Le regioni facciano un passo indietro

L’insegnamento che ci viene dalla tragedia del coronavirus

1) È piuttosto sorprendente che fra i tanti numeri messi in fila a proposito del coronavirus, manchino proprio quelli che forse più dicono qualcosa su come è messa la sanità in Italia. Si tratta di un conteggio macabro, che risparmierei volentieri al lettore; ma è utile prenderlo in esame, perché è proprio la percentuale dei decessi sul totale dei contagiati censiti, che aiuta a capire quanto siano divenuti profondi i guasti della regionalizzazione della salute e delle istituzioni di cura.  

Non ci dice molto, al riguardo, l’ampiezza dei contagi, che pure colpisce l’opinione pubblica perché si presenta straordinariamente diversificata da regione a regione. Essa, infatti, può essere spiegata con le circostanze particolari e imprevedibili della diffusione iniziale, ovvero con la imponderabilità del caso, che accende focolai intensi da una parte e blandi fuocherelli dall’altra. Succede, perciò, che mentre in Lombardia si censisce, ad oggi, un tasso di contagio pari allo 0,81% della popolazione, in Umbria la lista dei contagiati assomma appena allo 0,15%, è allo 0,10% in Puglia, e segna appena lo 0,07% in Campania e lo 0,06% in Sicilia.

Ad essere puntigliosi, pure dal numero dei contagi censiti si potrebbero ricavare corposi elementi di giudizio su come ciascuna amministrazione regionale abbia concretamente introdotto le misure di salvaguardia. Se in un’area sostanzialmente omogenea per densità abitativa, sviluppo economico e qualità della vita, com’è il Nord dell’Italia, si registrano così vistose differenze sul numero dei contagi censiti – al già ricordato 0,81% della Lombardia si contrappongono, ad esempio, lo 0,38% del Veneto e lo 0,25% del Friuli -, è abbastanza probabile che abbiano avuto la loro influenza, assieme a molte altre cose, anche le specificità gestionali che fanno capo alle governance regionali.

Ma non ritengo particolarmente produttivo insistere su questo aspetto.

Molto meno ambiguo mi pare, infatti, il numero dei decessi sui contagiati censiti. In questo caso le circostanze particolari e la imponderabilità del caso non hanno peso, poiché il contagio produce i medesimi effetti ovunque: diverse persone incontrano il virus ma non accusano sintomi, e perciò in massima parte non rientrano neppure nei numeri censiti; molti dei censiti presentano poi sintomi lievi; un numero non piccolo di contagiati conclamati va incontro a marcate difficoltà di salute e ha bisogno dell’intervento ospedaliero; una parte abbastanza consistente di questi ultimi si ritrova, alfine, sul crinale strettissimo che separa la vita dalla morte. È questo che succede dappertutto, più o meno alla stessa maniera.  

Indubbiamente anche questo è un dato influenzato da molte variabili: in particolare, dalla effettiva attendibilità del numero dei censiti e dalla effettiva attendibilità delle diagnosi per “morte di covid 19”. Tuttavia, tutte le regioni hanno utilizzato le stesse linee-guida per le diagnosi, e hanno definito al medesimo modo i “casi censiti”. È possibile perciò ragionare sensatamente su un rapporto tra il numero ufficiale dei decessi e, appunto, il numero ufficiale dei “positivi censiti”.

Non mi sfugge che ha avuto un qualche peso l’età media della popolazione, poiché dove ci sono più anziani diventa statisticamente più alta la probabilità di morire. È perciò possibile che nel dato del Piemonte, della Liguria o delle Marche – rispettivamente 11,74%, 14,57% e 14,69% di deceduti sul totale dei contagiati censiti – abbia influito anche l’età media della popolazione, sensibilmente più alta della media italiana, assestatasi nel 2019 a 44,91 anni. Ma anche questo è un elemento da non enfatizzare: se è vero, infatti, che l’età media è elevata in Liguria (48,46 anni), in Piemonte (46,54) e nelle Marche (46,09), essa è parimenti alta anche in Friuli (47 anni) e in Umbria (46,4), dove però la percentuale dei decessi sui contagiati è stata finora sensibilmente più bassa: 9,90% in Friuli e addirittura 5,03% in Umbria.

In sostanza, la percentuale dei decessi censiti sui contagiati censiti è un numero che non può essere aggirato facendo entrare in ballo le cifre certe sull’età media o le cifre incerte sulla massa nascosta dei contagi. Non si tratta, infatti, di morti “scoperti ex-post”, ma di deceduti già comunque presi in carico, chi all’inizio e chi alla fine del decorso della malattia, dal servizio sanitario. E perciò sono stati tutti conteggiati in partenza sia come deceduti che come infetti. Vengono ricompresi, cioè, sia al numeratore che al denominatore del rapporto che istituisce la proporzione di cui parliamo. Dovremmo ritenere, semmai, che tutti i numeri forniti, in tutte le regioni, siano una parte soltanto dei contagi e dei morti reali, perché né i contagiati né i deceduti sono stati tutti effettivamente censiti. Ma questo non cambia nulla ai fini del ragionamento che qui si propone.

E voglio anche dire che neppure ha molto senso richiamare le interferenze climatiche (a clima uguale corrispondono, di fatto, numeri sensibilmente diversi) o l’inquinamento urbano e industriale (zone ugualmente inquinate danno comunque risultati differenti).

C’è poco da questionare: la percentuale dei decessi chiama in causa soprattutto l’intervento sanitario concreto, e cioè la tempestività delle diagnosi, l’accuratezza delle analisi e la completezza delle cure. Chiama in causa, insomma, lo stato di efficienza reale del sistema sanitario regione per regione.

Un’ultima annotazione: che il sistema sanitario italiano sia caratterizzato dalle logiche liberiste non aggiunge perfettamente nulla al dato che sottopongo al lettore. Esso, infatti, è strutturato ovunque in senso liberista, dalle Alpi a Pantelleria. Negli ultimi decenni, privatizzazioni, tagli, strapotere delle baronie mediche e commistione malsana di nosocomi pubblici e privati sono stati la regola dappertutto, nelle regioni ricche non meno che nelle regioni povere. Ma pur all’interno di un sistema che, essendo liberista, i guasti tenderà comunque a determinarli in partenza, resta il fatto che da qualche parte un infettato ha più possibilità di morire e da qualche altra parte più possibilità di scamparla. E questo ci dice che c’è davvero un problema nella disarticolazione regionale della sanità italiana.

2) La dico in altro modo: se la gestione dell’epidemia che c’è stata in Lombardia (con decisioni tragiche, come la collocazione dei degenti positivi non gravi nelle case di riposo degli anziani) ha avuto probabilissime conseguenze nell’incidenza dei contagi, che non a caso è la più alta d’Italia – come abbiamo visto è più del doppio del Veneto, ed è comunque un quarto più dell’Emilia-Romagna, che pure registra il dato molto alto dello 0,60%, ed è tre volte più della Toscana, che ha lo 0,26% di contagiati -, la cifra altissima dei decessi lombardi, pari addirittura al 18,38% dei contagiati censiti, ci dice di una catastrofe già ampiamente consumata a monte. Consumata, per dirla in chiaro, con la ospedalizzazione spinta delle malattie e contemporaneamente con la privatizzazione spinta degli ospedali.

I contagiati lombardi hanno pagato sulla propria pelle, con un rapporto doppio o più che doppio tra deceduti e contagiati rispetto a Veneto (8,85), Toscana (9,63) e Friuli (9,90), un abbandono più accentuato della medicina di prevenzione e dei presidi territoriali diffusi; al tempo stesso, hanno pagato una più accentuata corsa alla super-specializzazione selettiva dei reparti ospedalieri, in particolare quelli privati, che non a caso sono serviti poco o nulla in questa vicenda.

Ma non vorrei essere frainteso. Non intendo attaccare in modo particolare la sanità lombarda o piemontese o ligure, che hanno praticato, con tutta evidenza, un liberismo più spinto rispetto ai vicini veneti o friulani o toscani. Anzi, io penso che le regioni del Sud dovrebbero davvero ringraziare il cielo per lo sfasamento temporale dei tempi del contagio tra il Nord e il Sud dell’Italia. Se la ruota del caso avesse girato in direzione opposta, da Sud a Nord, probabilmente il disastro complessivo sarebbe stato maggiore. La Campania, ad esempio, non ha solo, come abbiamo visto, numeri bassi per quanto concerne il contagio, ma registra anche una incidenza di decessi che è meno della metà della Lombardia. Ad oggi sono venuti meno “solamente” l’8,52% dei contagiati ufficiali. Tradotto: il sistema sanitario campano, proprio grazie alla bassa diffusione dei contagi, ha potuto concentrarsi al meglio sui malati.

Ma cosa sarebbe accaduto se, anziché lo 0,07 della popolazione, il contagio avesse riguardato lo 0,65% come in Piemonte, o lo 0,56% come in Liguria, o lo 0,64% come in Trentino, o anche lo 0,25 come in Friuli? Chiunque può darsi da solo la risposta, considerando che la rete ospedaliera campana conta oggi 2,32 posti-letto ogni mille residenti e in Friuli ce ne sono 5. E che, sempre in Campania, la sanità può contare su 7,8 dipendenti ogni mille abitanti, mentre nel Friuli-Venezia Giulia sono 16,2, in Liguria 15,2, in Toscana 13,7, in Emilia-Romagna 13, in Piemonte 12,6 e in Umbria 12,6…

È ovvio che all’origine di un così vistoso differenziale c’è la storia complessiva del Sud all’interno del sistema capitalistico italiano. C’è la destinazione delle regioni meridionali ad aree di degrado e di precarità, vocate a produzioni povere e perlopiù di scarto.  Ma non è su questo che voglio ora richiamare l’attenzione.

La questione che qui intendo mettere a fuoco è, infatti, quella del particolarismo gestionale della sanità italiana: il fatto, cioè, che si sia determinata nel tempo una differenziazione sempre più marcata, tra regione e regione, perfino all’interno dell’identico paradigma liberista. Chiunque si sia trovato investito di autorità gestionale ha cercato di far camminare la propria sanità più speditamente delle altre, con l’obbiettivo della “salute come affari e profitto”. La qual cosa non solo ha penalizzato la salute umana in quanto “diritto indisponibile”, ma ha anche alterato profondamente la fisionomia reale dell’assistenza sanitaria da luogo a luogo.

Di fatto, con numeri alti di contagiati, la Campania avrebbe vissuto un’autentica tragedia non soltanto per il deficit conclamato di strutture, di presidi ospedalieri e di personale sanitario. La tragedia sarebbe arrivata anche, e soprattutto, per le gravi criticità che hanno segnato quella gestione sanitaria negli ultimi decenni; da quando, per l’appunto, l’assistenza sanitaria è diventata una questione esclusivamente regionale. Basterà citare il nepotismo (o peggio) delle assunzioni, la proliferazione dei laboratori privati di analisi o il dato delle “liste di attesa”, che in Campania restano lunghissime, ad onta delle medaglie che il presidente Vincenzo De Luca si appunta quotidianamente sul petto. Chi soffre di patologie gravi ed urgenti non può ovviamente aspettare. E così ogni anno 12.000 cittadini malati di tumore vanno fuori regione per potersi curare, causando un rilevante saldo negativo nel bilancio sanitario, che l’anno scorso è stato di ben 318 milioni…

3) Siamo così al punto decisivo del discorso: si può davvero continuare ad andare avanti con la gestione regionale della sanità? E, più in generale: si può davvero andare avanti con il malsano protagonismo delle regioni?

Ormai non siamo solo noi di LEF a sostenere che la sanità non possa rientrare nella logica del profitto e debba tornare ad essere gestita direttamente dallo Stato – ovvero, dal soggetto che può esprimere, più di ogni altra istituzione, l’interesse generale e, di conseguenza, l’impegno (articolo 3 della Costituzione) a “rimuovere gli ostacoli” che impediscono l’effettiva uguaglianza dei cittadini. È una opinione che si è fatta largo in questi due mesi, e sempre più chiaramente la troviamo espressa a destra come a sinistra. Inoltre, dietro di essa, sta finalmente cominciando a delinearsi un dubbio sacrosanto: non sarà che una parte del problema, oltre alla logica liberista, stia proprio nel sistema in sé delle autonomie regionali?

Anche chi non si è mai occupato di architetture istituzionali non ha potuto che trasecolare udendo le dichiarazioni dei vari presidenti di regione, che amano farsi chiamare non a caso governatori, sulla chiusura “dei propri confini”. Da Zaia a De Luca, da Musumeci a Fontana, tutti hanno rivendicato, come nulla fosse, il primato delle loro decisioni in materia di chiusure e aperture, e perfino di protezioni e profilassi, rispetto alle disposizioni del governo e del Parlamento.

Si può ovviamente sorridere della supponenza di questi personaggi e della loro trasparente voglia di atteggiarsi a capi di Stato; ma, se ci riflettiamo un attimo, non è difficile scorgere più serie pulsioni nel ridicolo di simili atteggiamenti. E la storia insegna che spesso le cose serie, e finanche quelle tragiche, cominciano proprio con le stupidaggini.

Stupidaggini o assurdità, come quella vissuta nelle ultime due settimane dagli abitanti dei comuni confinanti di Cattolica e Gabicce, i primi obbligati a starsene, per ordinanza della Regione Emilia-Romagna, a 200 metri dalla spiaggia, mentre i secondi hanno avuto il permesso, dalla Regione Marche, di passeggiarvi in lungo e in largo. L’assurdità è che non c’è nessuna soluzione di continuità, non c’è neppure 1 m di distanza tra quei due comuni: la spiaggia è unica, come unico è il lungomare, come unica è la stazione ferroviaria, che non a caso si chiama Cattolica-Gabicce, e unico il casello autostradale (che pure si chiama Cattolica-Gabicce). Ovviamente la passeggiata su quella spiaggia è una questione minuscola, del tutto trascurabile nelle molte confusioni di questi mesi. Non è però irrilevante la questione giuridica e istituzionale cui rinvia. E cioè: fino a che punto il potere delle Regioni può contrapporsi al potere dello Stato?  

4) Voglio ribadirlo nel modo più brutale: il fallimento evidente del sistema regionale di fronte all’emergenza e il connesso disvelamento dei guasti complessivi della sanità costringono chiunque abbia occhi per vedere ad interrogarsi senza reticenze sull’articolo 117 della nostra Costituzione.

Proprio su tale articolo si appuntò la Legge Costituzionale 3/2001, riordinando l’intero Titolo Quinto. Deputati e senatori la votarono con la baldanza e il piglio delle svolte storiche, convinti che le cose bastava modificarle per migliorarle. Spesso è vero; ma altrettanto spesso è vero il contrario. Purtroppo, nel caso dell’articolo 117, l’intervento si è rivelato nettamente peggiorativo. E oggi, a distanza ricerca vent’anni, si può cominciare a dirlo apertamente.

Basta confrontare i due capoversi. Quello precedente il 2001 recitava: “La Regione emana per le seguenti materie norme legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, sempreché le norme stesse non siano in contrasto con l’interesse nazionale e con quello di altre Regioni”; il testo ora in vigore si limita a dire: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. Scompaiono, cioè, il concetto di “interesse nazionale” e i “principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato”. Lo Stato e le Regioni sono messi, in sostanza, sullo stesso piano.

Così, mentre la precedente stesura chiariva ulteriormente, al successivo articolo 118, che alla Regione spettavano soltanto “le funzioni amministrative per le materie elencate nel precedente articolo”, l’attuale dettato introduce, al terzo comma, il concetto oscuro e deleterio di “legislazione concorrente”, sotto l’egida del quale cade di tutto: dal commercio con l’estero al lavoro, dalla ricerca scientifica alla salute, dalle comunicazioni all’energia, dal coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali. E soprattutto aggiunge: “nelle materie di legislazione concorrente spetta alle regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”.

C’è da meravigliarsi se con un tale capovolgimento di poteri, il Ministero della salute sia diventato una semplice struttura di coordinamento, monitoraggio e (fin troppo) educata sorveglianza? E neppure c’è da stupirsi se diverse regioni, in particolare quelle a guida leghista, sgomitino rumorosamente per mettere le mani anche sulla scuola pubblica. L’attuale articolo 117 riserva, infatti, allo Stato solo generiche “norme generali sull’istruzione”, mentre il comma terzo fissa seccamente l’istruzione nelle materie di legislazione concorrente (quelle per le quali spetta alle regioni la potestà legislativa), temperando appena tale dispositivo con l’autonomia delle istituzioni scolastiche (che però non rappresentano un effettivo “contropotere”, né possono rappresentarlo).

È inutile girarci intorno: se davvero l’istruzione diventasse un affare regionale, saremmo ad un disastro addirittura maggiore di quello sanitario. Per capire cosa potrebbe significare, ci si documenti un poco sulla scuola trentina, per ora l’unico caso di sistema scolastico effettivamente regionalizzato (lo è da circa vent’anni). Esso è caratterizzato da presidi che rispondono all’assessore regionale e da docenti rigidamente sottoposti ai presidi, tutti con uno stipendio un poco cresciuto e però abbondantemente stra-ripagato con un impegno di lavoro ben più gravoso. Secondo i calcoli sindacali, un docente trentino lavora mediamente 130 ore all’anno in più del suo collega veneto, lombardo o calabrese.

Ma fosse solo questo! Nella scuola trentina vige anche la esternalizzazione dei servizi amministrativi e di collaborazione che normalmente vengono svolti dal personale Ata. E soprattutto succede che la Provincia autonoma definisca fino al 90% dei programmi scolastici. In concreto, sono state introdotte materie di lingue, storia e tradizioni locali in un’ottica di esplicita riduzione degli orizzonti. Insomma, l’esatto contrario di una scuola davvero moderna, chiamata a collocare “nel mondo” i propri alunni.

5) Tutti speriamo che dalle tragedie si possa alla fine uscire con qualcosa di buono; ma nessuno lo può sapere se, individualmente presi, riusciremo davvero ad essere migliori dopo la pandemia. È abbastanza plausibile, tuttavia, che il disastro causato dal coronavirus nel nostro Paese porti a maggiore consapevolezza sulle criticità più evidenti dell’assetto istituzionale. Non credo, perciò, di essere il solo a interrogarsi sull’articolo 117 della nostra Costituzione.

Purtroppo, una iniziativa di revisione costituzionale non può partire direttamente “dal basso”. Le modifiche prevedono l’iter complesso della doppia lettura nei due rami del Parlamento e l’eventuale referendum confermativo; e non c’è oggi una maggioranza capace di perseguire un simile obiettivo, né è prevedibile che ci sia nei prossimi, immediati anni.

Nondimeno, una discussione “a chiaro giorno” sui limiti nel sistema regionale italiano – intendo una discussione ampia, che veda una pluralità di voci e di prese di posizione – sarebbe doppiamente utile: anzitutto, perché farebbe crescere nel corpo sociale una maggiore consapevolezza sull’origine di molte disfunzioni che hanno funestato questi ultimi mesi; in secondo luogo, perché sbarrerebbe il cammino, o comunque lo renderebbe meno agevole e più accidentato, a coloro che vorrebbero addirittura un’ulteriore crescita delle competenze regionali: sulla scuola, sulle tasse, sull’ordine pubblico, sulla regolamentazione generale della vita associata e su tutto ciò che riguarda il nostro vivere concreto.

Ma è proprio necessario fasciarsi la testa prima di rompersela? Se la consapevolezza crescerà veramente nel Paese, non sarà detto che poi non si arriverà ad una positiva modifica costituzionale. Non in questa, e forse neppure la prossima legislatura, ma nel giro di pochi lustri, di un decennio, ci potrebbe anche essere una nuova Legge Costituzionale, semplice semplice, che sostituisca l’attuale articolo 117 con quello che c’era prima, armonizzando con appositi decreti attuativi e in tempi ragionevoli, la massa disordinata di leggi e leggine che si sono improvvidamente cumulate a livello centrale e nelle varie regioni sulla base della sciagurata modifica del 2001.

È solo una speranza? Certo che lo è. Una speranza, peraltro, neppure risolutiva, dal momento che le logiche liberiste e il predominio dei profitti creano problemi sia che la gestione la facciano le Regioni e sia che la faccia lo Stato. Ma è un terreno d’azione che vale la pena di esperire. La collocazione nell’ambito di una cornice unitaria del contenzioso sui diritti di cura e sulla tutela dei beni comuni facilita, infatti, proprio le ragioni del conflitto e dell’alternativa, e non quelle della gestione e della conservazione dell’esistente. Chi vuole una società più giusta e più partecipata dal basso ha perciò tutto l’interesse a chiedere un passo indietro alle regioni. È un impegno cui è chiamata anche una piccola rivista come LEF, che da sola può smuovere poco o nulla. Ma ogni inizio è fatto pur sempre di piccoli passi. E non a caso il sommo poeta ricordava a tutti, nel primo canto del Paradiso, che “poca favilla gran fiamma seconda” …

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