L’inversione nichilista della sofferenza

Con riferimento al periodico ritorno – da ultimo, in Francia, a Vienna e a Kabul – degli omicidi crudelmente perpetrati in nome dello Jihad, proponiamo in traduzione le parti salienti di una riflessione di Slavoj Žižek del gennaio 2016, uscita sul magazine inglese “New Statesman”. L’occasione fu costituita dai fatti di Colonia, quando gruppi di giovani immigrati aggredirono, la notte di Capodanno, un centinaio di donne per strada; ma, come spesso avviene con Žižek, il ragionamento diventa più ampio e complessivo.

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Chi sono gli “hateful eight” dell’omonimo film di Quentin Tarantino? L’intero gruppo di partecipanti – i bianchi razzisti e il soldato nero dell’Unione, gli uomini e le donne, i rappresentanti della legge e i criminali – sono ugualmente cattivi, brutali e vendicativi.

Il momento più imbarazzante del film si verifica quando il soldato nero (interpretato da un superbo Samuel Lee Jackson) racconta dettagliatamente e con evidente piacere al generale confederato di aver ucciso suo figlio, un razzista responsabile di molte morti nere. Dopo averlo costretto a marciare nudo nel vento gelido, Jackson promette al ragazzo bianco, che sta morendo assiderato, una coperta calda in cambio di una fellatio. Ma dopo che il ragazzo accetta e compie l’atto, Jackson non onora la promessa e lo lascia morire.

Dunque, non ci sono “buoni” neppure nella lotta contro il razzismo, sono tutti impegnati ad agire con il massimo della brutalità. […]

Essere una vittima in fuga da paesi in rovina non impedisce, di per sé, di agire in modo spregevole. Tendiamo a dimenticare che non c’è nessun riscatto nella sofferenza: l’essere vittima, lo stare nella parte più bassa della scala sociale, non fa di te una sorta di voce privilegiata di moralità e giustizia […]

Nella sua analisi della situazione globale dopo gli attentati di Parigi del 2015, Alain Badiou distingue tre tipi predominanti di soggettività nel capitalismo globale di oggi: gli occidentali “civilizzati”, borghesi e liberal-democratici; quelli fuori dall’Occidente, posseduti dal “desiderio dell’Occidente”, che disperatamente tentano di imitare lo stile di vita “civilizzato” della borghesia occidentale; e i nichilisti-fascisti, coloro nei quali l’invidia dell’Occidente si trasforma in un odio mortale e autodistruttivo.

Badiou rende chiaro che quello che i media chiamano la “radicalizzazione” dei musulmani è fascination pura e semplice: “questo fascismo è il rovescio del desiderio frustrato per l’Occidente, organizzato in modo più o meno militare, seguendo il modello flessibile di una banda mafiosa e con variabili coloriture ideologiche, dove il posto occupato dalla religione è puramente formale”. […]

La più chiara espressione del “desiderio per l’Occidente” è quella degli immigrati rifugiati: il loro desiderio non è rivoluzionario; è invece il desiderio di lasciare dietro di sé gli habitat devastati e ricongiungersi con la terra promessa dell’Occidente sviluppato. E coloro che rimangono in patria tentano di creare delle copie miserabili della prosperità occidentale – come le parti “modernizzate” in ogni metropoli del terzo mondo, a Luanda, a Lagos, ecc., con bar che vendono cappuccini, grandi centri commerciali e così via.

Ma dal momento che, per la gran maggioranza, un tale desiderio non può essere soddisfatto, una delle opzioni rimanenti è l’inversione nichilista: frustrazione e invidia creano la “radicalizzazione” col surplus di un odio omicida e autodistruttivo verso l’Occidente e l’attrazione per una vendetta violenta.

Badiou chiama questa violenza pura espressione della pulsione di morte. È una violenza che può concludersi solo con atti di orgiastica (auto)distruzione, senza una seria visione di società alternativa.

Badiou fa bene a sottolineare che non c’è alcun potenziale emancipatore nella violenza fondamentalista, neppure quando pretende di essere “anticapitalista”. È infatti un fenomeno strettamente collegato all’universo capitalista globale, è il suo fantasma “nascosto”.

Il cuore del fascismo fondamentalista è l’invidia. Il fondamentalismo rimane radicato nel desiderio per l’Occidente, trasfigurato in odio. Abbiamo a che fare qui con l’inversione tipica del desiderio frustrato in aggressività descritto dalla psicoanalisi, e l’Islam fornisce solo il modulo esteriore di questo odio distruttivo e autodistruttivo.

Il potenziale distruttivo dell’invidia, come è noto, stava anche alla base della distinzione proposta da Rousseau tra l’egoistico amour-de-soi (quell’amore di sé che è naturale) e l’amour-propre, la preferenza perversa di sé rispetto agli altri. Con questo secondo sentimento, una persona si concentra non sul raggiungimento del traguardo, ma sul distruggere ciò che la ostacola [….]

Una persona malvagia non è, insomma, un egoista che “pensa solo ai propri interessi”. Il vero egoista è troppo occupato a prendersi cura della propria sorte per impegnarsi a rovinare proditoriamente gli altri. Invece una persona cattiva si occupa più degli altri che di se stesso.

Rousseau descrive un meccanismo libidinale preciso: l’inversione che genera lo spostamento dell’investimento libidinale dall’oggetto all’ostacolo.

Tale dinamica potrebbe essere applicata anche alla violenza fondamentalista. Anche in tal caso abbiamo a che fare con l’odio puro e semplice: distruggere l’ostacolo è quello che conta davvero, non raggiungere l’obiettivo “nobile” di una società veramente musulmana. […]

Questa fascinazione può esercitare una certa attrazione sui giovani immigrati frustrati che non riescono a trovare un posto adeguato nelle società occidentali o una prospettiva per autoidentificarsi. La fascinazione offre loro una via di uscita dalla frustrazione: una vita movimentata e rischiosa, con l’alone di una dedizione religiosa sacrificale. Ed in più con specifiche soddisfazioni materiali (sesso, automobili, armi…).

Non bisogna dimenticare che lo Stato Islamico è anche un grande consorzio mafioso, che vende petrolio, statue antiche, cotone, armi e donne-schiave, “una miscela di proposizioni eroicamente mortali e, contemporaneamente, di corrotti prodotti occidentali”.

Va da sé che questa violenza fondamentalista-fascista è solo una delle violenze che sono generate dal capitalismo globale. E si dovrebbero tenere a mente non solo le violenze fondamentaliste negli stessi paesi occidentali (populismo anti-immigrazione, ecc.), ma soprattutto la violenza sistematica del capitalismo medesimo, con le conseguenze catastrofiche dell’economia globale e la lunga storia degli interventi militari.

L’Islamo-fascismo è un fenomeno profondamente reattivo nel senso nietzschiano del termine, un’espressione di impotenza trasformata in rabbia autodistruttiva.

Pur concordando col complesso dell’analisi di Badiou, io trovo problematici tre dei suoi argomenti.

Anzitutto, la riduzione della religione, la forma religiosa del nichilismo fascista, a una caratteristica superficiale secondaria: “la religione è solo un abbigliamento, in nessun modo è il nocciolo della questione. È solo una forma di soggettivazione, non il contenuto reale della cosa”.

Badiou sostiene che la ricerca delle radici del terrorismo musulmano di oggi nei testi religiosi antichi (“è tutto già nel Corano”) sia fuorviante: bisognerebbe invece concentrarsi sul capitalismo globale di oggi e concepire l’Islamo-fascismo come una delle reazioni al suo richiamo mediante l’inversione dell’invidia in odio.

Ma, da un punto di vista critico, la religione non è sempre stata un “tipo di abbigliamento”, piuttosto che il nocciolo della questione? E questo suo “essere abbigliamento” non è una “forma di soggettivazione” della difficile situazione del vivere del popolo? E questo non implica che proprio l’abbigliamento sia, in un certo senso, il “cuore della materia”?

Gli individui hanno esperienza solo della loro situazione, non hanno alcun modo di fare un passo indietro e vedere “dall’esterno” come le cose “sono davvero”. […]

Il secondo argomento che mi lascia perplesso è la troppo veloce identificazione di rifugiati e migranti col “proletariato nomade”, una “avanguardia virtuale della gigantesca massa del popolo, la cui esistenza non è messa in conto nel mondo così com’è”.

Ma non sono proprio i migranti (la maggior parte, almeno) quelli più fortemente posseduti dal “desiderio per l’Occidente”, più fortemente compresi nell’ideologia egemone?

Infine, c’è la prospettiva che ingenuamente Badiou suggerisce: dovremmo “andare a vedere chi sono questi altri, quali i loro linguaggi, chi sono veramente. Dobbiamo raccogliere i loro pensieri, le loro idee, la propria visione delle cose, e iscrivere loro e noi stessi, contemporaneamente, in una visione strategica del destino dell’umanità”.

Facile a dirsi, difficile da fare. Questo “altro” è, come Badiou stesso descrive, assolutamente disorientato, posseduto dagli atteggiamenti opposti di invidia e odio, un odio che esprime il proprio represso desiderio per l’Occidente (ed è per questo che l’odio si trasforma in autodistruzione).

Fa parte di una metafisica umanista alquanto ingenua presupporre che sotto questo circolo vizioso di desiderio, invidia e odio, possa esserci qualche disperso nucleo umano di solidarietà globale. […]

I nostri media solitamente tracciano una distinzione tra i rifugiati “civilizzati” della classe media e i profughi delle classi inferiori, i “barbari” che rubano, molestano i nostri cittadini, si comportano con violenza verso le donne, defecano in pubblico etc.

Invece di liquidare tutto questo come una semplice propaganda razzista, uno dovrebbe raccogliere il coraggio e discernere il nucleo di verità: e cioè che la brutalità, fino alla vera e propria crudeltà verso i deboli, gli animali, le donne, ecc, è una caratteristica tradizionale delle “classi inferiori”. Anzi, una delle loro strategie di resistenza al potere è sempre stata la dimostrazione di brutalità volta a disturbare la classe media e il senso della decenza. […]

Andando indietro fino alla Parigi del 1730, ci imbattiamo nel cosiddetto “grande massacro dei gatti”, nel quale un gruppo di apprendisti tipografi torturò e uccise tutti i gatti che poté trovare, incluso l’animale domestico della moglie del loro padrone. Gli apprendisti erano letteralmente trattati peggio di gatti adorati dalla moglie del padrone, soprattutto la grise (il grigio), il suo preferito […]

Ma, d’altra parte, la tortura degli animali, soprattutto gatti, è stato un costante divertimento popolare in tutta l’Europa moderna […]

La difficile lezione di tutta questa faccenda è che non basta semplicemente dar voce ai diseredati così come sono: perché ci sia un’effettiva emancipazione, devono essere educati (da altri e da se stessi) nella loro libertà.

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