Camminare dubitando

Ravviso, senza difficoltà, molte cose condivisibili nelle variegate riflessioni della sinistra sociale e politica che appaiono sui social.

Mi paiono sensate, ad esempio, le sollecitazioni di chi dice che c’è bisogno di dare uno sbocco normativo e istituzionale alle vertenze sui diritti, al contenzioso sull’ambiente e alle molte iniziative di solidarietà che attraversano le specifiche situazioni e i concreti assetti territoriali; e parallelamente trovo fondate le obiezioni di quelli che mettono in guardia dall’immediatismo politico-elettorale, avvertendo che un esito non testimoniale, capace di effetti veri nella vita delle persone, può arrivare soltanto se si solidifica, e prende coscienza di sé, quel tendenziale “paese nel paese” di cultura alternativa che forse c’è in embrione, ma ancora è esile sul piano dei numeri;  e  che perciò bisogna insistere soprattutto con le lotte e le attività solidali.

Alla stessa maniera, mi paiono convincenti le rivendicazioni ispirate a un programma chiaramente democratico sul piano dei rapporti tra cittadini e istituzioni e coraggiosamente keynesiano sul piano della conduzione economica complessiva; ma trovo azzeccati anche i richiami al carattere sempre più esplosivo della contraddizione tra lo sviluppo capitalistico e la salvaguardia della vita umana, e la tesi conseguente per cui è proprio da questa contraddizione (situata molto al di là del keynesismo) che bisognerebbe partire.

Ed infine mi trovo a concordare con chi suggerisce di indirizzare l’impegno militante anzitutto nella costruzione di campagne politiche e rivendicative a scala (almeno) nazionale; e parallelamente mi sento in consonanza con quanti sottolineano l’importanza delle concrete pratiche mutualistiche e conflittuali, territorio per territorio.

Insomma, pur se tirando (e sbandando) ora di qua e ora di là, a me pare che la sinistra sociale e politica dica cose mediamente giuste. E anzi, ogni suo discorso, considerato in sé, si presenta con un positivo carico di ragioni.

E tuttavia, io continuo ad avvertire un sentimento di insidiosa insufficienza.

Parto da me, dalla domanda che mi sono fatto. Che poi è un dubbio: “ma quando io parlo – ora, in questo periodo – e spiego come va il mondo, con le sue ingiustizie e le sue contraddizioni, non è mica che sto dicendo – oggi, in questo periodo – le stesse cose, pari pari, che dicevo due anni fa; o che dicevo cinque anni fa; o che dicevo dieci anni fa; o che dicevo quindici anni fa?”

È un dubbio spiacevolissimo, perché non posso far finta di non sapere che s’apre un problema non da poco se si dicono – anche oggi, in questo periodo – le identiche cose di due, cinque, dieci o quindici anni fa.

Li invidio quelli che non si preoccupano del tempo che passa e del mutare dei contesti; e che anche col mondo in quarantena, e col marasma degli effetti sociali di questa epidemia globale, non si lasciano attraversare da interrogativi fastidiosi. Li invidio, perché i dubbi, nonostante la lode molto acuta che ne fece Bertoldt Brecht, rimangono davvero irritanti e tendono a portarti in tondo.

Per esempio, io inclino a pensare che siamo entrati – per l’impatto economico, sociale, politico, e soprattutto culturale, del covid 19 – in un nuovo stadio della modernità. Ma poi vedo che, a dispetto della novità storica, sono ancora in tanti – anche persone ragionevoli – ad usare le stesse frasi di sempre, e a metterle nel solito ordine. E allora il dubbio diventa: “ma non è che sto esagerando a pensare che le coordinate del mondo si stiano davvero modificando? Non è che la crisi delle dinamiche consuete dell’io e del noi, e degli assetti sociali definitisi negli ultimi trenta/quaranta anni, sia meno profonda, alla fin fine, di come la percepisco io?”

Cerco di uscirne facendo leva sul fatto che comunque non attribuisco unicamente al coronavirus il tendenziale ridisegno del mondo. Penso, infatti, che l’epidemia abbia agito da acceleratore di un processo più generale di cambiamento, che veniva avanti da tempo.

Mi riferisco alla difficile archiviazione storica del Novecento, un secolo che ha eroicamente resistito – negli svolgimenti sociali e politici, e nella coscienza delle persone – ben oltre i suoi limiti cronologici (per non parlare dei limiti forzosamente irrealistici in cui l’aveva chiuso Eric Hobsbawm), e che però in conclusione, e in modo definitivo in questi mesi così inaspettati, si è dichiarato visibilmente ed inesorabilmente superato.

Si è aperto, insomma, un secolo nuovo; anzi, ha avviato il suo cammino proprio un nuovo stadio della modernità, con la riparametrazione (parziale) dell’io e del noi, con la riorganizzazione (parziale) del reticolo socioeconomico e con la ridefinizione (parziale) dei saperi e delle culture.

In questo sorprendente e rapido passaggio d’epoca, io credo che acquisti ancora più senso l’azione soggettiva indirizzata a promuovere l’uguaglianza tra gli esseri umani, la libertà delle persone e la convivialità delle relazioni. Ha senso perciò anche l’esistenza dei soggetti collettivi organizzati che progettano una alternativa alla società capitalistica e alimentano la prospettiva di una umanità attraversata dalla fratellanza e dalla sorellanza universali. E che poi si tratti di una struttura unitaria o di una coalizione di raggruppamenti o di una rete variegata di associazioni e comitati, non cambia la sostanza della questione.

E però: come dovrebbero funzionare, e come dovrebbero agire, questi soggetti?

Io penso che dovrebbero tesaurizzare pienamente la distinzione che Jean-Paul Sartre propose, a suo tempo e in altra situazione, tra l’“organizzazione pratico-inerte” e il “gruppo in fusione”. Le organizzazioni pratico-inerti si muovono in funzione di se medesime, con lo scopo immediato di difendere ed accrescere la propria realtà organizzata, e perciò sono attentissime ai propri riti e alle proprie simbologie; i gruppi in fusione si proiettano, invece, verso l’esterno, e si concepiscono come una parte provvisoria delle dinamiche sociali. Le organizzazioni pratico-inerti reggono normalmente più dei gruppi in fusione, sono più riconoscibili e stabili nel tempo; ma nei passaggi d’epoca, nei passaggi di fase accelerati, quando la storia si mette velocemente in moto, sono immancabilmente loro ad entrare in crisi, proprio perché si presentano meno elastiche per reggere i cambiamenti e gli strappi improvvisi.

Per come la vedo io, in questo passaggio d’epoca le soggettività collettive che predicano l’uguaglianza, la libertà e la fraternità sono chiamate a recuperare esattamente la logica dei gruppi in fusione. Se non lo faranno, o non ci riusciranno; se continueranno a camminare col passo pesante e autocentrato dei “tempi normali”, c’è poco da fare: avranno il destino segnato. Potranno anche faticare ad accorgersene, ma saranno ineluttabilmente archiviate col secolo, o lo scampolo di secolo, che le ha generate.

E voglio precisare che non sarebbe neppure tanto difficile muoversi come “gruppi in fusione” invece che come “organizzazioni pratico-inerti”. Si tratterebbe, in sostanza, di sciogliere, all’interno di una più fluida dinamica, le rigidità organizzative; e di immettere un supplemento di “epoché”, di sospensione del giudizio nei ragionamenti, costruendo più domande che risposte; e soprattutto guardandosi dalla tentazione di partire dalle risposte prima ancora che dalle domande.

È proprio la costruzione della domanda, la cosa più difficile; perché implica un cammino effettivamente accidentato, con l’andamento sudato di chi “ricerca” e non semplicemente “discute”, e con meno certezze addosso e più attitudini al cambiamento.

Non mi sfugge che s’annida proprio qui, nel concetto di “attitudine al cambiamento”, l’incaglio problematico. Soprattutto oggi, con la crisi a tutti i livelli della visione storica della realtà. La vera “chiave di volta”, infatti, è costituita esattamente dalla coscienza storica, dalla visione del mondo come “totalità” e non come segmenti l’uno staccato dall’altro. E provo a spiegarmi con un esempio che ricavo dalla attualità più immediata.

In questi giorni si discute la proposta – che è solo una proposta, e però formalizzata al Parlamento Europeo – del Recovery Fund, con corposi stanziamenti europei a favore dei singoli paesi colpiti dalla pandemia. È più di quanto in tanti prevedevamo. Una messa a disposizione di risorse per un totale di 750 miliardi di euro, 500 a fondo perduto e 250 come prestiti agevolati. All’Italia toccherebbero probabilmente 81 miliardi a fondo perduto e circa 90 in prestiti agevolati. Ma soprattutto viene introdotto il principio degli eurobond, cioè di buoni garantiti, per la prima volta, dall’insieme dell’Unione.

Lo sguardo storico dovrebbe cogliere anzitutto il dato saliente di quanto forse (forse, poiché si tratta ad oggi ancora di una proposta) sta avvenendo: e cioè il passaggio a un’altra epoca dell’Unione Europea, diversa dalla lunga stagione dell’austerità dei bilanci statali e dal principio invalicabile della riduzione del debito pubblico. Bisognerebbe dire, perciò, che certamente non saranno rose e fiori per le classi popolari, ma che una svolta c’è.

Invece, la quasi totalità dei commenti che vengono dalla sinistra di alternativa oscurano, senza neppure avvedersene, proprio il passaggio storico di fase e si concentrano esclusivamente sui singoli aspetti della vicenda. In tal modo si perde la visione d’insieme, e lo spazio di osservazione si riempie tutto con le ovvie, scontate criticità insite nella proposta.

Viene così sottolineato come le erogazioni non siano previste subito e di colpo, ma solo a partire dal 2021. E con altrettanta forza si richiama l’attenzione sul fatto che al netto dei soldi che l’Italia versa, credo attorno ai 55 miliardi l’anno (ma i soldi gli stati membri li versano anche per mantenere un sistema di mercato comune, senza dazi doganali, il che ha comunque rappresentato per alcuni decenni un “affare” per l’economia italiana), i contributi effettivi, quelli a fondo perduto, sono davvero pochi, e cioè meno di 30 miliardi. Ed infine si spiega come l’iniziativa dell’Unione Europea serva comunque a mantenere inalterata la funzione ridotta della Banca Centrale Europea, mettendo in mora qualsiasi avanzamento sulla sua trasformazione in vera Banca Centrale.

Per carità; si tratta di osservazioni critiche obiettivamente fondate; e metterle in luce aiuta a rendere più chiara la stessa visione storica.

Se però si parla solo degli specifici aspetti negativi dell’iniziativa europea, e non si riconosce neppure di sfuggita il passaggio di fase costituito dalla tendenziale fine del liberismo, ci si condanna alla smaccata incomprensione delle contraddizioni reali all’interno dei rapporti sociali capitalistici.

Marx insegnava che il capitalismo si trasforma continuamente e trasforma continuamente il mondo. Il movimento operaio del Novecento ha invece camminato sul presupposto (errato) che il capitalismo fosse già divenuto, con l’Imperialismo, un semplice sistema di putrescenza, una specie di moribondo che non vuole morire. Di conseguenza, l’idea è stata che a muoversi davvero fossero solamente le classi subalterne, mentre le classi privilegiate potevano solo restarsene ferme, in perpetua autoconservazione. Si è consolidata, cioè, l’dea che tutto è sempre uguale e che, se non arriva il socialismo, nulla cambia davvero.

Ancora oggi – dopo che il capitalismo ha talmente cambiato il mondo nel corso del Novecento da renderlo un unicum inestricabile di ricchezze e miserie, e di aspirazioni ed alienazioni, e pericolosamente indirizzato alla catastrofe ambientale – proprio coloro che più si ritengono marxisti hanno difficoltà a capire che cambiano piuttosto spesso le regole dello sfruttamento e le stesse dinamiche della determinazione del valore.

È accaduta tante volte nella storia questa incomprensione sorda dei passaggi di fase.

Nel dopoguerra, ad esempio, settori del PCI, e anche dei socialisti, pensavano che il sistema democratico fosse l’identica cosa del fascismo e non capirono il “partito nuovo”, fatto di popolo e non di “rivoluzionari di professione”, che Togliatti teneva a battesimo a Salerno nell’aprile del 1944.

La questione, insomma, è di essere all’altezza delle contraddizioni nuove, soprattutto quando le novità si presentano piuttosto chiaramente.

Del resto, il fatto che stiamo entrando in una fase post-liberista, non significa affatto che le contraddizioni tra l’alto e il basso della società e le “ragioni della lotta” vengano meno. Al contrario: potrebbe significare anche più contraddizioni e più lotte. Ma per alimentare un conflitto sociale all’altezza dei tempi, bisognerà comunque smettere di ripetere ciò che non ha più attualità, e capire ciò che abbiamo realmente di fronte. Come ricordava Hegel, soltanto nello scuro della notte le vacche sono tutte nere…

Insomma, ciò che è davvero essenziale è proprio cogliere l’essenziale (mi si scusi il bisticcio di parole) dei processi storici. E questa proposta della UE, se verrà mantenuta, conferma l’elemento di fondo del passaggio storico che stiamo vivendo ormai da alcuni anni: e cioè la sostanziale archiviazione della lunga stagione liberista anche dal punto di vista delle politiche di bilancio, oltre che sul piano delle relazioni di scambio internazionali. La qual cosa ci consegna – accanto al nodo persistente delle scandalose disparità sociali e della connessa, insostenibile concentrazione della ricchezza in poche mani -, il tema specifico di come si spenderanno quei soldi insufficienti, con l’inevitabile contenzioso tra chi vorrà destinarli a mero sostegno alle imprese e alle loro produzioni, quali che siano, e chi rivendicherà, invece, più diritti, più servizi e più sviluppo a misura di essere umano.

Sono, dunque, il recupero della visione storica e l’assunzione piena del paradigma della “totalità” le cose assolutamente necessarie per una prassi politica che voglia proporsi l’alternativa di società. Per dirla in una battuta: occorrerebbe imparare a fare politica senza pensare politicamente. Pensando, invece, storicamente. È questo, forse, che può farci muovere in sintonia col correre veloce del mondo.

Per concludere, io ritengo che prima ancora di alcune, ragionevoli proposte politiche e programmatiche – ad esempio, la ricomposizione costituente delle soggettività politiche, sindacali e di movimento che iscrivono la loro azione in un orizzonte di critica al capitalismo; oppure lo sviluppo concreto di lotte e vertenze sulle questioni attualissime del reddito universale e della riduzione d’orario a parità di salario, come anche sui diritti di cittadinanza umana per tutte e tutti, sulla salvaguardia ambientale e sulla pace -, prima ancora di questi ed altri fondamentali contenuti, occorrerebbe lavorare in profondità proprio su noi stessi, sul bagaglio culturale di  ciò che ancora si auto-riconosce come sinistra sociale e politica.

E mi pare tanto più urgente un simile lavoro perché, come si è guastata la teoria, analogamente s’è guastata la pratica, segnata sempre più dalla mera “cultura della propaganda” (propaganda minuscola, considerate le forze in campo), malauguratamente irrobustitasi proprio negli ultimi mesi. Scrivendo cose specifiche su Facebook, in tanti pensano di svolgere per intero il proprio compito. Come se la semplice denuncia delle ingiustizie, perfino la denuncia alimentata (cosa purtroppo rara) da una visione effettivamente storica, equivalesse automaticamente a cancellarle. E sono troppi i compagni e le compagne che, indipendentemente dalla presenza o meno dello sguardo storico nel loro “parlare”, non si soffermano sul fatto che sempre, in politica come nella vita, valgono molto più le cose che si muovono e non le cose che si dicono.

Ecco: questa della differenza tra la teoria e la prassi è una delle poche lezioni del XX secolo che non mi genera dubbi. E che proprio non mi sentirei di abbandonare.

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