Sull’io-noi

Le riflessioni proposte da Rino (Salvatore Malinconico in lefrivista.it, ndr) nel suo ultimo scritto (la prima parte de “un nuovo stadio della modernità” ndr) sono troppo stimolanti per non tentare di intervenire sul tema.

Premetto che condivido per intero il suo ragionamento, quindi quello che proverò a dire è solo per rendere conto a me stesso della comprensione esatta dei concetti.

La dicotomia io – noi, in epoca premoderna, non era un’opposizione. L’io, qualunque io, era caratterizzato da una appartenenza che in qualche modo lo definiva, rendendo la società intera, ovvero il noi nella sua forma più definita, riconoscibile e decifrabile agli occhi dei suoi stessi componenti.

Questo, credo, ha a che vedere col fatto che alcuni modelli sociali, ad esempio il modello asiatico, o anche il modello schiavista, abbiano avuto durate millenarie, quanto meno nei loro assetti sociali fondamentali. Il cambiamento presuppone l’indeterminatezza, almeno potenziale, o una definizione debole dei componenti, suscettibili di ridefinirsi con modalità più o meno veloci.

Non che l’epoca premoderna ignorasse del tutto il concetto di emancipazione, cioè di ridefinizione dell’io, ma ciò avveniva, quando avveniva, all’interno di un noi mai messo in discussione. Era l’emancipazione dello schiavo per volere del padrone, o l’acquisizione di un titolo nobiliare per volere del sovrano. In sostanza, emancipandosi, nessuno metteva in discussione il carattere definitorio della relazione con il noi, e con esso il modello delle relazioni sociali su cui la società si reggeva. Si può dire che l’emancipazione, essendo una concessione proveniente dall’alto, era in realtà una conferma della rigidità della relazione tra l’io e il noi, ovvero del fatto che la definizione dell’io, e addirittura la sua ridefinizione, doveva sempre e comunque armonizzarsi con la struttura

sociale consolidata. Essere accolto tra i liberi o tra i nobili, provenendo da un ceto inferiore, rafforzava il carattere decisivo dell’appartenenza, mentre la ridefinizione del singolo io era l’elemento debole del processo.

Con la modernità interviene uno straordinario cambiamento, almeno sul piano concettuale.

L’individuo viene spoliato della sua appartenenza, e la sua definizione non è più in relazione con il noi. Viene ricercata una definizione “essenziale”, valida sempre e comunque, per tutti gli uomini, comunque socialmente collocati (la canna pensante di Pascal o il puro pensiero di Cartesio).  Questo tentativo favorisce, e va di pari passo, con la rivoluzione giusnaturalista, che nello stesso periodo (siamo nel XVII secolo) crea i presupposti per il principio di uguaglianza.

Il rapporto tra io e noi cambia radicalmente. Non è un processo rapido e lineare, durerà un paio di secoli buoni, ma progressivamente è sempre più chiaro che l’unico noi veramente utile a definire le singolarità è la comunità umana nel suo insieme.  L’io diventa “libero” dalle catene della sua collocazione sociale, per costruirsi come ente assoluto e, per ciò stesso, suscettibile di molteplici definizioni, nessuna delle quali ne riassume la totalità.

È sicuramente un paradosso, ma credo che sia esattamente quel che è accaduto. Nel momento stesso in cui l’io si riscopre nella sua essenza, e tenta di ergersi addirittura come forza dominatrice della natura, dando alla scienza e alla tecnica un impulso mai conosciuto prima, si fa oggetto di una molteplicità di definizioni, tutte “deboli”, nel senso che nessuna di esse è onnicomprensiva, attraverso le quali riscrive la stessa definizione del noi come realtà suscettibile di cambiamenti continui, anzi, la cui vera natura è l’evolversi più o meno rapido.

La stessa precipitazione rivoluzionaria verso l’io – cittadino, che sembra realizzare la riconciliazione finale con il noi – comunità umana, fatica a rappresentarsi come definitiva. Ciò perché la cittadinanza non è solo una condizione, ma è anche, e forse soprattutto, un’azione, una evoluzione continua ( si pensi alle cd “ conquiste democratiche” susseguitesi in un secolo o poco più , dal suffragio universale, al voto alle donne, alle legislazione di protezione sociale, alle norme anti monopolio, alla valorizzazione di nuovi diritti ecc.). Non si è semplicemente cittadini, ma si deve agire da cittadini per dare senso all’io – noi della contemporaneità.

Anticamente si era schiavi anche se non ci si comportava da schiavi, si era nobili anche se non ci si comportava da nobili. Nessuna manchevolezza metteva in discussione il rapporto strutturato con il noi sociale, ma determinava solo una punizione o una deplorazione. Anche le ribellioni, le più cruente ed estese, avevano come fine l’emancipazione dei ribelli, non la riscrittura del rapporto io singolarità – noi comunità. Spartaco non si ribellò per un mondo senza schiavi (essendo egli, a quanto pare, un principe della Tracia prigioniero di guerra, a sua volta proprietario di schiavi), ma perché egli e i suoi seguaci non fossero più schiavi.

La cittadinanza (“L’uomo libero nel suo campo”), fin dalla nascita, aveva insito il tema della partecipazione., in assenza della quale essa rischia di diventare marginalità sociale o addirittura sottomissione.

Nel novecento verrà coniato un termine che in qualche modo descrive questa novità. Il concetto di “società di massa” viene declinato per lo più in chiave critica, dando al termine massa un’accezione negativa. In realtà la società di massa hanno visto una partecipazione alla res pubblica, anche in forma organizzata, (si pensi ai partiti di massa, ai sindacati, all’associazionismo, i cd. “corpi intermedi”) mai vista prima.

Attenzione, mai confondere questa modalità di partecipare (che, nei termini del nostro ragionamento, è l’atteggiarsi dell’io – noi ricomposto come dualità non conflittuale) con forme che pure definiamo “democratiche” di altre epoche storiche e di altri modelli sociali.

La democrazia della polis era la “democrazia” dei maschi adulti liberi, che quindi escludeva gli schiavi e le donne. Le forme assembleari dei Comuni Italiani del ‘200 e del ‘300 prevedevano la partecipazione collettiva degli maschi adulti censuari, che quindi escludeva le donne e i poveri o i manutengoli. Insomma, qualsiasi forma di partecipazione collettiva in epoca premoderna rappresentava una parzialità, rispetto alla quale si riconfermava la rigidità della definizione dell’io come ente riconoscibile solo sulla base di una appartenenza predeterminata e tendenzialmente non modificabile.

Nella contemporaneità il fenomeno della partecipazione di massa ha conosciuto diverse e complesse dinamiche. Se da un lato è degenerata verso il fenomeno dell’irregimentazione autoritaria, dall’altro ha visto lo sviluppo di una conflittualità sociale ricca di fermenti emancipativi.

Sono state le due facce del novecento, che a mio avviso hanno dimostrato l’ambiguità di fondo, non sciolta e non scioglibile, della modernità capitalistica, ovvero dell’io indeterminato, alla ricerca di un’essenza virtuale avulsa dalla relazione sociale concreta.

Ridefinire l’individuo è stato, in qualche modo, il grande merito della borghesia, ma anche il suo grande inganno perché questo gli ha consentito di sfuggire al tema decisivo di definire l’individuo dentro la società.

È stato relativamente facile definire concetti come “flusso di pensiero” o “soggetto giuridico”, o “cittadino”, perché questo consentiva di eludere, nel riposizionamento dell’io, la concretezza delle relazioni sociali.

Certo, era anche un’operazione necessaria per abbattere le barriere di un noi assorbente e soffocante. Ed era anche necessario per avere l’unità di base (il singolo individuo) per misurare il valore – lavoro, e quindi per determinare il plus – lavoro nel processo di riproduzione sociale, avendo acquisito la possibilità di mobilitare gli individui come massa – lavoro.

Ma non oltre questo. Il noi – comunità, virtualmente riconciliata con l’io – cittadino, resta una comunità di diseguali e la ritrovata umanità come comune appartenenza resta un capovolgimento virtuale della reale condizione di annichilimento della maggior parte degli individui rispetto ad una costruzione sociale che li sovrasta e li opprime.

Sicuramente, ponendo mano alla definizione dell’io nella sua essenza, la filosofia borghese ha lasciato intravedere le straordinarie potenzialità di un io liberato dalle catene della sua condizione sociale.

Ma si tratta solo della luce in fondo ad un tunnel che dovremo attraversare ancora per un tempo non breve.

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