carte d’identità / LEF: la fraternità

Liberté, Égalité, Fraternité. La triade rivoluzionaria fu solo l’utopistica menzogna degli illuministi? Oppure fu la visione, mai più così chiara, delle enormi, inespresse potenzialità umane, annichilite dalle società della diseguaglianza che nella storia (forse una pre — storia) hanno agito solo per conservarsi uguali a se stesse?

Una visione, appunto, un antivedere quello che non c’è, ma che potrebbe esserci; che è desiderabile e, per questo, è già attivo nelle coscienze e nelle passioni degli attori sociali, o almeno, di parte di essi, la parte che caparbiamente continua a credere nella non ineluttabilità della illibertà, della diseguaglianza e della inimicizia tra le persone come forma normale delle relazioni umane.

La “sinistra” si è collocata, negli ultimi due secoli, in un territorio ideale più o meno vicino a quella triade, secondo le sensibilità, le intenzioni e la composizione delle sue schiere. Ed è una collocazione che ancora oggi la caratterizza (o dovrebbe caratterizzarla) rispetto ad ogni altra scuola di pensiero, sebbene, in verità, quel compendio ideale è spesso diventato un travestimento, o un travisamento, oppure, cosa non meno grave, una retorica vuota.

Eppure, a ben vedere, quella triade è tutt’altro che scontata. La sua apparente semplicità nasconde una notevole complessità di pensiero e propone un approccio antropologico decisamente impegnativo al tema della comunità umana e della stessa identità e qualità delle persone.

Se libertà ed uguaglianza si possono coniugare solo al plurale, appartenendo alla sfera di quello che si vuole dalla comunità umana, e di quello che si presume essere la volontà della dimensione collettiva (vogliamo una società che garantisca la libertà — di espressione, di pensiero, di azione — mia come di tutti gli altri, e quindi auto-contenuta in questa caratterizzazione orizzontale; vogliamo una società di uguali per opportunità, per accesso ai beni materiali e immateriali, per fruizione dei diritti – e quindi che orienti in questa direzione sia la sua organizzazione funzionale, sia il lavoro e ogni forma di attività), la fraternità riguarda, per sua stessa natura, la sfera individuale e delle relazioni interpersonali.

Si può scegliere unicamente come singoli individui di avere una disposizione amichevole verso gli altri, di dismettere l’inimicizia e prediligere la condivisione come relazione normale con l’altro da sé. E non si tratta di una disposizione in sé naturale. O meglio, è naturale come Io sono la competizione e l’aggressività: esattamente nel senso che se considerassimo in astratto, ammesso sia possibile, la natura umana, vi leggeremmo ciascuna di queste disposizioni (cooperazione, condivisione, competizione, aggressione).

La fraternità è una scelta, che esclude, o tenta di farlo, molte altre; che va coltivata, perfezionata, praticata. In realtà, bisogna educarsi alla fraternità, e in questa educazione consiste la vera fuoriuscita dallo Stato di natura. La sua peculiarità è che essa non può essere imposta: per la semplice ragione che o coincide con un sentire profondo, con un modo di pensare se stessi nel mondo, o non è. Né la si può fingere. Si può fingere qualunque sentimento, perfino l’amore, ma non la fraternità. Con essa non si chiede, ma si dà, non si dettano regole, ci si fa semplicemente carico dell’altro, fino al punto di colmare con il senso di comunione anche le maggiori differenze. Nessuna finzione reggerebbe un tale livello di impegno, avendo di fronte uno così vasto spettro di condizioni umane: dalla comunione della gioia alla condivisione del lutto, dall’affetto alla compassione.

II vero senso di quella triade si fa allora più chiaro. La fraternità non era l’aggiunta moralistica ad un progetto di trasformazione sociale, destinata a finire nello spazio della esortazione; o, come è successo, destinata a fare da belletto alle rughe dei nuovi poteri, relegata all’opera sovrumana dei pii, accettati e venerati proprio perché eccezioni alla regola e rassicuranti nel loro essere fuori dal mondo.

Chi pensò la triade probabilmente fu molto più profondo ed ambizioso. Pensò che libertà ed uguaglianza, ovvero la nuova dimensione sociale e collettiva, potevano essere davvero tali solo se gli individui avessero scelto un’altra modalità di essere e di relazionarsi: appunto, la fraternità. Come condizione indispensabile per la libertà e l’uguaglianza.

ln fondo, a pensarci bene, anche la libertà e l’uguaglianza sono faticose, così poco naturali, costantemente minacciate dalla vertigine del potere e dall’euforia della sopraffazione.

Non era realistico (ahimè, i fatti lo hanno confermato) pensare di farne regola per la società degli uomini senza immaginare che qualcosa di profondo accadesse nell’idea che gli uomini hanno di se stessi e del loro stare nel mondo. E non ci fu bisogno di cercare lontano: tra i molti modi di essere e di sentire, la fraternità era, e nonostante tutto lo è ancora, proprio quello che più spinge gli esseri umani a costruire e a mostrare il meglio di sé.

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