L’Unione Europea e lo shock economico da coronavirus

Un rapporto dell’Area Studi Mediobanca stima che nel 2020 l’Italia perderà 9,5 punti percentuali di PIL, corrispondenti a circa 170 miliardi: una cifra da capogiro se si considera che saranno in prevalenza miliardi sottratti alla cosiddetta “economia reale” del Paese. È una crisi che rischia seriamente di lasciare milioni di persone per strada. Del resto, l’emergenza del Coronavirus è già stata definita, un po’ da tutti, come la peggiore crisi economica dal dopoguerra.

Tuttavia, una così vistosa perdita di ricchezza non può essere semplicemente dovuta al Coronavirus. Esistevano già nella nostra economia punti di debolezza e problemi di lunga data, che tendono a sommarsi ai danni economici diretti causati dal Coronavirus, ma che andrebbero esaminati a parte. Lo faremo un’altra volta, poiché la questione di fondo è ora come si possa fronteggiare un simile disastro. Qui mi limiterò ad analizzare, con l’ausilio di un modello, le varie opzioni che la Banca Centrale Europea ha a disposizione.

Ovviamente l’economia non è una scienza esatta, non procede con esperimenti di laboratorio che possano dimostrare l’esattezza di questo o quel principio; anzi l’economia è forse la scienza più strumentalizzata della storia, popolata da innumerevoli fazioni in lotta tra di loro per diverse visioni del mondo, ciascuna con teorie e modelli mai del tutto veri, proprio perché non dimostrabili in modo empirico. L’essenza stessa dell’economia, così come concepita nelle università di tutto il mondo, è “il modello economico”, che è un’estrema semplificazione della realtà e dove le variabili considerate sono poche (e non è neanche detto che siano le più importanti).

Va anche sottolineato che se si agisce nel contesto di un’economia capitalistica, non sarà mai possibile trovare una soluzione definitiva agli squilibri da cui scaturiscono le crisi economiche, indipendentemente dalla loro natura. Questo perché il capitalismo è una “macchina” che funziona malissimo: prevede continui interventi correttivi, con costi esorbitanti, e genera pesantissime disarmonie sociali e sempre più evidenti criticità ambientali. Purtroppo, non sono alle viste cambiamenti sociali che ci portino oltre il capitalismo, che anzi è rimasto del tutto funzionante anche in epoca di coronavirus. In tale quadro, però, non sono uguali gli interventi che si scelgono: nel senso che alcuni di essi potrebbero evitare che l’attuale pandemia porti letteralmente alla fame milioni di persone in Europa, con tutto ciò che ne può conseguire in termini di spinte reazionarie, nazionaliste e militariste.

È noto che la maggior parte degli economisti concorda nel dire che esistono due grandi insiemi differenti di shock economici. Il primo è quello degli shock di origine monetaria, come ad esempio una manovra speculativa su una determinata moneta e sui relativi titoli pubblici, con il conseguente aumento della domanda di finanziamento da parte di un dato paese (il primo a parlare della detenzione di moneta per fini speculativi fu Keynes. Prima di lui si riteneva che la moneta potesse essere detenuta solo per motivi precauzionali). Un secondo tipo di shock sono quelli che partono direttamente dalla economia reale, come ad esempio un violento terremoto, che comporta una perdita di produttività in un paese nei confronti dei concorrenti esteri.

Questa distinzione degli shock in due grandi macro-categorie serve essenzialmente per individuare le politiche più efficaci a seconda dello shock che si deve affrontare. Lo shock economico determinato dal Coronavirus riguarda ampiamente il mercato dei beni, e quindi parte dall’economia reale. Il che richiederebbe un intervento “vero”, che agisse nell’economia reale, e non un intervento semplicemente correttivo delle distorsioni del mercato.

Per ricostruire l’indirizzo europeo delle politiche economiche che abbiamo conosciuto finora, mi baserò, in parte, sul modello neoclassico elaborato dagli economisti Robert Mundell e Marcus Fleming, considerato sufficientemente valido da meritare un premio Nobel nel 2000. Fondamentale per la comprensione del modello è sapere che il tasso di cambio è il numero di unità della moneta estera che occorre per acquistare un’unità di moneta nazionale. In un regime fisso, il tasso di cambio tra la moneta nazionale e le valute straniere è deciso dalla Banca Centrale, la quale si impegna ad acquistare, oppure a vendere, la valuta straniera a un prezzo prefissato, al fine di mantenere stabile il tasso di cambio tra le due valute. In un regime flessibile, i tassi di cambio possono variare liberamente perché la Banca Centrale non interviene.                                                                                                                                   

Quando lo shock dell’economia è reale, come nel caso del Coronavirus, avviene una perdita di competitività delle imprese, un peggioramento del conto corrente, un possibile disavanzo della bilancia dei pagamenti e il deprezzamento del tasso di cambio. Se il tasso di cambio è fisso, la Banca Centrale è costretta ad acquistare la valuta nazionale per non deprezzare il cambio, con la conseguenza che si riducono la base monetaria e l’offerta di moneta, si aumenta il tasso di interesse e si riducono sia gli investimenti che il reddito. In buona sostanza, secondo il modello appena descritto, quando il tasso di cambio è fisso, a pagare le spese dello shock reale sono le aziende e i loro lavoratori. Alcune aziende chiudono, si abbassano i salari dei lavoratori e di conseguenza si riducono anche i prezzi di molti beni: avviene una deflazione.

Altra cosa è quando i tassi di cambio sono flessibili. Allo shock dell’economia reale con cambi flessibili corrisponde un deprezzamento della valuta e il conseguente miglioramento della competitività delle imprese nazionali con un aumento delle esportazioni e una riduzione delle importazioni. In questo caso lo shock verrebbe ammortizzato soprattutto dalla moneta e solo di riflesso dalle imprese e dai lavoratori alle prese col caro-vita.

Come funziona oggi in Europa?

Fino agli inizi degli anni ’70, ancora nel pieno del boom economico in Europa si preferivano i cambi fissi, più efficaci contro gli shock monetari; a partire dalla crisi energetica del ‘73 che riguardava parimenti l’economia reale, si passò ai cambi flessibili, ma i Paesi europei si accordarono fra di loro per mantenere i cambi fissi dentro il quadro europeo: prima con una moneta scritturale introdotta dal Consiglio Europeo denominata European Currency Unit (unità di conto europea) e poi con l’arrivo dell’Euro. Di fatto, con l’Euro, i Paesi europei hanno perso la facoltà di decidere autonomamente le politiche monetarie, e nella sostanza è come se ci fosse un tasso di cambio fisso fra tutti i paesi dell’Unione Europea.

A questo punto, se lo shock economico del Coronavirus fosse perfettamente simmetrico, ovverosia colpisse l’economia dei Paesi dell’Unione allo stesso modo e con la stessa intensità, ci sarebbe un deprezzamento generalizzato dell’Euro e si verificherebbe che, almeno all’interno del sistema-Europa, la moneta ammortizzerebbe in parte lo shock. Sfortunatamente la quasi totalità degli shock economici finora registrati è di tipo asimmetrico. Siccome molto probabilmente anche questo sarà uno shock asimmetrico, gli effetti per i paesi più colpiti tendono ad essere davvero nefasti per lavoratori e imprese.

Per comprendere meglio il massacro sociale a cui si rischia di andare incontro bisogna far ricorso alla teoria delle “aree valutarie ottimali” nata negli Stati Uniti negli anni ‘60 e appartenente al già citato Mundell, economista neoclassico della scuola di Chicago e oggi considerato uno dei più influenti teorici dell’architettura dell’Euro. La premessa fondamentale per il funzionamento di questa teoria è che l’Italia, come il resto d’Europa, abbia, oltre ad una piena mobilità di capitale e lavoro, al contempo anche la massima flessibilità dei salari e dei prezzi. A queste condizioni l’economia italiana potrebbe assorbire lo shock entrando in una conclamata recessione, che implicherebbe l’abbassamento dei salari e dei prezzi, la chiusura di moltissime imprese e l’emigrazione dei lavoratori italiani verso paesi più fortunati. Una volta che l’Italia si sia portata ai livelli di un paese meno sviluppato, come ad esempio la Romania, secondo tale teoria essa diverrebbe più competitiva sul mercato internazionale e potrebbe ritornare a crescere attirando anche capitali esteri. Tutto questo scenario dell’”andare indietro ora, per andare avanti domani” prende il nome di “aggiustamento dei fattori produttivi”; e, se non dovesse piacere, l’unica alternativa consentita dal modello neoclassico è un finanziamento estero, un bel prestito ricevuto dall’Europa con interessi e condizioni, come ad esempio quello proveniente dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), detto anche (chissà perché) Fondo Salva-Stati.

Ammesso e non concesso che l’Europa attualmente abbia tutte le caratteristiche di un’area valutaria ottimale, il che non è, questa teoria neoclassica ha più di un punto debole. Ne sottolineo uno fra tutti: ipotizzando di essere disposti ad accettare il massacro sociale per poi diventare più competitivi, non vi è alcuna ragione che una diminuzione dei salari possa condurre ad un aumento della produzione e dell’occupazione. Questo perché una volta diminuiti i prezzi, dovrebbero aumentare le esportazioni, che a loro volta farebbero ri-aumentare i prezzi; ma non vi è alcun motivo che le esportazioni continuino ad aumentare con l’aumentare dei prezzi. Un’ulteriore critica più articolata a questo modello neoclassico riguarda l’effetto-Keynes (la cui paternità non è da attribuire a Keynes), ossia i presunti effetti positivi sulla domanda interna di una riduzione dei salari monetari. Questa teoria è stata messa in discussione dai recenti sviluppi della teoria economica e lo stesso Keynes aveva negato la possibilità di simili effetti.

Alla luce di tutto questo, al tempo del Coronavirus dovrebbe essere chiaro a tutti che non si possono affidare le sorti di milioni di persone a modelli economici neoclassici che, oltre a presentare delle falle, chiedono dei sacrifici incalcolabili per un periodo di tempo indefinito, in cui può succedere di tutto.

Il dovere che ha l’Europa, in questo momento, è di cercare altre soluzioni, di muoversi almeno come gli Stati Uniti, i quali, in tutti i momenti cruciali della storia, non sembrano essere mai fedeli ai propri modelli economici neoclassici. Così è successo anche con il coronavirus: dopo alcune resistenze, di recente è stato approvato un sostegno all’economia degli Stati federati con una manovra proveniente direttamente dalla Federal Reserve (Fed) di 2000 miliardi di dollari, in prevalenza senza interessi o condizioni. A marzo gli Usa hanno approvato un piano record di soccorsi economici in risposta alla pandemia, senza precedenti nella loro storia, prevedendo aiuti alle famiglie e alle aziende, sotto forma di assegni di sostegno al reddito e rafforzati sussidi di disoccupazione; e con prestiti e salvataggi per imprese grandi e piccole e settori in affanno. E per finire: fondi per ospedali e sistema sanitario. Lo stesso segretario al Tesoro Steve Mnuchin si è detto pronto a fare di tutto per salvare l’economia americana, anche intraprendere nazionalizzazioni di salvataggio.

Seguendo la stessa strada degli Usa, l’Europa potrebbe bypassare tutti i limiti dell’architettura dell’Euro alle prese con uno shock reale in regime di cambio fisso. Potrebbe farlo tramite un allentamento quantitativo (Quantitative Easing): ad esempio per finanziare i sussidi di disoccupazione e, quindi, mantenere elevata  la domanda aggregata; nonché per riconvertire in nuove produzioni i lavoratori estromessi, favorire l’attrazione di capitali industriali, la nascita di nuove imprese, ecc.

Anche se non si volesse intraprendere nessuna programmazione espansiva, un allentamento quantitativo implica di per sé un effetto importante: l’immissione di nuova moneta sul mercato tramite l’acquisto di titoli, il conseguente aumento del prezzo dei titoli e la riduzione del loro rendimento. Nei Paesi in cui il rendimento dei titoli pubblici sia agganciato a quello dei tassi d’interesse bancari, questo produce un abbattimento degli interessi bancari che, in ultima istanza, permette la riduzione nel medio periodo dei mutui, dei debiti delle famiglie verso le banche e di altri tipi di scoperto finanziario. Se pensiamo a quanto le famiglie gravate da un mutuo sulle spalle e da un lavoro “sospeso” siano state messe in difficoltà dall’emergenza pandemica, questo rappresenterebbe sicuramente un considerevole aiuto.

L’immissione di moneta comporta sicuramente anche l’aumento dell’inflazione. Si stima che l’inflazione ottimale debba aggirarsi intorno al 2%, ma in Europa negli ultimi anni l’inflazione è sempre stata più bassa perché non a tutti conviene: nello specifico, maggiore è l’inflazione maggiore è la cosiddetta “imposta di inflazione”. Potrebbe non essere accettabile la ragione per cui l’inflazione venga considerata un’imposta, ma in effetti è tale perché fa perdere valore alla moneta già posseduta dai cittadini: chi possiede più liquidità subisce maggiori perdite. Questo spiega perché l’inflazione ottimale venga osteggiata soprattutto da chi possiede più denaro (comprese le banche).

È tanto assurdo chiedere che, considerata l’emergenza coronavirus, la Banca Centrale Europea si comporti come la Fed, la banca centrale americana? Fino a qualche anno fa sembrava impossibile. Non si voleva scardinare il modello neoclassico in base al quale la Bce non poteva nemmeno comprare direttamente i titoli di stato. Ed effettivamente, fino al 2015 la Bce ha comprato titoli di stato solo sul mercato secondario e solo dopo la richiesta di un prestito al MES da parte del Paese che ne avrebbe usufruito.

Tuttavia, nel nuovo contesto emergenziale le pressioni di più Paesi in difficoltà – Italia, Francia e Spagna – stanno mettendo alle corde i meccanismi legati a quel modello. Che ci sia stata un’inversione di rotta lo dimostra il fatto che sia la Fed sia la Bce hanno dichiarato di voler utilizzare illimitatamente gli strumenti a loro disposizione, addirittura acquistando anche titoli tossici o spazzatura. Un esempio concreto è dato dall’acquisto da parte della Bce, nel solo mese di marzo, di titoli di Stato italiani per un valore di circa 30-40 miliardi (e di certo l’Italia non è vista sicuramente di buon occhio dalle agenzie di rating). Inoltre, nuove regole sono state introdotte nel Mes: dal 9 aprile u.s. le spese sanitarie dirette e indirette legate alla pandemia sono state escluse dai vincoli del piano. L’accordo prevede la possibilità per i paesi dell’Eurozona di ottenere liquidità per un massimo del 2% del Pil fino alla fine dell’emergenza. 

Il più recente tentativo (forse) in dirittura di arrivo, volto a scardinare il modello neoclassico, è dato dal Recovery fund, approvato dal Parlamento europeo il 15 maggio scorso. Consiste nella creazione di un fondo garantito dal Bilancio dell’Unione Europea, da utilizzare per l’emissione di obbligazioni con l’assunzione comune del rischio. La Germania e l’Olanda, che si opponevano agli Eurobond hanno accettato questi nuovi titoli perché riguarderanno solo i debiti futuri, escludendo la mutualizzazione di quelli passati. E in programma c’è anche il Sure, una vera e propria cassa integrazione europea per 100 miliardi di euro, per accedere alla quale gli stati membri devono fornire garanzie per 25 miliardi di euro.

Certo, bisogna ancora aspettare per conoscere tempi e modalità di erogazione di questi supporti. Quanto più saranno tempestivi e coraggiosi, più saranno efficaci contro la crisi. Ma sicuramente il Coronavirus ha messo in obiettiva difficoltà il vecchio sistema neoliberista, evidenziando la sua capacità di aggravare le crisi più che risolverle.

Se si fosse continuato ottusamente a seguire l’imprinting neoclassico dell’originaria architettura dell’Euro, con la perdita di competitività dei Paesi più colpiti dall’emergenza pandemica, si sarebbe verificato uno spostamento di ricchezza più marcato (la concentrazione della ricchezza nel contesto capitalistico è comunque inevitabile) dai Paesi in difficoltà come l’Italia ad altri Paesi “più efficienti” – ed è questo che spaventa di più anche i paesi “forti” del vecchio continente – non solo in Europa ma nel resto del mondo. Tutto questo assolutamente senza la garanzia di un successivo recupero per i Paesi più colpiti.                           Quella che sarebbe stata certa è solo la prima fase di recessione economica, con tutte le sofferenze che sarebbero scaturite a livello individuale e sociale da un modello predatorio che non ha più ragione di esistere. L’Unione è chiamata infatti a decidere, e deve decidere ora, se vuole davvero essere “equa e coesa”.   

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