemburgo addirittura a febbraio, in USA a marzo.

Un altro aspetto distorsivo è legato al fatto che vengono imputati agli Stati le emissioni, che però sono provocate per lo più dalle imprese. Secondo un accurato studio svolto dal Climate Accountability Institute nell’ottobre 2019, (https://www.theguardian.com/environment/2019/oct/09/revealed-20-firms-third-carbon-emissions), oltre il 70% delle emissioni di gas serra dal 1988 al 2017 è riconducibile ad appena 100 imprese che operano nel settore dei combustibili fossili. Solo 20 imprese sono responsabili di un terzo di tutte le emissioni dal 1965 al 2017, come si evince dal seguente grafico:

Questo studio segue ad un altro, pubblicato dal medesimo istituto nel 2017 (https://6fefcbb86e61af1b2fc4-c70d8ead6ced550b4d987d7c03fcdd1d.ssl.cf3.rackcdn.com/cms/reports/documents/000/002/327/original/Carbon-Majors-Report-2017.pdf?1501833772) secondo cui  le prime 100 aziende produttrici di combustibili fossili hanno generato l’emissione complessiva in atmosfera di circa 1.000 miliardi di tonnellate di CO2 e altri gas serra, pari al 52% di tutta la CO2 emessa dagli inizi della rivoluzione industriale.

Il report continua dimostrando che nel periodo 1988–2015 queste 100 aziende hanno contribuito all’emissione di 833 miliardi di tonnellate di gas serra, pari a circa la medesima quantità di emissioni generate nel precedente periodo 1750-1998 (cioè 820 miliardi di tonnellate CO2-eq): in 28 anni hanno emesso la stessa quantità emessa nei precedenti 238 anni, come riportato nel seguente grafico:

Nell’anno 2015 le 224 aziende collegate al mondo delle energie fossili hanno determinato il 91% delle emissioni di gas serra industriali, ed oltre il 70% di tutte le emissioni globali. Il contributo delle singole aziende è riportato nel seguente grafico:

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Come si evince, al 30° posto di questa graduatoria compare ENI, il maggior emettitore di gas serra italiano.

Il seguente grafico, elaborato dalla ONG Oxfam (elaborato sui dati relativi alle emissioni di anidride carbonica relativi al 2015) è illuminante: il 10% della popolazione che vive nei Paesi più ricchi è responsabile del 50% delle emissioni di CO2; il 50% della popolazione che vive nei Paesi più poveri solo del 10%.

Il cambiamento climatico, come noto, provoca poi a livello locale una serie di conseguenze (alluvioni, inondazioni, desertificazione ed altre) che colpiscono in maniera più massiccia i Paesi più poveri.

A questa prima ingiustizia che potremmo definire orizzontale (tra Stati diversi) va aggiunta un’altra di tipo verticale (all’interno del medesimo Stato). Diversi studi dimostrano, infatti, che le conseguenze dei cambiamenti climatici vengono distribuite in maniera non uniforme, andando a colpire le fasce più deboli ed esposte della popolazione, ed in particolare i ceti più poveri.

L’Uragano Katrina costituisce un caso-studio molto emblematico; esso ha fornito parecchie informazioni su come i disastri dovuti ai cambiamenti climatici colpiscono in modo diverso persone con diverse caratteristiche, poiché tale evento ha avuto un effetto decisamente sproporzionato sui gruppi a basso reddito e sulle minoranze etniche. Secondo lo studio “Reading Hurricane Katrina: Race, Class, and the Biopolitics of Disposability” (https://muse.jhu.edu/article/200375) i più colpiti da tale evento sono stati i più poveri, gli afroamericani, gli ispano-americani, gli anziani, i malati ed i senzatetto. Costoro hanno pagato il prezzo più alto perché disponevano di scarse risorse e di una mobilità limitata per l’evacuazione prima della tempesta.

Un altro caso emblematico è l’uragano Sandy, che ha colpito New York nel 2012: il 33% degli abitanti dell’area colpita dalla tempesta viveva in “case popolari”, e metà dei 40.000 residenti in quelle case si è ritrovata sfollata (https://www.americanprogress.org/issues/green/reports/2015/05/11/112873/social-cohesion-the-secret-weapon-in-the-fight-for-equitable-climate-resilience/).

In conclusione, il cambiamento climatico non è “egualitario”. Non lo è né per quanto riguarda la sua causazione (perché è provocato principalmente dalle attività svolte nei Paesi ricchi), né per quanto riguarda i suoi effetti (perché colpisce principalmente i Paesi poveri e, quando colpisce gli Stati più sviluppati, finisce con l’accanirsi maggiormente sulle classi meno abbienti).

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