Lo smart working e l’individuo produttivo sociale

1) Il covid19 ha prodotto, con la sua drammaticità, una brusca accelerazione verso nuove forme organizzative e più evolute modalità di funzionamento sul fronte del lavoro. Si è generalizzato, in particolare, lo smart-woking o “lavoro agile”, ovvero l’attività lavorativa svolta “da remoto”. Si può lavorare anche da casa e non soltanto nei luoghi abituali delle aziende, degli uffici e delle strutture pubbliche.

Nel pieno della pandemia del coronavirus molti lavoratori degli uffici aziendali, della pubblica amministrazione, del comparto scuola – ma complessivamente anche gran parte della società in modo trasversale, ciascuno con le proprie conoscenze ed esperienze, dai bambini in età scolare agli adulti – si sono trovati a sperimentare, in modo del tutto nuovo e improvvisato, forme di apprendimento e modalità di lavoro che prima del covid19 erano ancora scarsamente praticate e poco conosciute.

Queste nuove modalità di interazione e lavoro, frutto della rivoluzione informatica, sono state applicate e messe all’ordine del giorno anche dal governo italiano, e rese più operative da norme che hanno disciplinato ulteriormente la legge 81/2017. Anzi, il governo ha esplicitato l’intenzione di investire risorse consistenti nel settore delle nuove tecnologie proprio per renderle maggiormente fruibili, potenziando sia gli strumenti che la formazione, prevedendo per quest’ultima ore specifiche da ricomprendere nell’orario di lavoro.

Alla guida di questo passaggio che proietterà il lavoro intellettuale, di ricerca, di ufficio e di apprendimento nella quarta rivoluzione industriale, è stato chiamato Vittorio Colao, un manager esperto e con esperienza internazionale nel campo delle nuove tecnologie, ed è stata nominata una apposita task force con il compito di tracciarne il percorso.

Si capisce, insomma, che non siamo solo alla necessità di far fronte all’emergenza covid19 nella fase pandemica. L’organizzazione e lo sviluppo dello smart-working rispondono soprattutto alla esigenza del capitalismo italiano di modificare le tradizionali logiche di organizzazione del lavoro. È una linea di tendenza che viene incoraggiata, tra l’altro, da corposi studi sulla convenienza economica di tali modalità di lavoro. Il Politecnico di Milano ha calcolato che, in Italia, un aumento significativo delle pratiche del “lavoro da remoto” potrebbe significare, al momento, 27 miliardi di euro in più di produttività e 10 miliardi di euro in meno di costi fissi. E tutte le ricerche convergono sull’assunto che chi lavora fuori dall’azienda o dall’ufficio dell’amministrazione di appartenenza diventa mediamente produttivo fino ad un 35-40% in più, ed ha un assenteismo del 63% in meno.

2) Ma la progressione verso l’uso delle nuove tecnologie nel lavoro  potrebbe diventare ancora più generalizzata se si pensa alle ricadute “di sistema” in termini di minore bolletta energetica e approvvigionamenti petroliferi, dovuti ai minori spostamenti, oppure allo sviluppo ulteriore del mercato digitale, quello delle grandi piattaforme informatiche (Google, Apple, Facebook, Amazon) ma anche quello delle Sharing economy o della Gig economy, nonché le ditte della “on demand economy”, che già oggi riescono a dare vita a grandi mercati globali .

Il punto è che le dinamiche del capitalismo, e quindi della valorizzazione del capitale, sono legate in modo stretto non solo alla diretta produzione “di fabbrica”, con i robot e la meccanizzazione informatica, ma anche allo sviluppo delle molte forme innovative di lavoro per quanto riguarda gli altri comparti a monte e a valle delle fabbriche, tutte capaci di cooperare alla creazione di plusvalore per il sistema complessivo.

Va anche precisato che lo smart-working non è da confondere con l’antesignano “telelavoro”, al quale erroneamente viene spesso assimilato.

Il telelavoro nell’organizzazione classica era concepito come semplice trasposizione delle modalità lavorative aziendali presso l’abitazione del tele-woker, con lavori ripetitivi, scarsa flessibilità e competenze professionali, e con il lavoratore legato al retaggio mentale della “timbratura del cartellino”. Né, tantomeno, deve essere confuso con il lavoro “da remoto” delle élite: i manager e i professionisti, che più o meno lo praticano da sempre.

Va invece considerato come già oggi la gran parte del lavoro agile dal proprio domicilio sia svolto da lavoratori che vivono di bassi stipendi, da precari con scarse tutele sociali, da prestatori d’opera autonomi solo di nome, da freelance, dagli obbligati alla “partita-iva”, dai lavoratori a progetto. E con la pandemia abbiamo visto aggiungersi i call center e soprattutto gli insegnanti (che si sono ritrovati col lavoro raddoppiato). La maggioranza di queste figure conosce stabilmente la condizione precaria. Non si può certo dire che sono dei privilegiati.

Lo smart-working appare piuttosto come un superamento sostanziale del telelavoro. Del resto, lo smart-woker lavora non solo a casa e non ha nessuna postazione fissa, poiché i mezzi tecnologici gli permettono di svolgere la sua prestazione dappertutto, tenendosi in contatto, se richiesto, con il gruppo di lavoro aziendale. Ma soprattutto lo smart-woking comporta anche un radicale ripensamento del modo di lavorare in termini di tempi, orari e misurazione del risultato, in quanto è incentivato per obiettivi: lascia al lavoratore lo spazio di auto-organizzarsi, in modo individuale o per piccoli gruppi, a patto che si portino a termine gli obiettivi stabiliti nelle scadenze previste.

Questa nuova forma e modalità di lavoro è oggi molto mistificata dalla cultura dominante, che la fa passare come l’incontro tra il bisogno di libertà, di professionalità e di responsabilità del lavoratore-smart, con le esigenze imprenditoriali delle aziende.

Non è che allo smart-work manchino le professionalità e le responsabilità – anzi, spesso sono elevate -; ma mentre con la fase precedente, quella del lavoro presso l’azienda o l’ufficio di competenza, il lavoratore subiva l’alienazione solo nei tempi della prestazione lavorativa, adesso l’alienazione se la ritrova anche nei tempi di vita, in quanto deve sempre restare a disposizione del processo produttivo. Ed ovviamente, in questa “alienazione totale”, sono come sempre  le donne a portare il peso maggiore, chiamate a fare i salti mortali tra l’attività non riconosciuta di cura familiare, l’attività di lavoro subordinato e un tempo di vita drasticamente ridotto al lumicino.

3) Tutti questi elementi messi insieme fanno sì che lo smart-workig, alla fin fine, ricordi molto da vicino il lavoro di fabbrica fatto di “isole di produzione” supportate dal “just in time”, o il vecchio (ma sempre attuale per il capitale) lavoro a domicilio, con luoghi di produzione dappertutto, abitati da precari e nomadi del lavoro. Qualcosa di molto simile al lavoro dei migranti. Tanto più che lo smart-worker deve anche ingegnarsi per trovare spazi fisici lontano da condizionamenti, dalle convenzioni e dalle distrazioni (come possono essere quelli familiari).

In effetti, lo smart-working assomiglia molto a una vecchia stanza riverniciata a nuovo, che odora di pittura fresca, ma nelle cui mura si pratica la vecchia flessibilità in modo ancora più esteso. Per dirla in breve, il lavoro agile: a) porta con sé una nuova forma di irreggimentazione sociale e di sottomissione del lavoro subordinato; b) sancisce una maggiore intensificazione della prestazione lavorativa rispetto alle forme di lavoro finora conosciute; c) ripropone, attraverso i riconoscimenti economici e professionali per obiettivi, null’altro che il vecchio cottimo. 

Per comprendere meglio il ruolo dello smart-working ed il suo ineludibile passaggio per le classi dominanti, c’è bisogno anche di sgombrare il campo dall’idea che sia solo il lavoro che immediatamente genera merci a produrre l’accrescimento della ricchezza complessiva e la stessa valorizzazione del capitale. In realtà, il capitalismo, come sistema, ha da tempo messo a valore tutto quello che rientra nella sfera della riproduzione del sistema produttivo, facendo cooperare tutti alla riproduzione sociale allargata. L’apparato logistico, la scuola, la sanità, la ricerca, la formazione, la giurisdizione, la sicurezza eccetera eccetera: sono tutte attività che non svolgono più una mera funzione di supporto alla produzione dei valori capitalistici, ma vi cooperano direttamente, alla stessa maniera del lavoro di fabbrica tradizionale. Noi di LEF chiamiamo questa fase, non a caso, “totalizzazione del rapporto sociale di capitale”, ed intendiamo, con ciò, che i rapporti di produzione capitalistici sono oggi estesi non solo ai lavoratori delle fabbriche, dei cantieri, delle miniere e delle aziende agrarie, ma anche ai servizi e al terziario, indipendentemente dal fatto che siano a proprietà pubblica o a proprietà privata. Il punto è che tutto il lavoro sociale serve oggi ad aggiungere valore al capitale complessivo; che a sua volta è null’altro che l’insieme di tutte le strutture (ma proprio tutte), attraversate dal lavoro umano.  

In questo scenario lo smart-working e gli smart-works fanno parte, al pari del lavoro di fabbrica robotizzato, della linea più avanzata della valorizzazione del capitale. Ciò è stato reso possibile dalla rivoluzione informatica, con la quale viene resa possibile proprio la sussunzione nel sistema del lavoro socialmente accumulato di tutto ciò che è “attività umana”, ivi compreso la grandissima parte del lavoro intellettuale. Tendenzialmente tutto ciò che facciamo viene sottoposto alla stessa inesorabile forma dello scambio diseguale tipico delle relazioni sociali del capitalismo. E lo smart-working è una delle  forme di integrazione più evolute del lavoro, poiché l’interagire dei molti smart-wokers crea continuamente un’intelligenza diffusa, tesa a incamerare senza posa informazioni e a promuovere innovazioni. Sempre più è il comportamento complessivo dei tanti “singoli agenti” a produrre i modelli funzionali del sistema.

Va tenuto comunque fermo, in questo quadro super tecnologico, che non viene affatto meno lo sfruttamento. La responsabilizzazione dello smart-woker sul versante della informazione e dell’innovazione, associata all’integrazione virtuale di tutta la società grazie all’uso continuo dei social media, propone sì un’intellettuale collettivo più evoluto, capace di muoversi in modo tecnologico e di connettersi con altri; e però aliena profondamente le persone: proprio in quanto lavoratori subordinati che cedono, in uno scambio diseguale col capitale stesso, tutte le loro capacità:

4) Va infine sottolineato come lo smart-working faccia venire meno il fattore umano del vecchio modello organizzativo di ufficio, con la sua trama di relazioni in cui il lavoratore agiva e viveva. Ed inoltre ci sono lavori in smart-working, come quelli dell’insegnamento, che sentono ancora più duramente la rarefazione del contatto umano. Soprattutto per i minori, le dinamiche emozionali sono indispensabili all’apprendimento, e non possono certo essere di tipo virtuale. C’è bisogno di stare faccia a faccia per attivare una formazione che voglia dirsi tale.

Più in generale, col lavoro a distanza risultano quasi del tutto impossibili lo scambio non ufficiali di opinioni, confidenze e ipotesi progettuali, la stabilizzazione effettiva della condivisione, l’incontro dei caratteri, l’essere partecipe, lo stare insieme, il far parte attivamente di una comunità del lavoro.

C’è poco da fare: il futuro del capitale e dei lavoratori passerà attraverso questa nuova modalità e organizzazione del lavoro. Ma bisogna saperlo che essa creerà nuove alienazioni, che andranno ad impattare l’esistenza stessa del lavoratore.

Ma questo implica pure che, col lavoro tutto prevalentemente smart, non mancheranno affatto le contraddizioni e non finirà la conflittualità tra capitale e lavoro, benché all’interno di una ulteriore frammentazione del corpo sociale. Anche se mancheranno i luoghi fisici d’incontro e le relazioni tra lavoratori diventeranno più difficili, la lotta tra le classi si presenterà ad altri livelli. E saranno proprio l’alienazione e la flessibilità, che impegneranno tutta l’esistenza del lavoratore in una rincorsa a creare plusvalore per il capitale, a fungere, poi, contemporaneamente da molla per rimotivare le lotte e spingere le persone a trovare una alternativa allo stato di cose presenti. Ma questo sarà possibile solo se il nuovo conflitto si renderà davvero conto dei cambiamenti avvenuti, senza restare imprigionato nelle vecchie logiche del Novecento.

Bisogna prendere atto, in sintesi, che l’epoca della totalizzazione del rapporto di capitale impone un nuovo orizzonte. Se la lotta dei lavoratori resterà incentrata sulla produzione immediata, e non sui tempi di vita e di lavoro, si finirà facilmente in un vicolo cieco: sia perché c’è già il macigno della frantumazione dei lavoratori, e sia perché le nuove tecnologie non permettono più le rigidità lavorative del secolo scorso.

D’altra parte, oggi come oggi, il rapporto di capitale non concentra più la sua esistenza ed il suo sviluppo sulla produzione immediata, né sul tempo specifico di lavoro, bensì sui fattori sociali, sulla mobilitazione produttiva del corpo sociale. Si è perciò chiamati al riposizionamento dai temi della produzione immediata a quelli della riproduzione materiale, con esplicite proposte sui tempi di vita e di lavoro, e con l’inserimento nella lotta di classe del concetto di persona, e con la prospettiva dei diritti per una nuova cittadinanza umana. 

Il conflitto, in questo modo, è chiamato a misurarsi immediatamente coi fattori umani, con ciò che resiste alla metamorfosi dei lavoratori in merce ad uso del capitale. In questo senso, con i diritti della persona prima ancora dei diritti del lavoratore, si possono rivendicare anzitutto i bisogni di vita: reddito, casa, cura, ambiente pulito, istruzione, tempo per gli affetti, o perché no? tempo per la propria religione, e tutte le altre cose che l’attuale rapporto di capitale permette sempre meno.

Sapendo in anticipo che rivendicare i diritti della persona significherà anche scontrarsi con lo stato di cose presenti ed aprire la strada all’alternativa di sistema.

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