Il gioco, il mondo e l’ombra

È venuto a mancare un grande filosofo italiano. Per la sua biografia intellettuale rimandiamo ai giornali di sabato 25 e domenica 26 aprile. Noi qui vogliamo ricordare Aldo Masullo con un suo breve ma denso scritto, redatto come introduzione al testo di Eugen Fink, “Oasi della gioia. Idee per una ontologia del gioco” (Edizioni 10/17, Salerno 1987).

Masullo ci dice alla sua maniera (interloquendo con autori del calibro di Husserl, Heidegger, Sartre e Fink) che la scelta umana tra il vivere autentico del volto e la condizione inautentica della maschera comporta l’assunzione seria del “gioco della vita”. Solo mettendosi in gioco nel gioco dialettico dell’esistenza, ciascuno di noi può avere la possibilità di costruirsi in forme pienamente umane. In forme, cioè, non-alienate. Non è neppure detto che un tale impegno abbia successo, poiché lo svolgimento delle cose non dipendono solo, e neppure principalmente, dalla sua “buona volontà”; ma dovrebbe almeno provarci entro i limiti (pochi o tanti) dello spazio esistenziale che ogni individuo ha a disposizione per influenzare il proprio destino storico.

Aldo Masullo, introduzione a “Oasi della gioia” di Eugen Fink

Il gioco umano è simbolo del mondo, nel senso che il mondo è coinvolto nel gioco dell’uomo allo stesso titolo per cui l’uomo è coinvolto nel gioco del mondo: l’essere non è il gioco del mondo, entro cui l’uomo resti giocato, ma è il gioco in cui alla pari si giocano l’uomo e il mondo, un gioco in cui l’uomo non è giocato dal mondo, ma l’uomo e il mondo sono partners nel gioco. Il rapporto tra il temporale e l’eterno è dunque gioco, proprio come si annunciava in una lontana obiezione di Husserl, dove al relativismo scettico invocante il carattere soggettivo del mondo si opponeva che anche l’io e i suoi contenuti di coscienza appartengono al mondo, onde “noi esercitiamo un piacevole gioco: dal mondo procede l’uomo, dall’uomo il mondo; Dio crea l’uomo e l’uomo crea Dio” (Husserl, Ricerche Logiche)…

D’altra parte, la ambivalenza del gioco non potrebbe sussistere, né quindi essere vissuta a livello filosofico, se non fosse innanzitutto vissuta nella quotidianità dell’esistenza umana: il rapporto tra il temporale e l’eterno, il gioco in cui l’uomo e il mondo sono insieme coinvolti, è la struttura dell’esistenza, la condizione fondamentale della vita. Appunto perché la vita stessa è l’originariamente vissuto rapporto tra l’immutabile e il mutevole, irriducibile ambivalenza, la filosofia può essere a sua volta interpretazione dissociativa della vita, “schizofrenia”.

Il gioco prepara dunque, fungendo da simbolo dell’essere, l’interpretazione filosofica della vita, non per una scelta personale del filosofo, per un privilegiamento legato magari a un clima culturale, o a un gusto letterario, ma perché costituisce la diretta presenza, la nuda esibizione di quella struttura fondamentale che dà senso umano a qualsiasi forma della vita dell’uomo…

Tutto ciò non vuol dire soltanto che noi possiamo giocando imitare ogni forma dell’esistenza, ma, ben più profondamente, che ogni forma dell’esistenza nel suo venire esistita è giocata, è una delle forme in cui si incarna il gioco dell’uomo e del mondo, quel gioco in cui il continuo alternarsi dei ruoli (il mondo fa l’uomo e l’uomo fa il mondo) denuncia l’ambivalenza reale-irreale propria appunto del gioco.

Il concetto del gioco è il cuore stesso della fenomenologia e della sua esplicitazione in analisi dell’esistenza. La fenomenologia, assumendo come filosofici esclusivamente problemi di significato, ha riscoperto che le cose in sé sono nulla, e quel che sono lo sono soltanto in quanto ombre di significati che l’uomo istituisce, proprio come nel gioco il bastone di legno in sé non è un cavallo, ma è un cavallo per il bambino che questo significato gli conferisce; e tuttavia non si può trascurare il fatto che senza quel bastone di legno, che pur qualcosa è quando non è ancora cavallo, neppure il cavallo avrebbe potuto per il bambino essere adombrato. È il problema del rapporto di fondazione, degli strati di costituzione, delle pre-datità che Husserl affronta a più riprese nella sua lunga opera di paziente ricercatorei, quel problema che concerne la struttura stessa intenzionale della coscienza, la dinamica del coinvolgimento della coscienza nel mondo in forza di cui il mondo viene continuamente coinvolto nella coscienza, onde alla fine si esplicita la struttura fondamentale dell’esistenza nello heideggeriano “trascendere-verso”.

La coscienza, come il gioco mette irriflessivamente a nudo, è sempre ambivalenza di realtà e irrealtà, di ontico e di apparenza. Perciò Sartre può far coincidere la coscienza con l’immaginazione: “l’immaginazione non è un potere empirico e sovraggiunto della coscienza, ma la coscienza tutta intera in quanto realizza la sua libertà; ogni situazione concreta e reale della coscienza nel mondo è gravida di immaginario in quanto essa si presenta sempre come un oltrepassamento del reale”. Perciò il gioco dell’arte consiste non, come comunemente si ritiene, nel realizzare un ideale immagine di un’entità materiale, ma al contrario nel coprire la realtà materiale, metterla in ombra, mercé l’immagine. Nell’arte teatrale, ad esempio, “non è il personaggio che si realizza nell’attore, bensì l’attore che s’irrealizza nel suo personaggio” (Sartre, L’immaginaire).

Il gioco dell’immaginazione artistica non è che un caso dell’immaginazione, della coscienza come gioco, di cui il gioco propriamente detto è l’immediata, quotidiana esibizione.

Non, come una parte che per comodità venga assunta a rappresentanza dell’intero il gioco è simbolo dell’essere, del mondo della vita, ma, in un ben più forte senso, come il loro nocciolo. Giocando l’uomo si rapporta al mondo, e questo giocare è il senso dell’essere che in tutte le forme della vita viene esistito, onde la vita è umana. Gioco è la stessa filosofia la quale, scoprendo che ombre di significati sono le cose sensibili, ben più intensamente ripete in sé la tensione della vita, l’ambivalenza del mutevole e dell’immutabile, prendendo coscienza che l’immutabile stesso, i significati, non sono a loro volta che ombre, e sempre rinviano ad altro, e questo il gioco d’ombre, e non altro, è la verità.

Lo strutturale carattere di gioco non riduce la vita dell’uomo ad un irresponsabile gioco. Al contrario, la radica nella sua profonda serietà: non dovendo il gioco fare i conti se non con se stesso, la vita come gioco significa che nulla può essere messo in gioco fuori di essa, che essa è assoluta. In altri termini, l’ambivalenza dell’apparenza dell’essere, del mutevole e dell’immutabile, non è altro che la struttura dell’esistenza, il gioco dialettico della maschera e del volto.

Ma, come osserva Fink, “l’apparenza è maschera dietro la quale non v’è nessuno, dietro la quale non v’è nulla – se non appunto il nulla”. Allora, come gioca davvero soltanto colui che si impegna seriamente nel gioco, così soltanto chi crede nella serietà della vita, nella sua assolutezza, veramente la gioca, realizza in essa la sua libertà, si storicizza, nella maschera individua il suo volto. Chi al contrario presume di giocare con la vita è come chi tenta di barare al gioco e, in fondo, ne resta fuori: ma fuori del gioco della vita non c’è nulla; altro volto non può esserci dietro la maschera. Se la vita è gioco, la si gioca, ma non si gioca con essa: chi pretende di nascondere il proprio volto dietro la maschera, non si accorge neppure di restare senza volto, un naufrago nel nulla senza storia, fuori del gioco dell’uomo e del mondo. In questo senso, Fink dice che nel gioco l’uomo oscillaa tra due possibilità estrema: “l’attingimento della libertà” o “la caduta nel demoniaco della maschera”.

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