I conti che non tornano

Il giorno in cui si sono allentate le restrizioni dovute alla pandemia per la perdita di forza del virus che l’ha provocata, dopo la prima immediata soddisfazione abbiamo dovuto fare i conti con le macerie che essa ha lasciato.

La più odiosa di tali macerie è costituita dall’aumento dei casi di violenza sulle donne durante il periodo di restrizione forzata del lockdown. Questo ripugnante fenomeno non si è fermato durante i mesi di obbligo del restare a casa; anzi addirittura, secondo l’ONU, è drammaticamente triplicato a livello mondiale. E in Italia si sono registrati undici casi di donne brutalmente oltraggiate e uccise dalla violenza cieca dei loro compagni, mariti o familiari.     

È oramai noto a tutti che la maggioranza dei casi di violenza sulle donne avviene tra le mura di casa, e pare proprio che le restrizioni previste nel decreto “Io resto a casa” dell’11 marzo abbiano aggravato tale condizione. Mentre restavamo tutti chiusi per proteggerci dal virus, e si piangevano i morti sopraffatti da un organismo così infinitesimale ma così dannoso per l’umanità, per alcune donne la casa non era affatto un luogo sicuro, poiché la violenza degli uomini su di loro, nelle nuove condizioni, poteva esprimersi indisturbata.

Parliamo di due mesi appena di quarantena. I dati riferiti dai centri antiviolenza mostrano che nelle prime settimane di lockdown c’era stata una flessione delle richieste di aiuto, dovuta molto probabilmente alla convivenza forzata delle vittime con il proprio aggressore. Nelle ultime settimane, invece, si è registrata una forte impennata delle richieste da parte di donne che non hanno sostenuto più la situazione grave che stavano vivendo.

Così, subito dopo il “restate tutti a casa”, accolto generalmente con favore anche per le conseguenze piacevoli che comportava, a partire dal silenzio delle strade quasi deserte, dalla ritrovata bellezza delle città, fino alla “bonifica naturale” di fiumi, mari e aria (persino nella laguna di Venezia erano ricomparsi i pesci), ci si è trovati dinanzi a nuovi/vecchi drammi.

E stiamo pagando, man mano, un prezzo sempre più alto, a cominciare dalla condizione dei lavoratori delle fabbriche e delle aziende di servizi, che improvvisamente vengono rimandati a casa con una blanda promessa di cassa integrazione (ma fino a quando?). Ancora peggio, però, è la sorte dei lavoratori al nero e sottoccupati, atipici e raiders e precari vari: espulsi dai loro pur precari rapporti di lavoro, e senza neppure la possibilità di percepire uno straccio di reddito, sono ora catapultati in una condizione che definire drammatica è poco. La chiusura di ristoranti, pizzerie, bar, negozi, e il loro incerto riaprire, ha costretto i relativi dipendenti, non sempre possessori di un regolare contratto, a dover fare i conti con l’improvvisa condizione di disoccupato senza reddito e con l’incertezza di non poter accedere ad alcun ammortizzatore sociale. E questa condizione è particolarmente presente nel tessuto produttivo e sociale del Mezzogiorno d’Italia, già visibilmente segnato dalla chiusura definitiva di molte piccole aziende.

L‘epidemia da coronavirus. che ha colpito maggiormente la Cina, l’Italia, la Spagna, l’Iran, gli Stati Uniti e il Brasile con tempi e modalità leggermente diversi, ha provocato, accanto ai decessi e alle restrizioni delle libertà indispensabili delle persone, un clima generale di spavento e di incertezza economica. E i più colpiti sono stati proprio gli “ultimi della terra”, i tanti che già non avevano un lavoro ed una abitazione regolare. Senzatetto, immigrati, rifugiati e tutti quelli che sopravvivono al di fuori delle pur minime tutele sociali presenti sul territorio hanno visto rapidamente divenire ancora più nero il loro futuro. E per tutti questi “invisibili”, qui in Italia il Decreto “IoRestoaCasa” dell’11 marzo è parso certamente una beffa: come si fa a restare in una casa che non c’è, o che, quando c’è, è semplicemente un tugurio?

L’inaspettato stravolgimento del vivere quotidiano delle persone, con quasi un terzo dell’umanità costretta a rimanersene isolata a casa, sembrava aver accomunato le persone al di là delle barriere sociali; e in tanti abbiamo sperato in una ritrovata fraternità, solidarietà, unione. Tutti abbiamo assistito ai canti, agli applausi e alle scritte dai balconi e dalle finestre…

Poi ci ha risvegliato bruscamente da questa sorta di torpore l’odioso assassinio razzista di George Floyd a Minneapolis negli Stati Uniti. Era anch’egli malato di coronavirus, ma non è morto di malattia. È stato ucciso, inerme, da un poliziotto bianco che gli ha premuto il ginocchio sul collo per circa nove minuti, incurante delle sue grida di aiuto e della sua sofferenza. Nonostante il lockdown e il morso della pandemia, che negli USA ha provocato oltre 120 mila morti, per larghissima parte tra i poveri e le minoranze, l’odio razziale e fascista che avvelena buona parte dell’umanità, preciso come un orologio svizzero, ha colpito ancora. Così come avviene da sempre.

Purtroppo, per Floyd e per tutti quelli come lui, il proposito “andrà tutto bene” non sarà mai una prospettiva raggiungibile.

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