La memoria è di parte

In una poesia spietata, scritta subito dopo la Seconda guerra mondiale, Salvatore Quasimodo scriveva:

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Il monito di Quasimodo era senza dubbio un’iperbole dettata dallo sdegno per l’ecatombe che aveva attraversato il mondo. Tuttavia, la nostra storia è ancora disseminata di tombe “che affondano nella cenere” dell’infamia, dell’acquiescenza allo sterminio, della complicità all’orrore. Tombe su cui andranno a posarsi soltanto “uccelli neri”. Tombe da dimenticare. Dovremmo ricordarcelo, in questi giorni di rabbia iconoclasta contro il passato coloniale e razzista dell’Occidente. Non tutte le tombe sono uguali, non tutti i monumenti si equivalgono.

Lo sanno bene i manifestanti statunitensi e inglesi: le statue che hanno buttato giù dal loro piedistallo “affondano nella cenere”, e la storia è giunta a presentare il conto. Quei monumenti sugellavano una memoria di parte (quella degli oppressori); ebbene, sono arrivati i figli degli oppressi (nuovi oppressi a loro volta) a portare una memoria differente.

Come diceva Don Milani, tra oppressi e oppressori la mia patria è sempre quella degli oppressi. Anche perché gli oppressi restituiscono il nostro “osso” intriso di razzismo e suprematismo, come sosteneva il fondatore delle Black Panthers Huey P. Newton interpretando a suo modo un vecchio pezzo di Dylan.

Non è un caso, direi, se qualcuno dichiara di essere “italicamente” offeso dalla vernice rossa versata sulla statua di Indro Montanelli a Milano. Uno stuolo di giornalisti (quasi tutti maschi), molti dei quali formati alla sua scuola, sta utilizzando ogni panegirico possibile per difendere un uomo che, ancora negli anni Sessanta, scriveva: “un’esperienza di secoli ha dimostrato che il meticciato tra bianchi e neri ha dato e seguita a dare il più catastrofico dei risultati”. Frasi come questa dimostrano che il razzismo è stato per decenni consustanziale al pensiero conservatore europeo, oltre a rappresentare il “non detto” sistemico delle nostre democrazie.

È benefico che vi sia finalmente un dibattito su questo. Perché la memoria non è una notte in cui tutte le vacche sono scure. Le statue e i monumenti sono innanzitutto l’espressione simbolica di una narrazione storica ufficiale, costruita ex-post con l’intenzione di “mummificare” la storia stessa. Le statue pacificano, o almeno fingono di farlo, come è avvenuto con i monumenti agli “eroi” del Risorgimento di fine Ottocento, nei quali il ministro Cavour e il latitante Mazzini venivano celebrati l’uno a fianco all’altro. Le statue commemorano i vincitori, e lo fanno a senso unico, come dimostra la magniloquenza scultorea dei regimi dell’est Europa e la loro altrettanto stentorea rimozione.

A quelli che accusano gli iconoclasti odierni di non riuscire a relativizzare il proprio punto di vista e di non adattarlo ai tempi passati (del tipo: nel Seicento era normale essere schiavisti, negli anni ’30 era normale comprare una bambina africana), bisogna ricordare che la storia è sempre stata un campo di battaglia (vecchio leitmotiv oramai dimenticato: “la storia è storia di lotta di classe”…), e che a scriverla sono stati quasi sempre i vincitori (un maoista diceva “i padroni”).

Soprattutto, ai novelli relativisti storici bisogna ricordare che mentre Montanelli comprava una dodicenne durante la brutale invasione fascista dell’Etiopia, Ilio Barontini, ferroviere comunista, esule dall’Italia tanto amata da Montanelli, aiutava i contadini etiopi a organizzare la resistenza contro il fascismo. Ancora una volta: nella storia non ci sono i buoni e i cattivi come nelle favole, però non ci sono neppure le sopracitate vacche tutte uguali. Anche nel campo della conoscenza storica dovrebbe valere il vecchio adagio “distinguere per comprendere”.

Per cui, ci si schieri pure dalla parte di Montanelli, dicendo che così andavano le cose; forse capiremo meglio di che pasta sono fatti alcuni giornalisti tanto osannati. Dall’altra parte, bisogna rivendicare con forza il “beneficio d’inventario” su una memoria intrisa di razzismo, servilismo ed acquiescenza.

“Dimentichiamo” le tombe degli oppressori e lasciamole alla loro cenere, assieme alla flottiglia di (piccoli) potenti che vogliono adorarle. Ricordiamo invece gli oppressi. Perché il futuro pretende da noi una memoria nuova. E se cadrà qualche vecchia statua ce ne faremo una ragione.

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