La grande mela

L’icona newyorchese della Grande Mela assurge oggi, a ben vedere, a simbolo globale degli USA.

Il voto americano è un turning point, un punto di svolta. Persino più di quelli che portarono alla Casa Bianca, nel 2008, il primo presidente di origini afro-americane, Barack Obama, e, otto anni dopo, lo scalatore esterno del GOP, Trump.

La presidenza Obama nacque sull’onda della crisi globale del 2008, innescata dall’esplosione dei “sub-prime”; quella di Trump dal fallimento delle politiche dei democratici di fronte al terremoto socio-economico che, in seguito alla crisi, aveva travolto e letteralmente spolpato il ceto medio, beneficiato solo marginalmente dalle ripresa economica-occupazionale dell’ultimo tratto della presidenza obamiana.

L’esito di queste elezioni presidenziali consegna un bignami di “lezioni” americane, ormai funzionali al nuovo secolo, voltando pagina rispetto ai roboanti proclami sulla “fine della storia” dopo la caduta del Muro e dei “socialismi reali”.

Quest’articolo tuttavia non si occuperà del ruolo della superpotenza americana nella geopolitica mondiale, fermo restando che la conservazione dello status “imperiale” continuerà ad essere la prima missione degli USA anche in un mondo a vocazione multipolare.

L’Election Day del 3 novembre consente di proseguire nell’analisi abbozzata, su questa rivista, durante i giorni più caldi delle mobilitazioni “I can’t breathe” dopo il brutale assassinio di George Floyd da parte di due agenti della Park Police di Minneapolis.

Le elezioni hanno segnato un salto ulteriore, un’acutizzazione della polarizzazione socio-politica, in cui la società liquida baumaniana (effetto della scomposizione e frammentazione sociale che ha investito i corpi sociali “eredi” dei blocchi di classe novecenteschi) inverte la tendenza e torna a coagularsi intorno a due contrapposti centri di gravità.

La società americana ne esce spaccata come una mela, due “metà” quasi uguali, ma in una situazione nella quale i corpi intermedi, ossia le forme più o meno organizzate intorno a cui si addensano i settori più attivi dei blocchi sociali in conflitto, hanno rappresentato l’anima di una mobilitazione potente e profonda, che, da un lato, ha dato avvio a una stagione di protagonismo sociale gravida di potenzialità, dall’altro hanno spinto al voto una percentuale  elevatissima per gli standard americani.

Stavolta, i movimenti che hanno preceduto il 3 novembre come il “Black Lives Matter”, gli “Antifa”, i Socialisti democratici d‘America e così via, non solo hanno riempito le strade e le piazze di tutte le gradi città degli States, ma hanno riempito anche le urne, conferendo il maggior numero di suffragi mai riservati ad un candidato alla presidenza/USA.

E’ altrettanto vero che anche il presidente uscente, Trump, ha fatto il pieno di voti a destra, incrementando in voti assoluti il risultato del 2016; così com’è vero, infine, che la “forbice” del voto popolare si è allargata a vantaggio del candidato democratico, nonostante l’età, lo scarso carisma e l’ostentata moderazione. Cosa indica tutto ciò ? Che i due campi si sono polarizzati e, nella polarizzazione, si vanno riorganizzando; e la riorganizzazione procede sotto l’articolata influenza della polarizzazione.

Chi abbia letto la cartina degli Usa con i risultati Stato per Stato non avrà potuto ignorare la mappatura delle colorazioni rosse e blu: una distesa rossa (partito repubblicano) centrale e molto ampia, fino alle coste atlantica e pacifica, e una cornice blu (partito democratico) che si inspessisce da est ad ovest nella “Rust Belt” conquistata da Trump nel 2016 ed ora tornata ai democratici, con l’eccezione dell’Ohio). L’altro inspessimento è dal versante sud-ovest verso est, perché a ridosso della California vanno ai democratici il Nevada e, soprattutto, Arizona e Georgia, di consolidate tradizioni repubblicane, mentre la parte più estrema della “Sun Belt” a sud-est rimane fedele a Trump.

Qui si osservano, per grandi linee, due piani che “si tagliano” a vicenda: gli insediamenti urbani e quelli rurali (con le contigue varianti degli insediamenti industriali, agricoli e del terziario) e le articolazioni per gruppi etnici. Gli studiosi dei flussi elettorali  americani tendono ad individuare la “faglia elettorale” degli States non tanto nella matrice etnica, ma nel luogo di vita: “not the race but the place“ , ossia è il posto dove si vive, piuttosto che l’origine o l’appartenenza etnica, ad essere decisiva nelle scelte di voto. Questo fenomeno è visibilissimo anche all’interno di ogni Stato, con qualsiasi risultato finale.

In sintesi, esaminando la mappatura interna di uno Stato vinto dai democratici il voto vincente è tutto coagulato intorno alle grandi città, mentre quello perdente è “spalmato” nelle circostanti zone extraurbane e/o rurali, così come si registra anche in uno Stato dove abbiamo prevalso i repubblicani.

Emblematico il caso della Pennsylvania, dove per oltre ventiquattr’ore il vantaggio di Trump su Biden era netto, essendo giunti al termine i conteggi nei seggi extraurbani e rurali, mentre non era ancora concluso il voto (comprensivo di quello postale) nei grandi e popolosi distretti urbani: quando sono cominciati ad arrivare i risultati dalle città di Philadelphia, Montgomery, Delaware, Chester e Bucks, il trend si è invertito e, al termine dei conteggi, Biden ha prevalso con un vantaggio di oltre 80.000 voti e un punto e mezzo in percentuale, pur essendosi aggiudicato solo 13 delle 67 contee dello stato federale.

Nella suddivisione città/campagna ed in quella coste/interno, la componente “etnica” del voto tende a coincidere con l’esito finale del singolo territorio federale. Infatti, la componente bianca dell’elettorato della Pennsylvania, pari all’81, ha votato per il 57 % a favore di Trump e per il 42 % a favore di Biden, con una prevalenza nettissima (62 % a 37 %) nel voto maschile e meno netta (52 % a 47 %) in quello femminile; mentre la componente nera (11 % del totale) ha votato al 92 % per Biden, lasciando solo il 7% a Trump, che nel voto della componente ispanica consegue il 27 % a fronte del 69 % dell’avversario.

Nelle minoranze etniche, il voto femminile contro Trump supera dai 5 agli 8 punti il corrispondente maschile, sfiorando, nel caso delle black women, addirittura il 95 %. Questa tendenza si avverte in ogni Stato e il risultato finale può quindi essere letto sottolineando gli elementi di omogeneità.

La cosa non si spiega con il candidato democratico, sicuramente uomo dell’establishment, ma con il bisogno di radicalizzarsi e vincere contro Trump e contro il pericolo reale che egli rappresentava – e rappresenta – in quanto espressione di una destra estrema sia quanto ai contenuti (nazionalismo fondamentalista, razzismo, suprematismo, deregulation) sia nelle forme (armate), nonché delle lobby del petrolio, delle armi e dell’edilizia, amplificando dinamiche già emerse in altri voti “sovranisti” (referendum/Brexit, elezioni nell’Europa Orientale).

In qualche modo, c’è, sia pure in un intreccio di elementi e spinte tutt’altro che semplice da decifrare,  un imprimatur sociale del voto, che diventa il fattore più forte in grado di incidere positivamente sulle scelte sociali del nuovo esecutivo.

Ciò determinerà uno scontro interno all’amministrazione che verrà, perché il vorticoso capitalismo dei servizi intende essere il vero king-maker della politica economica, ma stavolta troverà una controspinta molto robusta e determinata sia nella componente politica di sinistra, che ha conquistato cittadinanza e postazioni nel partito democratico, sia nel sostegno della mobilitazione sociale che non si è affatto chetata e che, anzi, tende anch’essa ad organizzarsi sempre di più e meglio.

La  nomenclatura democratica lavorerà, come al solito, per sopire e spegnere le spinte sociali di segno antiliberista se non anticapitalistico, ma questa volta non avrà vita facile. In ogni caso, questa  -e non altra- è la partita che sia apre; e il risultato potrebbe riservare più di una sorpresa.

Varrà la pena riflettere e riparlarne.

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