Lo Stato deve tornare a gestire la sanità italiana

Abbiamo iniziato a conoscere il nemico invisibile con le prime immagini dalla Cina, pensando che quel paese e quel virus fossero lontani. Ma quando un mese e mezzo fa hanno cominciato a moltiplicarsi anche da noi contagi, la narrazione è cambiata. E stanno cambiando molte cose: nel nostro paese e in tutto il mondo. Nelle nostre stesse vite. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Science calcola che per ogni caso positivo al tampone ve ne siano almeno 5-10 non censiti. E questo ci dice che nel nostro paese il milione di contagiati è già abbondantemente superato.

È un problema grosso quello dei portatori inconsapevoli, degli asintomatici; tanto più che l’Italia ha già mostrato evidenti debolezze nell’affrontare il Covid 19. Come tutti sanno, ancora registriamo una gravissima carenza di posti lettoospedalieri adeguatamente attrezzati, sia in reparti ordinari sia nella Terapia Intensiva. Carenze ovunque, dal Nord, picco della epidemia, al Sud. All’inizio del contagio si contavano solo 1665 terapie intensive in tutto il Mezzogiorno: un vero disastro causato dalla politica dei tagli, delle privatizzazioni e del clientelismo.

Ma nulla è avvenuto per caso. Di fronte allo sgradevole spettacolo delle accuse reciproche e dello scaricabarile delle responsabilità, destinato a crescere ancor più nella “fase due”, forse è utile rinfrescare a tutti la memoria.

Era il 1978, il 23 dicembre, quando venne approvata la Legge 833 che istituiva il servizio sanitario nazionale basato sul diritto uguale dei cittadini a ricevere assistenza contro le patologie. Il finanziamento del sistema si basava sulla fiscalità generale, e il concetto di solidarietà ne era il cuore pulsante.

Ma quella civilissima sanità pubblica, che affermava il diritto universale alla tutela della salute e alla cura, di li a poco subiva i primi stravolgimenti. Su iniziativa del governo Amato (1992, D.L. 502, poi modificato dal DL 517) e poi del governo Ciampi (1993), il Parlamento dava potere gestionale alle Regioni, definiti “enti responsabili dell’attività di programmazione e gestione”. Si diede così il via alla ristrutturazione della sanità in senso aziendalistico, giustificando il tutto con la retorica della maggiore efficienza delle regioni (sic!) del “privato”. Un privato che viveva, però, unicamente in funzione delle laute convenzioni con le regioni medesime.

Successivamente, nel 1999, la cosiddetta riforma Bindi ridefiniva in modo più preciso i Livelli essenziali di assistenza (LEA) ma confermava ulteriormente l’impostazione privatistica del Servizio sanitario; e dopo pochi mesi veniva prolungata la legge 133 del 13.5.99 che, sopprimendo in tre anni il Fondo Sanitario Nazionale, lasciava per intero alle regioni il compito di assegnare i finanziamenti (largamente provenienti dallo Stato).

Arriva poi il 2001, anno in cui peggiorò ulteriormente tutto con la riforma del Titolo V della Costituzione e la preminenza assoluta dei provvedimenti regionali sui provvedimenti statali. E i risultati arrivano all’oggi.

Questa breve storia ha un chiaro filo conduttore: l’economia sanitaria è stata spezzettata sul piano territoriale e inquadrata in una logica di profitto. Il principio è che le attività di cura devono “rendere”. Passano in secondo piano i bisogni delle persone, costrette a pagarsi da sé il proprio diritto alla salute.

Ma dopo il danno, la beffa. Gli stessi responsabili dello smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale oggi ci vengono a dire che non è il tempo delle polemiche. Cambiano la casacca e si ergono a paladini della sanità pubblica, senza chiedere scusa a questo Paese stremato dall’epidemia. Hanno fatto presto a mettersi (a parole) dalla parte della sanità pubblica, poiché si sono accorti che c’è ormai una amplissima consapevolezza collettiva sul fatto che bisogna tornare alla gestione unitaria dello Stato per non dover riaffrontare l’inferno anche in futuro.

Diversamente dai politicanti che vogliono essere buoni per tutte le stagioni, coloro che prospettano per sé e per gli altri un “altro mondo possibile”, lontano dalla idolatria del profitto, hanno sempre lottato per il diritto alla salute e la tutela della cura e dell’ambiente. Quello che è successo in questi due mesi ci conferma che purtroppo non hanno vinto. Tuttavia, oggi il terreno di lotta sta diventando più favorevole, proprio per il fallimento delle logiche privatistiche. Non bisogna fermarsi, però, a mezza strada. Non basta richiedere più soldi alla sanità pubblica (cosa che va da sé); bisogna anche mettere mano alla gestione disordinata creata dalla riscrittura sbagliata del Titolo V della Costituzione. Strutture delicate come la sanità o l’istruzione, i nostri principali “beni comuni”, non possono essere gestite dalle Regioni, con la logica del “vestito di Arlecchino”. E neppure possono essere date in convenzione ai privati. E tempo, perciò, che lo Stato ripigli la sua funzione costituzionale, così come previsto dall’art. 3: gestire la cosa pubblica per “rimuovere le differenze” che impediscono la piena esplicazione della cittadinanza

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